Tularemia: la zoonosi che torna a preoccupare l’Europa

Una malattia rara, ma tutt’altro che scomparsa. La tularemia torna a far parlare di sé in Europa, con un numero di casi in aumento e una diffusione favorita dalla presenza sempre più ampia di zecche e zanzare.

A richiamare l’attenzione è uno studio italiano pubblicato su Biomedicine: segnala una ripresa dell’infezione in diversi Paesi europei. Per gli esperti è un segnale da non sottovalutare.

Perché la tularemia è una potenziale minaccia

Chiamata anche “febbre dei conigli” la tularemia è causata dal batterio Francisella tularensis, un microrganismo altamente infettivo.

Può essere trasmesso con le punture di zecche e zanzare e diffondersi anche con le secrezioni di animali malati. In quest’ultimo caso riesce a contaminare l’ambiente (aree verdi, terreni agricoli, ruscelli, stagni, acque superficiali) e sopravvivere a lungo.

Sintomi poco specifici

Uno degli aspetti più critici della tularemia è la difficoltà della diagnosi precoce. I sintomi iniziali sono infatti generici e includono febbre, stanchezza e dolori muscolari.

La malattia può manifestarsi in forme diverse: da infezioni lievi o addirittura asintomatiche fino a quadri gravi, come quelli polmonari, che in alcuni casi possono risultare mortali.

Facilità di trasmissione: un rischio concreto

La facilità di trasmissione rappresenta uno dei principali fattori di rischio. Oltre alle punture di vettori (zecche e insetti) l’infezione può avvenire mediante:

  • contatto diretto con animali malati
  • consumo di acqua o carni contaminate (in particolare carni di lepre)
  • inalazione di particelle infette (aerosol e polveri).

Questa molteplicità di vie rende la tularemia particolarmente insidiosa e un rischio concreto per alcune categorie professionali come agricoltori, veterinari, addetti alla macellazione e operatori forestali, ma anche per cacciatori, raccoglitori di funghi e di erbe spontanee, escursionisti.

I casi in Europa e in Italia

Secondo i dati epidemiologici più recenti, nel 2023 si sono registrati oltre 1.300 casi nell’Unione Europea, con una tendenza in crescita.

Nel Nord Europa, in particolare in Svezia e Finlandia, la malattia è endemica in diverse aree e presenta picchi stagionali tra estate e autunno. Anche Paesi come Austria, Francia, Germania e Ungheria mostrano un aumento dei casi.

In Svizzera l’andamento è variabile (194 casi nel 2024, 156 nel 2025 e 12 da gennaio a marzo 2026), mentre in Slovenia si è verificato un focolaio significativo nell’estate 2024.

In Italia, la tularemia è segnalata sporadicamente soprattutto nelle aree appenniniche tra Liguria e Toscana, oltre che nella provincia di Pavia, dove è stata individuata per la prima volta nel 1962, in lepri importate dall’Europa orientale a scopo di ripopolamento.

Le cause della diffusione

La comunità scientifica attribuisce l’aumento dei casi a diversi fattori:

  • cambiamenti climatici (responsabili di un più elevato carico batterico ambientale)
  • maggiore diffusione dei vettori (soprattutto zecche e zanzare)
  • aumento dell’interazione tra uomo e fauna selvatica.

Un possibile utilizzo come arma biologica

Un aspetto che aumenta ulteriormente il rilievo della tularemia è il suo potenziale utilizzo come arma biologica.

Il batterio responsabile è infatti altamente contagioso anche in quantità minime, può essere trasmesso per via aerea e resiste a lungo nell’ambiente.

Per queste caratteristiche è monitorato in ambito di sicurezza sanitaria come possibile agente di rischio biologico e la tularemia è soggetta a notifica obbligatoria.

Prevenzione: cosa fare

La prevenzione resta lo strumento principale per ridurre il rischio di malattia. Le raccomandazioni da seguire indicano la necessità di:

  • difendersi dalle punture di zecche e di insetti
  • utilizzare dispositivi di protezione personale durante le attività a rischio
  • evitare il consumo di acqua, carni e alimenti non sicuri.

Una malattia da conoscere

La tularemia è una zoonosi da conoscere e da monitorare con attenzione, soprattutto in un contesto in cui salute umana, animale e ambientale sono sempre più interconnesse, secondo il modello One Health.

I ricercatori italiani sottolineano l’importanza di tale approccio e segnalano l’importanza della collaborazione multidisciplinare tra medici, veterinari, ecologi e altri scienziati per prevenire possibili minacce sanitarie.

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