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Buon Ferragosto!
Primo caso confermato di West Nile (o Febbre del Nilo occidentale) in un donatore di sangue residente in provincia di Parma. Lo rivela l’ultimo bollettino emesso dall’Istituto superiore di sanità, che riporta la situazione aggiornata al 12 luglio.
Salgono intanto a 14 le province dove è accertata la circolazione del virus in zanzare e animali sentinella. Sono: Catania, Varese, Ravenna, Cagliari, Oristano, Vercelli, Piacenza, Bologna, Ferrara, Parma, Pavia, Rimini, Modena e Mantova.
Il confronto con il 2022
Nonostante la precoce circolazione del West Nile virus (WNV) a inizio stagione la situazione è fortunatamente molto diversa rispetto al boom di focolai dello scorso anno.
Nel 2022 i casi di malattia accertati in Italia sono stati ben 588, 37 dei quali mortali.
La maggior parte (295 casi) si è manifestata come forma neuro-invasiva, con sintomi molto simili a quelli dell’encefalite da zecche.
West Nile e Tbe
Febbre del Nilo (trasmessa dalle zanzare) e Tbe (trasmessa dalle zecche) sono due malattie che esordiscono con sintomi poco specifici e tra loro sovrapponibili, spesso rappresentati da febbre e malessere generale.
Entrambe le malattie condividono inoltre l’andamento stagionale (da primavera a inizio autunno) e possono causare problemi di salute anche gravi.
Secondo un recente studio realizzato in Slovacchia la loro presentazione nella stessa area geografica può costituire una impegnativa sfida diagnostica, con possibilità che alcuni casi di “West Nile siano diagnosticati come infezioni da Tbe virus”.
Zanzare, zecche e clima
Oltre a determinare eventi estremi, i cambiamenti climatici influiscono anche sulla distribuzione di zecche e zanzare, rendendo diversi ambienti idonei al loro insediamento, con conseguente diffusione di agenti infettivi responsabili di seri problemi di salute pubblica.
Il riscaldamento globale inoltre prolunga l’attività stagionale di entrambe, con il risultato di estendere i periodi di co-circolazione di virus e batteri.
Monitoraggio e prevenzione
Ministero della salute, regioni e istituti zooprofilattici sperimentali hanno attivato una proficua collaborazione per monitorare l’andamento delle zoonosi (malattie trasmesse dagli animali all’uomo) e dei loro vettori (zanzare, zecche, pappataci).
Resta tuttavia fondamentale il comportamento delle singole persone, chiamate ad assumere ogni utile comportamento per evitare morsi e punture infettanti.
L’invito alla prevenzione è quanto mai attuale nei territori colpiti dai recenti disastri meteo perché umidità e rialzo delle temperature nelle regioni del Nord e nelle zone della Pianura Padana favoriscono una straordinaria proliferazione di zecche e zanzare, aumentando il rischio di malattie.
L’esempio di Trento
Caldo e umidità hanno indotto nei giorni scorsi la Fondazione Mach di San Michele all’Adige (TN) a intensificare il monitoraggio della zanzara tigre, coreana e giapponese e della zanzara comune, mettendo sotto la lente anche la diffusione delle zecche nei boschi del Trentino.
Lo scopo è aggiornare le mappe relative alla loro distribuzione, sorvegliare la circolazione degli agenti infettivi e individuare precocemente i rischi per la salute.
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D’estate aumenta il consumo di repellenti per prevenire i morsi di zecca. Ne esistono diversi e in diverse formulazioni (lozioni, roll-on, spray, salviette, braccialetti, ecc.), molti sono chimici, ma non mancano quelli a base naturale. Possiamo usarli in sicurezza?
Un rapporto pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) aiuta a fare il punto sui prodotti in commercio e sui loro principi attivi, dando indicazioni utili su impiego ed effetti protettivi.
Zanzare e zecche, una differenza sostanziale
Anche se spesso equiparati, i repellenti anti-zanzara e ani-zecca hanno in realtà funzioni diverse.
