L’Istituto superiore di sanità ha pubblicato i dati sui casi di encefalite da zecche (Tbe) accertati in Italia dal 1° gennaio al 9 ottobre 2023. Complessivamente sono 42 (il 5% in più rispetto a ottobre 2022) e si riferiscono ai soli casi di «malattia neuro-invasiva» con severo coinvolgimento del sistema nervoso centrale.

Si tratta di circa il 20-30% dei casi reali. Il conteggio infatti non tiene conto:

– dei casi a guarigione spontanea (circa il 30%)

– con decorso moderato (febbre e sintomi simil-influenzali).

La distribuzione geografica

La rilevazione conferma il Nord-Est italiano come area endemica per la Tbe.

In cima alla classifica il Veneto, con 18 casi, seguito da:

– Provincia Autonoma di Trento (12 casi),

– Friuli Venezia Giulia (6 casi),

– Provincia Autonoma di Bolzano (3 casi)

– Emilia-Romagna (3 casi).

Il confronto con lo scorso anno

Rispetto a un anno fa le regioni interessate presentano alcune significative fluttuazioni.

Se in Veneto i casi sono diminuiti di oltre il 30% (da 27 a 18 casi), in provincia di Trento e in Friuli Venezia Giulia sono raddoppiati (da 6 a 12 casi e da 3 a 6 casi).

La Tbe ricompare inoltre in provincia di Bolzano dopo la pausa del 2022 (da 0 a 3 casi) e registra una leggera crescita in Emilia-Romagna (da 2 a 3 casi).

Aumenta inoltre l’età media delle persone colpite (da 54 a 59 anni), con netta prevalenza del sesso maschile.

Numeri destinati a salire?

L’Istituto superiore di sanità precisa che i dati del 2023 sono provvisori e attraverso le rilevazioni periodiche segnala che lo scorso anno la Tbe:

– ha registrato un numero elevato di casi nel tardo autunno (32 casi tra novembre e dicembre)

– ha causato due decessi, rivelandosi una malattia potenzialmente grave e ad esito mortale.

Il ruolo della prevenzione

Le cifre spiegano l’appello alla vaccinazione diffuso dalle autorità sanitarie delle regioni più colpite.

Indicano inoltre l’importanza di usare prudenza e assumere comportamenti di prevenzione personale durante passeggiate ed escursioni in aree boschive e naturali e, più in generale, quando si fanno attività all’aperto soprattutto in questo periodo, contrassegnato da:

– temperature ancora elevate e non di rado quasi estive

– un’elevata attività stagionale delle zecche.

Entrambe le situazioni aumentano il rischio di subire punture infettanti.

Il consiglio

Per la Tbe non esiste una terapia specifica, ma sono possibili solo trattamenti di supporto.

È quindi consigliato ricorrere sempreal medico in caso di:

– febbre sospetta e aspecifica

– notevole malessere generale

– forte mal di testa

– fotofobia.

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La zecca dei boschi (Ixodes ricinus) continua la sua espansione in Europa, dimostrando un’elevata capacità di adattarsi a diversi climi e latitudini. Lo segnala il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) con l’ultimo aggiornamento delle mappe sulla distribuzione delle zecche nella UE e nei Paesi limitrofi.

Il monitoraggio sottolinea la presenza dell’Ixodes ricinus dalla Scandinavia al Nord Africa, con punte elevate in Europa centrale, Francia, Spagna, Italia, Balcani, Europa dell’Est e Algeria.

Le segnalazioni

I dati diffusi dalle autorità comunitarie risalgono a fine agosto 2023 e rispetto al rilevamento precedente (febbraio 2023) rimarcano la diffusione:

– della zecca dei boschi (Ixodes ricinus) in 2.618 nuove aree dislocate a Nord e Sud del continente europeo,

– della zecca del cane (Rhipicephalus sanguineus) in 103 nuove zone del perimetro UE e del Nord Africa,

– della zecca gigante (Hyalomma marginatum) in 63 nuovi siti della Spagna meridionale e dell’Algeria.

