Ridurre il numero di zecche non è sufficiente per proteggere le persone dalla malattia di Lyme e da altre infezioni. A confermarlo è un’ampia ricerca scientifica che mostra come la prevenzione sia un tema molto più complesso e strettamente legato anche al comportamento umano.

I risultati arrivano da The Tick Project, il più grande studio mai realizzato sul controllo delle zecche in aree residenziali, secondo il quale il semplice contenimento della popolazione di zecche non si traduce automaticamente in una riduzione dei casi di malattia nell’uomo.

Tick Project: il più ampio studio sul controllo delle zecche

The Tick Project è uno studio scientifico durato quattro anni, condotto in 24 quartieri residenziali dello Stato di New York, una delle aree con la più alta incidenza di malattie trasmesse da zecche.

I ricercatori hanno valutato in modo rigoroso due strategie di controllo ambientale già ampiamente utilizzate:

L’obiettivo era verificare se la riduzione delle zecche fosse realmente associata a una diminuzione dei casi di malattia di Lyme nella popolazione coinvolta (2.384 persone).

I risultati dello studio

I dati raccolti mostrano che il controllo ambientale può effettivamente ridurre la densità delle zecche.

In particolare, l’utilizzo delle scatole esca con acaricida ha portato a una riduzione di circa il 50% delle zecche allo stadio ninfale, considerato il più pericoloso per l’uomo perché difficilmente visibile e maggiormente coinvolto nella trasmissione delle infezioni.

Cosa non è cambiato

Nonostante la significativa diminuzione del numero di parassiti, i ricercatori hanno osservato che:

Un risultato diverso riguarda invece gli animali domestici che vivono all’aperto: nei cani si è verificata una riduzione significativa dei casi di malattia.

Perché ridurre le zecche non basta

Secondo gli autori dello studio, la relazione tra numero di zecche presenti nel verde domestico e rischio di infezione è influenzata da diversi fattori.

La puntura infettante può avvenire:

Lo studio sottolinea inoltre che il rapporto tra densità di zecche e rischio di infezione non è lineare, rendendo necessario un approccio più ampio e integrato alla prevenzione.

Le buone pratiche ambientali funzionano davvero?

Un altro aspetto analizzato riguarda alcune misure spesso consigliate per ridurre il rischio di puntura, tra cui:

Le evidenze scientifiche disponibili non dimostrano in modo chiaro che queste strategie riducano il rischio di puntura o di malattia. In alcuni casi, tali interventi sono stati addirittura associati a un aumento dell’esposizione.

Questo non significa che siano inutili, ma che non possono essere considerate soluzioni sufficienti o garantite per prevenire i morsi di zecca.

Il messaggio chiave per la prevenzione

I risultati di The Tick Project rafforzano un concetto fondamentale: la prevenzione delle malattie trasmesse da zecche richiede un approccio integrato.

Le strategie più efficaci combinano:

Fino a quando non saranno disponibili nuovi metodi di controllo in grado di ridurre anche la trasmissione delle malattie, solo un insieme di azioni coordinate potrà migliorare in modo concreto la protezione della salute.

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Un ampio studio condotto negli Stati Uniti tra il 2015 e il 2024 ha analizzato la malattia di Lyme in gravidanza, confrontando gli esiti delle gravidanze colpite dall’infezione con quelli delle gravidanze senza Lyme. I risultati, pubblicati lo scorso 11 gennaio su Open Forum Infectious Diseases, mostrano che nella maggior parte dei casi gli esiti gestazionali sono simili.

Incidenza bassa della Lyme in gravidanza

La ricerca ha esaminato oltre 1 milione e 200mila gravidanze, individuando un numero limitato di casi di malattia di Lyme gestazionale.

L’incidenza media è risultata pari a 18,1 casi ogni 100.000 gravidanze, con valori significativamente più elevati nelle donne residenti in aree ad alta diffusione della malattia.

Confronto degli esiti avversi

Dal confronto tra gravidanze con e senza malattia di Lyme emerge che la maggior parte degli esiti è sostanzialmente sovrapponibile.

In particolare non sono state osservate differenze significative per:

Aborto spontaneo: 11% nel gruppo Lyme, 13% nel gruppo non Lyme.