Le zanzare compiono la ricerca attiva dell’ospite da pungere. Scopo dei repellenti è impedire loro di localizzare e posarsi sull’ignara “vittima”.
Nel caso delle zecche invece è l’ospite che si reca negli ambienti infestati. Scopo dei repellenti non è quella di impedire le aggressioni (che si realizzano con un aggancio puramente meccanico, sfiorando le zecche), ma di ostacolare il loro ancoraggio sull’ospite.
La prevenzione dei morsi di zecca è quindi più complessa e per avere una protezione elevata il repellente da solo non basta.
Un mix di misure
Contro le zecche funziona la combinazione di più metodi, tra loro complementari, che uniscono:
Prevenzione comportamentale
ovvero tutte le misure utili a rendere difficile il contatto con le zecche (es. non sostare nell’erba alta, non sedersi per terra; al rientro da un’escursione ispezionare il corpo controllando l’eventuale presenza di zecche sulla pelle)
Prevenzione meccanica
con l’impiego di abiti e calzature adatte a fare da barriera protettiva (es. indumenti che coprono quanto più possibile il corpo, scarpe chiuse o stivali)
Prevenzione chimica
usando prodotti specifici per le parti scoperte insieme ad altri idonei a essere utilizzati su scarpe, vestiti e attrezzatura (questo ultimi sono spesso a base di Permetrina, un prodotto che non ha proprietà repellenti, ma acaricide).
Quali sono i repellenti sicuri?
Il consiglio è di utilizzare i prodotti registrati come Presidi Medico Chirurgici (PMC) presso il Ministero della Salute o come Biocidi secondo il regolamento (UE) n. 528/2012.
Si tratta di prodotti preventivamente testati e ritenuti dal Ministero della salute in grado di non provocare effetti nocivi se usati seguendo scrupolosamente le indicazioni riportate in etichetta.
Quali sono i prodotti efficaci?
I repellenti di comprovata efficacia sono quelli contenenti i seguenti principi attivi:
– Dietiltoluamide (DEET),
– Icaridina (KBR 3023),
– Paramatandiolo (PMD o Citrodiol).
E i repellenti a base di estratti vegetali?
Buona regola è controllare l’etichetta anche dei repellenti a base di estratti vegetali verificando che siano registrati come PMC o Biocida.
Con quale frequenza deve essere riapplicato il repellente?
La durata dell’efficacia dipende dalla concentrazione del principio attivo: più è alta la percentuale di principio attivo, più duratura è la protezione.
Efficacia e durata dell’azione protettiva dipendono anche da altri fattori, come la temperatura ambientale e la sudorazione.
Nei bambini e in gravidanza si possono usare?
In generale l’uso dei repellenti è ammesso sia nei bambini di età superiore ai 2 anni, sia nelle donne in gravidanza, con tre avvertenze generali:
– verificare sempre quanto scritto in etichetta
– limitare le applicazioni alle sole situazioni di necessità
– in caso di dubbi o incertezze sentire preventivamente il parere del medico di fiducia.
Le precauzioni da adottare sempre
Quando si utilizza un prodotto repellente vanno comunque rispettate alcune precauzioni:
– utilizzare i repellenti solo quando effettivamente necessari e comunque per brevi periodi
– applicarli solo sulla pelle esposta e/o sull’abbigliamento (secondo le indicazioni riportate sul prodotto) e non sulla pelle sotto i vestiti
– non usarli mai su tagli, ferite o pelle irritata
– non applicarli su occhi o bocca
– utilizzarli con parsimonia intorno alle orecchie
– non applicarli sul palmo delle mani dei bambini per evitare il contatto accidentale con occhi e bocca
– quando la protezione non è più necessaria lavare la pelle trattata con acqua e sapone
– in caso di reazioni avverse (arrossamenti o altri sintomi) sospendere l’applicazione, togliere il repellente con acqua e sapone neutro e consultare un medico, mostrando possibilmente il prodotto usato.
Funzionano gli ultrasuoni?