I dati indicano anche una riduzione della zecca Dermacentor, primario vettore di infezioni di interesse veterinario, ma con nuove aree di presenza in Francia, Germania, Polonia, Ucraina e Russia.

Le conseguenze sulla salute

Le rilevazioni europee sottolineano un prevedibile aumento dei casi di:

– malattia di Lyme e coinfezioni

– encefalite da zecche (Tbe)

a seguito della sempre più estesa e capillare distribuzione della zecca dei boschi.

Segnalano inoltre il possibile e preoccupante propagarsi della febbre emorragica di Crimea-Congo – già responsabile di casi mortali in Spagna – per effetto dell’ampliata distribuzione geografica delle zecche Hyalomma.

Le previsioni

La modellazione dei dati suggerisce ipotesi non rosee per il futuro.

A parere della rete di sorveglianza europea i cambiamenti climatici, i cambiamenti nell’uso del suolo e i cambiamenti in atto nella fauna selvatica suggeriscono una sempre maggiore diffusione di varie specie di zecca in Europa e nei territori contermini, rendendo necessario:

– un attento monitoraggio del territorio della UE,

– l’adeguamento dei piani di sorveglianza e prevenzione in ambito comunitario e dei singoli Paesi a tutela della salute pubblica,

– l’importanza di promuovere campagne informative su vasta scala per sensibilizzare i cittadini sui rischi correlati al morso di zecca e sulle misure utili a prevenirli.

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Due ricerche della Tufts University – l’università privata del Massachusetts (USA), con sede a Boston – cercheranno di far luce sugli effetti a lungo termine della malattia di Lyme. L’obiettivo è trovare le «spie» dei sintomi di lungo periodo e spiegare se la causa è un’infezione persistente, una reinfezione o un malfunzionamento del sistema immunitario.

Entrambe le ricerche fanno parte della Lyme Disease Initiative, il programma che si propone di sradicare la malattia di Lyme entro il 2030 con rilevanti investimenti pubblici e privati.

Un test innovativo

Per favorire il riconoscimento precoce della malattia di Lyme, mostrare quando le persone sono guarite da un’infezione iniziale e diagnosticare la reinfezione gli scienziati della Tufs hanno messo a punto un test che sarà verificato su ampio campione di pazienti.

A giudizio degli sviluppatori il test è in grado di rilevare una particolare tipologia di anticorpi che le persone ammalate producono contro una sostanza – il fosfolipide – che i batteri di Lyme acquisiscono dall’ospite per crescere e moltiplicarsi.

Diversamente dagli anticorpi evidenziati con i test tradizionali, che si producono lentamente e perdurano nel tempo, gli anticorpi anti-fosfolipidi hanno dimostrato di svilupparsi rapidamente e di scomparire altrettanto rapidamente dopo un efficace trattamento antibiotico.

Di conseguenza i ricercatori ritengono che il test possa:

– consentire una diagnosi rapida

– monitorare l’effetto delle cure

– identificare i pazienti che sono stati reinfettati.

Se le prove avranno successo è ipotizzabile lo sviluppo di unaversione commerciale del test entro un paio d’anni.

Nel frattempo il team di ricerca studierà se «esistono specifici anticorpi fosfolipidici che sono marcatori della malattia di Lyme persistente».

Gli studi sul sistema immunitario

Il secondo filone di ricerca riguarda il sistema immunitario e prevede lo sviluppo di uno studio intrapreso dall’Università di Lubiana (Slo), pubblicato lo scorso maggio sulla rivista Emerging Infectious Diseases,

Il team sloveno ha rilevato livelli eccezionalmente elevati di un marcatore del sistema immunitario, chiamato interferone-alfa, in persone curate per la malattia di Lyme e con sintomi persistenti.