Distacco della placenta: 0% nel gruppo Lyme, 1% del gruppo non Lyme

Parto pretermine: 7% nel gruppo Lyme, 8% del gruppo non Lyme.

Rottura prematura delle acque (PROM): 9% nel gruppo Lyme, 11% del gruppo non Lyme.

Pre-eclampsia/Eclampsia (grave forma di gestosi): 5% nel gruppo Lyme, 6% del gruppo non Lyme.

Morte fetale: 0% nel gruppo Lyme, <1% del gruppo non Lyme.

I dati suggeriscono che, nella maggior parte dei casi, la malattia di Lyme non modifica l’andamento e l’esito della gravidanza.

Le differenze osservate

Lo studio segnala tuttavia una maggiore frequenza di restrizione della crescita fetale intrauterina nelle gravidanze con malattia di Lyme (19%) rispetto a quelle senza infezione (10%). Si tratta di un dato che merita attenzione clinica, pur inserendosi in un quadro generale di esiti similari tra i due gruppi.

Curiosamente lo studio evidenzia un tasso di parti cesarei leggermente inferiore nelle donne con Lyme (25%) rispetto al gruppo non Lyme (28%).

Prevenzione sempre centrale

Gli autori della ricerca sottolineano che, nonostante i risultati rassicuranti, la prevenzione resta fondamentale, soprattutto per le donne in gravidanza che vivono o si spostano in zone a rischio.

Proteggersi dalle punture di zecca, controllare accuratamente la pelle dopo le attività all’aperto e rivolgersi tempestivamente al medico in caso di morso di zecca (o di un morso sospetto) sono comportamenti essenziali per ridurre il rischio di infezione.

Ridimensionare i timori senza trascurare i comportamenti corretti

Lo studio contribuisce a ridimensionare preoccupazioni diffuse, mostrando che la malattia di Lyme in gravidanza, nella maggior parte dei casi, presenta esiti simili alle gravidanze senza infezione.

I ricercatori tuttavia invitano le donne in gravidanza che risiedono o viaggiano in regioni endemiche a dare priorità alle misure di prevenzione.

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Uno studio pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Molecular Neurobiology avanza l’ipotesi di un possibile legame tra la malattia di Lyme, causata dal batterio Borrelia burgdorferi e il morbo di Alzheimer, indicando la neuroborreliosi come potenziale fattore scatenante dell’Alzheimer.

Le conclusioni sono caute: non c’è una prova di causalità, ma esistono evidenze che rendono il collegamento plausibile.

Cosa succede quando la malattia di Lyme interessa il cervello

Se la malattia di Lyme non viene trattata in fase iniziale può evolvere e colpire il sistema nervoso centrale, causando la neuroborreliosi di Lyme.

Lo studio evidenzia in particolare il collegamento tra neuroborreliosi, infiammazione persistente e conseguenze (neurologiche) a lungo termine, determinate da:

Le alterazioni tipiche dell’Alzheimer

Le cause esatte dell’Alzheimer non sono conosciute, ma sembrano legate all’alterazione del metabolismo di una proteina (la proteina precursore della beta amiloide, detta APP) che, per ragioni ancora da chiarire, porta alla formazionedi:

  1. accumuli di una sostanza neurotossica, la beta-amiloide
  2. disfunzioni di una proteina fondamentale per il funzionamento dei neuroni: la proteina tau.

Entrambi i processi causano la morte progressiva dei neuroni, con conseguente declino cognitivo.

I collegamenti tra Lyme e Alzheimer

Lo studio mostra che l’infezione da Borrelia può:

Nonostante queste scoperte gli autori restano cauti nel collegare la malattia di Lyme ad un possibile maggiore rischio di demenza dovuta all’Alzheimer.

Cosa rivelano le evidenze cliniche

A suggerire cautela sono anche le contrastanti evidenze cliniche disponibili.

Se da un lato alcuni studi post-mortem attestano l’avvenuto ritrovamento del DNA di Borrelia nel cervello di pazienti con Alzheimer, dall’altro vi sono studi che affermano il contrario.