Al riguardo l’Istituto Superiore di Sanità riporta “fino ad oggi sono stati posti in commercio diversi dispositivi calibrati per emettere lunghezze d’onda repulsive, ma al momento nessuno di questi apparecchi riesce a garantire un’effettiva protezione”.
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Fonte immagine:https://salute.regione.veneto.it/
La Gran Bretagna ha emesso un’allerta sanitaria per la febbre emorragica di Crimea-Congo (Crimea-Congo Haemorrhagic Fever – CCHF), segnalando un possibile aumento dei casi non solo nel Regno Unito, ma anche in Spagna, Italia, Francia e nel resto d’Europa.
La notizia pubblicata nei giorni scorsi dal quotidiano dal Daily Mirror mette in guardia contro la temuta malattia, la cui diffusione è considerata “la più grande minaccia attuale per la salute pubblica”.
Nessun un allarme imminente, ma un rischio concreto
Secondo l’università di Cambridge il virus responsabile della febbre emorragica di Crimea-Congo è probabilmente entrato nel Regno Unito attraverso zecche infette trasportate da animali.
La circolazione del virus unita alle segnalazioni di contagi e decessi avvenuti negli ultimi giorni in diversi Paesi (tra cui Iraq, Namibia, Pakistan) ha portato la Commissione per la scienza, l’innovazione e la tecnologia del Parlamento inglese a ritenere “molto probabili” nuovi casi in Gran Bretagna. Da qui l’avviso diramato dalle autorità per preparare i medici e le persone a una nuova, eventuale emergenza sanitaria.
Un’infezione grave
La Febbre emorragica di Crimea- Congo è una malattia virale grave, trasmessa dal morso di una zecca infetta (soprattutto del genere Hyalomma).
È altamente contagiosa e può diffondersi:
– per contatto con una persona malata,
– maneggiando tessuti, sangue e liquidi biologici di animali infetti.
Può causare severe complicazioni a livello epatico, renale e polmonare ed ha un alto tasso di mortalità (dal 5 al 30%).
Il ruolo del riscaldamento globale
La presenza della Febbre emorragica di Crimea- Congo è nota nei Balcani, in Africa, in Asia e in Medio Oriente (soprattutto in Turchia, diventata uno dei principali epicentri della malattia nel mondo, con una media di 1000 casi l’anno).
Per gli scienziati la sua diffusione in Europa è collegata ai cambiamenti climatici: con l’aumento delle temperature e le estati più lunghe e secche le zecche portatrici del virus si starebbero spostando verso il continente europeo, trovando un habitat adatto al loro insediamento.
La teoria sembra confermata dalla situazione in Spagna che, ad agosto 2022, aveva registrato 13 casi, con 4 decessi.
La situazione europea
Anche se al momento non vi sono segnalazioni di casi di malattia, zecche infette dal CCHF-virus sono state trovate in Olanda nel 2007, in Germania nel 2016 e in Svezia nel 2018.
In Italia, il virus è stato individuato nel 2017 in una zecca Hyalomma isolata da un uccello sull’isola di Ventotene.
Come difendersi
La principale linea di difesa contro la febbre emorragica di Crimea-Congo resta la prevenzione, evitando i morsi di zecca.
Quanti lavorano nei macelli devono inoltre usare abbigliamento protettivo per limitare il contatto con i fluidi di animali potenzialmente infetti.
La consapevolezza sulla possibile comparsa dell’infezione è essenziale per fronteggiare una seria minaccia alla salute pubblica.
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L’ospedale Sacro Cuore di Gesù – Fatebenefratelli di Benevento ha individuato il primo caso di malattia di Lyme nel Sannio. La diagnosi riguarda una bambina di quattro anni e mezzo residente a Guardia Sanframondi, centro vitivinicolo dell’appennino campano.
Finora la malattia era segnalata solo sporadicamente in Campania e nella quasi totalità dei casi risultava contratta fuori regione o all’estero.
I sintomi che hanno portato alla diagnosi
Circa 20 giorni prima del ricovero alla piccola era stata asportata una zecca e prescritta una terapia antibiotica di 7 giorni.