In collaborazione con la Tufs University, la ricerca sarà estesa a diverse centinaia di pazienti, per verificare:

– se alti livelli di interferone-alfa sono una costante nei casi di sintomi di lunga durata dopo il trattamento della malattia di Lyme

– cosa innesca l’anomalia immunitaria

– se l’età, o un fattore genetico, aumentano il rischio di sintomi persistenti di Lyme.

In caso di successo, la ricerca – a cui partecipano anche l’università dell’Illinois, l’università dell’Utah e la Johns Hopkins University – potrebbe consentire nuovi strumenti di screening per identificare i soggetti a rischio di sintomi persistenti dopo la malattia di Lyme e aprire la strada a nuovi trattamenti, come le terapie anti-interferone alfa.

Le ricadute

I risultati delle due ricerche potranno spiegare alcuni degli aspetti più controversi della malattia di Lyme:

– perché alcune persone sviluppano sintomi di lungo periodo nonostante un trattamento corretto

– quando attribuire tali sintomi alla Lyme o ad altra causa.

È ipotizzabile che l’avanzamento delle conoscenze produca risultati utili anche per altre malattie associate a disturbi persistenti, come il long-Covid.

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fonte immagine: Erik Karits, www.pexels.com

La comparsa di un arrossamento sulla pelle, soprattutto in questo periodo, è un segno da non trascurare: potrebbe essere il sintomo iniziale del morbo di Lyme oppure una lesione dovuta al Covid-19. Entrambe le malattie possono manifestarsi infatti attraverso la pelle, presentando un eritema esteso o un’eruzione cutanea, talora simile a un bersaglio, in varie parti del corpo.

Entrambe le infezioni inoltre sono emblematiche di questo inizio autunno, caratterizzato da:

– una più intensa attività delle zecche, dovuta all’abbassamento delle temperature e alla maggiore umidità legata alle piogge,

– una netta ripresa del virus SARS-CoV-2, documentata dalle statistiche nazionali con l’aumento dei contagi (da 5.889 a 30.777), dei ricoveri (da 697 a 2.378) e dei decessi (da 44 a 99).

I segni del Covid-19 sulla pelle

Secondo uno studio italiano pubblicato sul Journal of the American Academy of Dermatology e diffuso dalla rivista online quotidianosanità.it, sono 6 le manifestazioni cutanee da considerare possibili spie del Covid-19:

– un’apparente orticaria,

– un eritema esteso al tronco e agli arti, simile a quello del morbillo

– una reazione cutanea tipo varicella

– ecchimosi analoghe a quelle causate da un trauma (livedo reticularis)

– una improvvisa vasculite (lesione della pelle di colore rosso violaceo, dovuta all’infiammazione dei vasi sanguigni)

– lesioni paragonabili ai geloni.

L’eritema della malattia di Lyme

Nonostante possa assumere svariate forme, l’eritema della malattia di Lyme:

– si presenta nella zona del morso di zecca con un arrossamento della pelle, dalle sfumature che vanno dal rosa pallido, al rosso acceso, al viola

– in un’alta percentuale di casi ha un caratteristico aspetto ovale, ad anello o a bersaglio

– non dà prurito e solo raramente provoca una leggera sensazione di bruciore

– cresce lentamente, aumentando alcuni millimetri al giorno.

Le analogie

Le manifestazioni eritematose causate dalla malattia di Lyme e dal Covid-19 hanno alcune caratteristiche comuni. Possono:

– presentarsi in ogni parte del corpo

– assumere aspetti diversi e diverse gradazioni di colore.

Le differenze

Le due malattie presentano tuttavia alcune importanti diversità.

Le lesioni cutanee da Covid-19:

– compaiono di frequente in concomitanza ad altri sintomi, come febbre, mal di gola, raffreddore, tosse, disturbi intestinali

– solitamente hanno una breve durata

– si presentano in una percentuale ridotta di pazienti (fra il 5 e il 20%)

– possono associarsi a prurito.

L’eritema causato dalla malattia di Lyme:

– non è pruriginoso,

– tende a permanere per diverse settimane

– è presente in un alto numero di pazienti (fino al 75%)

– si espande gradualmente fino a raggiungere i 50 centimetri di diametro

– non si accompagna a sintomi respiratori o intestinali.

