
La malattia di Lyme pone diverse sfide cliniche e, nelle regioni non endemiche dove i casi sono rari, la diagnosi può risultare particolarmente complessa, soprattutto quando l’infezione si manifesta con sintomi atipici.
Lo evidenzia uno studio dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, che descrive tre casi emblematici caratterizzati da significativi ritardi diagnostici e terapeutici.
Quando la geografia può trarre in inganno
In Italia la distribuzione della malattia di Lyme non è uniforme.
Circa l’87% dei casi si concentra nel Nord – in particolare nel Nord-Est – mentre Centro e Sud registrano percentuali molto più basse, rispettivamente intorno al 7% e al 5%.
In contesti come il Lazio, dove i casi sono sporadici, la percezione di una “bassa probabilità” può risultare fuorviante. I sintomi iniziali, infatti, possono essere attribuiti a patologie più comuni, con il rischio di ritardare la diagnosi e l’avvio della terapia corretta.
I tre casi dell’Istituto Spallanzani
Gli infettivologi dello Spallanzani descrivono tre pazienti che hanno contratto l’infezione durante viaggi all’estero o in contesti a rischio, ricevendo la diagnosi nel Lazio con ritardi compresi tra 3 e 6 mesi:

In tutti e tre i casi, la terapia antibiotica adeguata ha portato alla guarigione, ma solo dopo un percorso diagnostico tardivo.
Perché la diagnosi è arrivata in ritardo
La gestione iniziale dei pazienti si è basata su:
Questi fattori hanno contribuito a mascherare il quadro clinico, ritardando il riconoscimento dell’infezione e l’avvio della terapia appropriata.
Una malattia difficile da riconoscere
La malattia di Lyme è spesso definita “la grande simulatrice” per la varietà delle sue manifestazioni. Nelle aree non endemiche, questo aspetto diventa ancora più critico perché:
A complicare il quadro vi sono anche i test sierologici, che possono risultare negativi nelle prime 4 settimane dall’infezione. Per questo motivo, le linee guida sottolineano che un test negativo eseguito troppo precocemente non esclude la malattia in presenza di sintomi suggestivi.
Mobilità e cambiamenti ambientali: un rischio in evoluzione
Lo studio evidenzia un aspetto sempre più rilevante: la distinzione tra aree endemiche e non endemiche oggi è meno netta.
Viaggi, mobilità e cambiamenti climatici stanno modificando la distribuzione delle zecche e degli agenti infettivi. Una persona può contrarre l’infezione in un Paese diverso da quello di residenza e sviluppare i sintomi al rientro, rendendo più difficile collegare l’esposizione al rischio.
Informazione e consapevolezza: la vera prevenzione
Nei territori non endemici, la divulgazione delle conoscenze rappresenta uno strumento fondamentale per ridurre i ritardi diagnostici.
Alcuni comportamenti possono fare la differenza:
Un messaggio chiaro
I casi analizzati dallo Spallanzani dimostrano che l’assenza di endemicità locale non equivale all’assenza di rischio.
In un contesto sempre più interconnesso, riconoscere precocemente la malattia di Lyme richiede attenzione, informazione e dialogo tra paziente e medico. Solo così è possibile ridurre i ritardi e garantire un trattamento tempestivo ed efficace.
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