Sul volto della bambina era successivamente comparso un eritema migrante (trattato inizialmente con cortisone), a cui erano seguiti altri sintomi:
– difficoltà a camminare
– forti dolori agli arti, alla schiena e all’addome.
Ricoverata all’ospedale Fatebenefratelli i pediatri hanno sospettato la malattia di Lyme alla luce del racconto anamnestico (asportazione della zecca) e dei dati clinici (eritema migrante), poi confermati dalle analisi di laboratorio.
Perché il caso ha fatto scalpore
«Fino ad oggi – ha spiegato il direttore della Pediatria-Neonatologie di Benevento- abbiamo pensato che la malattia di Lyme colpisse solo alcune regioni italiane, cioè il Friuli Venezia Giulia, la Liguria, il Veneto, l’Emilia Romagna, il Trentino Alto Adige».
La recente diagnosi ha portato invece a prendere atto che l’infezione non ha confini geografici e può essere contratta anche in territori, come quelli del Sannio, sinora ritenuti esenti.
L’appello
Dall’ospedale di Benevento è quindi partito l’invito a «prevenire la malattia di Lyme con misure volte a evitare i morsi di zecca quando si va nei boschi o in campagna».
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Il Trentino registra un deciso aumento di infezioni causate dal morso di zecca. I dati dall’Azienda sanitaria riportano 28 casi di malattia di Lyme e 40 casi di encefalite da zecca (Tbe) accertati nei primi sei mesi del 2023.
I numeri reali potrebbero tuttavia essere superiori poiché le due malattie sono in grado di presentarsi con sintomi clinici sfumati e non essere notificate alle autorità sanitarie, o con sintomi aspecifici ed essere scambiate con altro.
Lyme, infetta una zecca su 5
Secondo la Fondazione Mach di San Michele all’Adige (TN) nei boschi trentini c’è un’alta percentuale di zecche infette da Borrelia, il battere responsabile della malattia di Lyme.
Si parla di una zecca su 5 e indica un rischio elevato di contagio.
Tbe in espansione
Nel caso della Tbe, invece, la percentuale di zecche infette scende a circa l’1%, ma la circolazione del virus è in costante aumento.
La probabilità di essere infettati è più bassa rispetto alla malattia di Lyme ma le aree in cui il virus circola sono sempre più numerose e l’intera provincia di Trento può considerarsi a rischio.
Le cifre ufficiali
Dal 2000 al 2020 il Trentino ha rilevato 372 casi di malattia di Lyme, con una media di 17 casi all’anno.
Negli ultimi cinque anni, la media annuale è salita a 41 casi e i 28 casi già registrati nei primi 6 mesi del 2023 lasciano ipotizzare un trend in ulteriore crescita.
Sempre dal 2000 al 2020 i casi di Tbe (encefalite da zecca) sono stati 204, con una media annuale di 9,7 casi.
Negli ultimi cinque anni, tuttavia, la media annuale è più che raddoppiata: 23,2 casi, diventati 32 nel 2020 e 40 nel primo semestre del 2023.
La prevenzione
Oltre a raccomandare a cittadini e turisti l’adozione di adeguate misure preventive le autorità provinciali consigliano la vaccinazione anti-Tbe a quanti frequentano assiduamente i boschi o svolgono attività lavorative all’aperto.
Nel 2022 l’azienda sanitaria di Trento ha somministrato 51mila dosi di vaccino (gratuito per i residenti) e l’anno precedente 15mila. Attualmente risulta coperta l’1,5% della popolazione pediatrica (fino ai 15 anni compiuti) e l’1% di quella adulta.
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fonte immagine: www.ladige.it
L’Istituto Superiore di Sanità ha recentemente diffuso i dati sull’andamento dell’encefalite da zecca (Tbe) nel 2022. Le cifre mostrano l’endemicità della malattia nelle regioni del Nord-Est (Veneto, provincia autonoma di Trento, Friuli Venezia Giulia), con segnalazioni sporadiche in Liguria, Emilia-Romagna e Lazio. Confermano inoltre i picchi di presentazione dei sintomi nei mesi di giugno e luglio.