Cosa fare nell’eventualità di una lesione sulla pelle?

È sempre consigliabile rivolgersi al proprio medico curante.

Nel caso si sospetti un contagio da SARS-CoV-2 può essere utile fare un tampone o un test rapido per confermare o escludere la diagnosi di Covid-19.

Nell’eventualità invece si ipotizzi la malattia di Lyme è indicato circoscrivere con un pennarello la lesione e verificare se nei giorni successivi si espande fino a superare il bordo evidenziato. Tale particolarità va segnalata al medico per la tempestiva prescrizione del trattamento antibiotico.

Sconsigliato invece fare test di verifica: l’eritema è un sintomo caratteristico, ma iniziale della malattia e all’atto della sua presentazione gli anticorpi non sono generalmente rilevabili con gli esami del sangue. Il risultato del test potrebbe quindi essere falsamente negativo, ritardando le cure e consentendo alla malattia di progredire.

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Fonte immagine: Pennsylvania Department of Healt 

Un adesivo in grado di rilevare il DNA dei batteri che provocano la malattia di Lyme: è l’innovativo test rapido a cui sta lavorando l’università del Minnesota.

Il progetto, ancora in fase di sviluppo, annuncia un test semplice e di facile uso. Non appena tolta una zecca dalla pelle si applica l’adesivo sul sito del morso e, se la zecca ha trasmesso l’infezione, l’adesivo assume un certo colore, indicando il contagio.

Dal Minnesota alla Virginia

Non è l’unico test rapido in cui sono impegnati i centri di ricerca americani.

Il Virginia Polytechnic Institute and State University (meglio conosciuto come Virginia Tech) ha in fase avanzata un autotest sulle urine idoneo a rivelare la presenza dei batteri responsabili della malattia di Lyme già poche ore dopo aver contratto l’infezione.

Il test è ritenuto molto promettente ed ha ottenuto una sovvenzione di 1,2 milioni di dollari dal Dipartimento di Difesa americano.

Altri test all’orizzonte

L’anno scorso la fondazione “Steve and Alexandra Cohen” ha lanciato il LymeX Diagnostics Prize, un concorso con in palio fino a 10 milioni di dollari per accelerare lo sviluppo di nuove tecniche di rilevamento precoce della malattia di Lyme.

Ad oggi 10 gruppi di ricerca hanno superato il primo turno di selezione e sono stati chiamati a pianificare l’avanzamento del proprio prototipo di test.

Nell’insieme si tratta di proposte molto interessanti, che includono:

– tecnologie genomiche emergenti

– nuovi biomarcatori di malattia

– tecniche di imaging

– altri approcci diagnostici ad alto potenziale innovativo.

La conclusione della seconda fase del concorso è prevista per la fine anno con la nomina dei vincitori (fino a un massimo di 5), che potranno quindi fruire di importanti risorse tecniche ed economiche per accelerare la realizzazione delle soluzioni diagnostiche più promettenti.

I test attuali

Al momento i test più usati per la diagnosi della malattia di Lyme sono eseguiti in laboratorio e prevedono che un campione di sangue venga sottoposto a due tipi di esame.

Il primo, con funzione di screening, rivela la presenza di anticorpi contro i batteri responsabili della malattia. Se l’esito è positivo o dubbio viene eseguito un secondo esame, noto come test Western Blot, utile a confermare la presenza di anticorpi specifici per l’infezione.

La procedura, chiamata “a due livelli” e oggi considerata un fondamentale ausilio diagnostico, richiede di attendere 6-8 settimane dopo il morso di zecca per sottoporsi ai test, al fine di consentire agli anticorpi di raggiungere livelli rilevabili nel sangue.

L’esecuzione anticipata degli esami potrebbe quindi dare risultati falsamente negativi perché gli anticorpi non si sono ancora formati in misura adeguata e rilevabile.

Inoltre la positività dei test persiste anche dopo la cura antibiotica, con conseguente impossibilità di stabilirne gli effetti.

Perché nuovi test

Dietro la corsa a nuovi strumenti diagnostici c’è l’esigenza di disporre di test in grado di:

– favorire una diagnosi precoce e affidabile della malattia di Lyme, senza dover attendere i tempi necessari alla formazione degli anticorpi

– rilevare l’avvenuta guarigione dopo la cura antibiotica.

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L’encefalite da zecca (Tbe) è protagonista di questa fine estate. A Treviso gli ultimi due casi, con una dodicenne finita in ospedale dopo una gita con gli scout e un uomo di 67 anni, ricoverato in seguito a una passeggiata in quota. Entrambi si sono ammalati a causa del morso di una zecca infetta.

Purtroppo non si tratta di eventi isolati. Il Corriere del 1° settembre riporta 18 casi di Tbe accertati in Veneto nel 2023 , dieci dei quali con sintomi severia carico del sistema nervoso centrale e otto con conseguenze meno invasive.

La situazione nel Bellunese

Oltre della Marca Trevigiana c’è l’impegnativa situazione di Belluno.

L’ospedale San Martino – centro di riferimento per diagnosi e cura delle patologie da zecche – ha dimesso a fine agosto tre pazienti cinquantenni e trasferito un altro, di sessant’anni, dalla terapia intensiva in reparto con prognosi di insufficienza respiratoria, una complicanza seria, ma fortunatamente rara.

Dal Veneto al Friuli Venezia Giulia

Gli ultimi giorni di agosto hanno registrato due casi di encefalite da zecche anche all’ospedale di Udine, uno dei quali -proveniente dal Cadore- in condizioni definite «piuttosto gravi».

Tra le aree considerate più a rischio l’Alto Friuli e il Carso dove le zecche sono una minaccia sempre presente.

In Trentino

A luglio invece l’encefalite ha colpito il Trentino, costringendo una coppia residente in Valle del Chiese a ricorrere alle cure in ospedale. Per l’uomo si è reso necessario il trasferimento nel reparto di rianimazione di Rovereto, mentre la donna è stata ricoverata a Tione.

Stando ai dati forniti dall’Azienza sanitaria sono 10 icasi di Tbe registrati in provincia di Trento nel 2023, 9 dei quali con ricovero ospedaliero.

Veri e propri focolai di infezione sono stati rilevati in Valle di Non, Val di Cembra e nella Valle dei Laghi.

A parere della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige circa il 20% delle zecche può trasmettere il virus della Tbe. Nella maggior parte dei casi non provoca conseguenze, limitandosi a:

– febbre,

– dolore ai muscoli e alle articolazioni,

– mal di testa,

ma un terzo dei soggetti colpiti sviluppa sintomi neurologici prolungati che compromettono le attività quotidiane e la qualità della vita e lo 0,5% circa incorre in complicazioni mortali.

«Monti affollati di zecche»

I boschi del Nord-Est sono notoriamente popolati da zecche e richiedono molta attenzione nell’eventualità di gite e passeggiate, anche da parte dei frequentatori occasionali.

Tra le località più bersagliate le montagne del Bellunese, seguite dai rilievi del Vicentino, del Trentino e del Friuli Venezia Giulia.

La prevenzione

Le tre Regioni coinvolte raccomandano il vaccino anti-Tbe quale misura di prevenzione per quanti frequentano le zone montane.

In particolare l’Ulss Dolomiti sottolinea l’efficacia protettiva della vaccinazione, grazie alla quale i casi di malattia «sono largamente inferiori rispetto al potenziale».

In Friuli il vaccino è gratuito per i residenti dal 2013 e attualmente si somministrano circa 9-10mila dosi all’anno.

In Veneto è gratuito dal 2019 per quanti risiedono nel Bellunese, ma è disponibile anche nelle altre otto Usl della Regione pagando 25 euro di ticket. Fino ad oggi ne sono state distribuite oltre 110mila dosi.