Cosa rivelano i dati
Il report indica 72 casiaccertati di Tbe neuro-invasiva, caratterizzati cioè da un severo coinvolgimento del sistema nervoso centrale (meningite e/o encefalite) e segnala per la prima volta 2 decessi.
Il dato si riferisce al 20-30% dei casi reali di malattia, poiché esclude le infezioni:
– a guarigione spontanea (circa il 30%)
– con decorso moderato (febbre e sintomi simil-influenzali).
Un trend critico
Il confronto tra il 2022 e il triennio precedente (2019-2021) mostra questo andamento dell’encefalite da zecca nel nostro Paese:
2019: 24 casi di Tbe neuro-invasiva e nessun decesso
2020: 21 casi di Tbe neuro-invasiva e nessun decesso
2021: 18 casi di Tbe neuro-invasiva e nessun decesso
2022: 72 casi di Tbe neuro-invasiva e 2 decessi.
Mentre dal 2019 al 2021 l’infezione è una lenta ma progressiva diminuzione, nel 2022 compie un netto balzo in avanti e in un solo anno totalizza il 13% in più di tutti i casi accertati nel triennio precedente (63 casi).
La malattia inoltre si rivela potenzialmente grave e ad esito mortale.
L’importanza della prevenzione
I dati spiegano l’appello alla vaccinazione diffuso dalle autorità sanitarie delle regioni più colpite.
Incoraggiano inoltre comportamenti di prudenza e di prevenzione personale durante passeggiate ed escursioni in aree boschive e naturali e, più in generale, quando si fanno attività all’aperto.
Come noto per la Tbe non esiste ancora una terapia specifica, ma sono possibili solo trattamenti di supporto.
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fonte immagine https://www.epicentro.iss.it/
Sono 1.260 casi in poco più di 10 anni, individuati soprattutto nelle regioni settentrionali (1.093 casi), con punte più elevate a Nord-Est (652 casi). È la “fotografia” sulla diffusione della malattia di Lyme in Italia ricostruita da uno studio pubblicato lo scorso 16 giugno dalla rivista internazionale Frontiers.
I dati si riferiscono alle diagnosi poste dal 1° gennaio 2010 al 30 agosto 2022 in otto centri italiani, situati in Friuli Venezia Giulia (Udine e Trieste), Liguria (Genova e La Spezia), Lombardia (Milano), Emilia-Romagna (Cesena) e Campania (Napoli e Caserta).
Il profilo geografico
L’analisi rivela che i 1.260 casi di malattia di Lyme indicati dall’indagine provengono:
– 1.093 dal Nord Italia (Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria ed Emilia-Romagna)
– 96 dal Centro Italia (Abruzzo, Lazio, Marche, Toscana e Umbria)
– 71 dal Sud Italia (Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Sardegna e Sicilia).
Indicano la presenza della malattia di Lyme in tutte le regioni italiane, fatta eccezione per la Basilicata (0 casi), con frequenze più elevate lungo l’arco alpino e segnalazioni sporadiche nelle regioni centro-meridionali e nelle isole.
Le caratteristiche cliniche
Lo studio conferma l’eritema migrante come la manifestazione più comune della malattia di Lyme nel panorama nazionale. Lo individua nel 75% delle diagnosi (943 pazienti), rivelando quali siti ricorrenti della lesione:
– gli arti inferiori (54%) e il tronco (25%) negli adulti,
– il tronco (32%), la testa e il collo (30%) nei bambini.
Nel restante 25% (317 pazienti) la diagnosi si basa su esami di laboratorio sostenuti da altri sintomi suggestivi della malattia, frequentemente associati al coinvolgimento di:
– articolazioni (24%)
– sistema nervoso (21%)
– sistema muscolare (19%).
– pelle (5%)
– occhi (5%)
– cuore (4%).
Le differenze fra Nord, Centro e Sud
Lo studio rivela alcune peculiarità geografiche.