Vaccino gratuito pure in provincia di Trento, dove la profilassi vaccinale è raccomandata non solo ai cittadini ma anche ai turisti.

L’importanza della protezione personale

In caso di vacanza o semplicemente di una gita in montagna ci sono 3 azioni da compiere anche se si è vaccinati:

– coprirsi il più possibile

– usare repellenti

– rimuovere subito eventuali zecche dalla pelle.

Oltre alla Tbe le zecche possono trasmettere altre malattie, la più diffusa delle quali è il morbo di Lyme per il quale non c’è ancora un vaccino.

Occorre ricordare inoltre che le zecche si trovano anche in pianura e nelle aree verdi di città e che in autunno sono particolarmente affamate e attive nella ricerca di un ospite sul quale nutrirsi.

Per evitare punture infettanti è quindi necessario tenere alta la guardia!

Una ricerca dell’ospedale universitario Careggi di Firenze – pubblicata l’11 agosto sulla rivista medica Journal of Infection – porta l’attenzione sulla SENLAT, una malattia trasmessa dalle zecche con rare segnalazioni in Italia, probabilmente sottodiagnosticata perché non sempre riconosciuta sul piano clinico.

A causarla è un morso di zecca localizzato molto spesso nel cuoio capelluto. Nel sito del morso compare una lesione necrotica (escara), preceduta da un rigonfiamento doloroso dei linfonodi del collo. A tali sintomi possono accompagnarsi:

– febbre

– mal di testa

– malessere generale.

Di cosa si tratta

Segnalata la prima volta in Francia nel 1997 la malattia ha cambiato nome tre volte nel corso degli anni.

Inizialmente è stata chiamata TIBOLA, abbreviazione di Tick-borne lymphadenopathy (Linfoadenopatia trasmessa da zecche), perché caratterizzata da un rigonfiamento doloroso dei linfonodi del collo.

A seguire è stata definita DEBONEL, abbreviazione di Dermacentor-borne necrosis erythema and lymphadenopathy (Linfoadenopatia eritema e necrosi trasmessi da Dermacentor) per specificare il nome della zecca generalmente responsabile dell’infezione (Dermacentor) e indicare altri sintomi presenti quali l’eritema e la necrosi, cioè la morte di una porzione del tessuto cutaneo (escara) localizzato nel sito del morso.

Da ultimo è stata nominata SENLAT, abbreviazione di Scalp Eschar and Neck Lymph Adenopathy After a Tick Bite (Escara del cuoio capelluto e linfoadenopatia del collo in seguito alla puntura di zecca).

Le cause

Responsabili della malattia sono la Rickettsia slovaca e la Rickettsia raoultii trasmesse dalle zecche soprattutto del genere Dermacentor, parassiti abituali di pecore e cani.

Le Dermacentor sono diffuse nelle aree rurali, in zone arbustive e nei pascoli di alta media montagna.

Sono molto attive da marzo a maggio e da settembre a novembre, periodi in cui si concentra il maggior rischio di subire una puntura infettante.

I più colpiti: donne e bambini

L’escara del cuoio capelluto e linfoadenopatia del collo è più frequente in donne e bambini.

Si cura con specifici antibiotici e solitamente non ha complicanze gravi.

Sono tuttavia possibili sintomi prolungati, soprattutto se la malattia non viene trattata in modo appropriato. I più comuni sono l’alopecia nel sito del morso di zecca e l’astenia, che può durare fino a diversi mesi.

La raccomandazione

Molto spesso le persone colpite dalla malattia riferiscono di non essersi accorte di aver subito un morso di zecca.

Dopo aver svolto attività all’aperto, soprattutto in zone rurali, è quindi raccomandata un’attenta ispezione di tutto il corpo e l’osservazione del cuoio capelluto, possibilmente con l’aiuto di un’altra persona.

Per approfondire

Adenopatia linfatica del cuoio capelluto e del collo dopo una puntura di zecca (SENLAT) in Toscana, Italia (2015-2022) | Infezione (springer.com)

fonte immagine https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4672452/

I ricercatori dell’università di Bristol (Regno Unito) hanno dimostrato che le comuni zecche dei boschi (Ixodes ricinus) sono in grado di compiere brevi voli, sfruttando la “carica elettrostatica accumulata da uomini e animali mentre camminano nell’erba”.

I risultati degli esperimenti sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Current biology e rivelano come le zecche possono utilizzare l’elettricità statica per agganciare i loro ospiti anche a distanza.

Le dimostrazioni

In un breve video gli scienziati mostrano una zecca mentre compie un balzo rapidissimo di alcuni centimetri per agganciarsi al materiale caricato elettricamente e, in un altro, documentano come vengono attratte da una zampa di coniglio.

Tali prove confermano la capacità delle zecche di sfruttare i campi elettrici, generati dagli animali nell’ambiente circostante, per agganciare le loro vittime a distanza, pur non potendo né di saltare né di volare.

In pratica dimostrano che le zecche agiscono passivamente, utilizzando le cariche elettrostatiche per attraversare spazi d’aria di diversi millimetri o centimetri e raggiungere così le loro vittime.

Una doverosa precisazione

Il team inglese ha realizzato i test in laboratorio. Non vi è quindi assoluta certezza che le zecche si comportino allo stesso modo anche in un ambiente naturale.

Le prove sperimentali hanno tuttavia accertato che:

Anche se non vi sono certezze assolute …

La scoperta dell’università di Bristol è rilevante e indica maggiori possibilità di subire un morso di zecca.

Di riflesso segnala maggiori rischi per la salute e invita a controllarsi sempre dopo una gita in montagna, in un bosco o in mezzo al verde.

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Fonte immagine: www.pexels.com

«La disinformazione sulla malattia di Lyme circola frequentemente in Internet e può competere, o addirittura oscurare, le linee guida scientifiche sulla prevenzione delle malattie trasmesse dalle zecche». Lo afferma un’indagine realizzata dalle università americane del Connecticut e del Rhode Island, comparsa il 26 luglio sulla rivista scientifica JMIR Formative Research.

Riflette i risultati di un sondaggio online che ha coinvolto 1190 persone.

Come si informano gli utenti di Internet

Le interviste hanno rivelato che la stragrande maggioranza (83%):

– si documenta sulla malattia di Lyme consultando i siti Internet degli enti sanitari, delle società scientifiche e delle istituzioni accademiche

– ritiene tali fonti attendibili ed ha fiducia nelle opinioni espresse da: autorità sanitarie nazionali, agenzie governative e medici che seguono le linee guida internazionali

– considera le informazioni acquisite una forte motivazione per proteggersi dal morso di zecca.

Il ruolo dei Social

Circa un quarto degli intervistati afferma tuttavia di consultare, oltre ai siti istituzionali, anche i propri contatti social e i gruppi online soprattutto per sapere:

– quanto tempo impiega una zecca per trasmettere la malattia di Lyme (59,5%)

– cosa pensano le comunità del web sull’uso di antibiotici a scopo preventivo, dopo un morso di zecca (65,4%)

– se i repellenti a base di DEET (dietiltoluamide) sono sicuri nei bambini (51,1%).

Al riguardo oltre il 50% dichiara di avere dubbi o perplessità sulle indicazioni contenute nei siti istituzionali.

Il messaggio

Per i ricercatori l’ampio utilizzo dei social network quale fonte di informazione e la fiducia dichiarata negli esperti “convenzionali” dovrebbe suggerire alle istituzioni sanitarie e scientifiche ed agli stessi esperti di usare le piattaforme social per dialogare e interagire direttamente con i cittadini.

La creazione di nuovi spazi di comunicazione social potrebbe avere tre vantaggi importanti:

– favorire pratiche corrette di prevenzione

– contribuire alla diffusione di notizie e indicazioni basate su conoscenze mediche e prove scientifiche

– arginare la circolazione di fake news in grado di influenzare le persone.

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