Se al Nord la maggior conoscenza dei sintomi caratteristici della malattia (in particolare dell’eritema migrante) favorisce le diagnosi precoci, nell’Italia centrale la minor consapevolezza della malattia determina “diagnosi sfuggenti” in un’alta percentuale di casi (85%), facilitando l’evolversi dell’infezione da una fase localizzata a una fase disseminata.
Al Sud la malattia si conferma rara: in un caso su 4 (24%) è contratta all’estero o in una regione diversa da quella di residenza.
Un’ampia sottostima
Lo studio concorda su un’ampia sottostima della malattia di Lyme nel territorio nazionale e sottolinea l’impossibilità di ottenere un quadro epidemiologico puntuale per carenza di segnalazioni alle autorità nazionali.
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L’improvvisa scomparsa in Brasile del pilota Douglas Costa e della fidanzata Mariana Giordano dopo un morso di zecca ha attirato l’attenzione su una malattia poco conosciuta in Europa e in Italia: la febbre maculosa delle Montagne rocciose (Rocky Mountain Spotted Fever – RMSF), un’infezione grave e molto diffusa negli Stati Uniti e nell’America centrale e meridionale.
A causarla è la Rickettsia rickettsii, un agente infettivo che si ritiene venga trasmesso molto rapidamente da esemplari di zecche infette, come:
– la zecca del cane (Dermacentor variabilis e Rhipicephalus sanguineus),
– la zecca del legno delle Montagne Rocciose (Dermacentor andersoni)
in grado di attaccare anche l’uomo.
Senza un tempestivo trattamento antibiotico l’infezione può rivelarsi mortale fino al 20-30% dei casi.
La situazione in Brasile
Secondo Il Mattino in Brasile si sono registrati, da inizio anno, 17 casi di febbre delle Montagne Rocciose e 8 decessi.
Nel 2022 i casi registrati sono stati 63 casi, con 44 decessi confermati e nel 2021 si sono contati 87 casi e 48 morti.
I sintomi
Le rickettsie si propagano all’interno delle cellule che costituiscono le pareti dei vasi sanguigni, danneggiandole e provocando dei coaguli all’interno dei vasi stessi con varie conseguenze negli organi interessati. La malattia si presenta con una triade di sintomi:
– febbre,
– forte mal di testa (cefalea), dolori muscolari,
– piccole eruzioni cutanee di colore rosso vivo (rash petecchiale o maculopapulare), spesso localizzate intorno ai polsi e alle caviglie, i palmi delle mani, le piante dei piedi e gli avambracci con rapida estensione al collo, al volto, alle ascelle, alle natiche e al tronco.
Tali manifestazioni possono accompagnarsi a sintomi gastrointestinali (nausea, vomito, dolori addominali) e alterazioni di varia gravità a carico:
– del sistema nervoso centrale
– del sistema respiratorio
– del sistema gastrointestinale
– del sistema renale
– del sistema circolatorio.
La malattia può inoltre provocare danni permanenti (amputazione di arti, dita delle mani o dei piedi per danni ai vasi sanguigni delle aree interessate; perdita dell’udito; paralisi; disabilità mentale).
Diagnosi e terapia
Sebbene siano disponibili numerosi test di laboratorio per la febbre maculata delle Montagne Rocciose, nessuno è sufficientemente rapido da consentire una diagnosi certa e tempestiva.
Poiché un trattamento antibiotico precoce è fondamentale per l’esito della malattia, il riconoscimento deve poggiare su basi cliniche e va sospettato ogni qual volta si presenti un paziente che vive o abbia frequentato un’area boschiva e presenti una febbre inspiegabile, cefalea e prostrazione, anche senza ricordare il morso di zecca.
La terapia antibiotica riduce notevolmente la mortalità e impedisce la maggior parte delle complicanze.
Prevenzione
Non esiste un vaccino efficace per prevenire la febbre delle Montagne Rocciose.
L’arma più valida resta pertanto evitare i morsi da zecca.
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