In entrambi i casi le analisi si riferiscono a pochi casi selezionati che non consentono né di stabilire, né di escludere una relazione causale tra malattia di Lyme e morbo di Alzheimer.

Cosa conclude lo studio

Gli autori rimarcano che la malattia di Lyme può innescare infiammazione persistente nel cervello e attivare meccanismi simili a quelli dell’Alzheimer.

Ritengono quindi biologicamente plausibile considerare l’infezione da Borrelia un fattore scatenante o un acceleratore di declino cognitivo in persone predisposte.

Sottolineano l’importanza di studi a lungo termine su grandi gruppi di pazienti per indagare se esiste un rapporto di causa-effetto tra Lyme e Alzheimer.

Perché questa informazione è importante

Assieme alle prove, anche se non definitive, lo studio rilancia un messaggio pratico molto chiaro. Occorre:

così da ridurre il rischio di complicanze neurologiche a lungo termine, potenzialmente foriere gravi disabilità.

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La continua espansione della malattia di Lyme rende sempre più urgente lo sviluppo di nuove cure, vaccini e strategie di prevenzione.

Un recente approfondimento, pubblicato su Nature Medicine, descrive i principali filoni dell’attuale ricerca scientifica e indica tre priorità:

  1. contrastare il diffondersi dell’infezione
  2. favorire la diagnosi precoce per migliori garanzie di guarigione
  3. individuare terapie per il trattamento dei sintomi persistenti e migliorare la vita dei pazienti.

L’avanzata dei casi in Europa e negli Stati Uniti

Secondo le stime (per difetto), ogni anno si registrano oltre 200.000 casi di Lyme in Europa e più di 400.000 negli Stati Uniti. Un aumento costante, strettamente legato alla proliferazione delle zecche Ixodes, principali vettori della malattia.

In Europa l’infezione è trasmessa dalle comuni zecche dei boschi (Ixodes ricinus). Un tempo confinate agli ambienti boschivi e rurali, sono ora sempre più presenti:

Il risultato è una diffusa esposizione ai morsi di zecca e alla possibile trasmissione di agenti infettivi.

Diagnosi precoce: perché è fondamentale

Quando la malattia di Lyme è riconosciuta in fase iniziale può essere trattata con successo tramite antibiotici.

Tuttavia, la diagnosi non è sempre agevole. In assenza del tipico eritema migrante i sintomi iniziali possono risultare poco specifici ed essere scambiati per altre malattie, aumentando il rischio di ritardi diagnostici e terapeutici.

Un’eventualità dalle conseguenze importanti: la Lyme può evolvere e causare disturbi neurologici, cardiaci e articolari, con un impatto significativo sulla qualità della vita.

Malattia di Lyme post-trattamento (PTLD)

Anche dopo la terapia antibiotica, una percentuale di pazienti, stimata intorno al 14%, continua a manifestare sintomi persistenti. Questa condizione è nota come malattia di Lyme post-trattamento (PTLD) ed è caratterizzata da stanchezza cronica, dolori muscolari diffusi e difficoltà cognitive.

Per il trattamento di questi sintomi persistenti la Johns Hopkins University sta testando l’efficacia della tetraciclina, un antibiotico che vanta anche proprietà antinfiammatorie. I primi risultati dello studio sul monitoraggio del farmaco sono attesi nel 2026.

Nuove terapie

La ricerca scientifica si sta orientando anche verso terapie più mirate contro la Borrelia, agente della malattia di Lyme. Studi recenti suggeriscono che frammenti della parete cellulare del batterio possano persistere nei tessuti anche dopo l’infezione acuta, alimentando un’infiammazione cronica.

Sul fronte dei farmaci, la ricerca punta sulla Piperacillina, che nei modelli animali ha mostrato un’elevata efficacia contro la Borrelia. I ricercatori stanno lavorando per svilupparne una formulazione orale, che potrebbe facilitarne l’impiego su vasta scala e stanno anche esplorando un’idea interessante: l’utilizzo di una singola iniezione dopo una puntura di zecca per eliminare il battere ed evitare la malattia.

Prevenzione: farmaci e vaccini

Accanto alle cure, la prevenzione rimane l’arma più efficace contro la malattia di Lyme.

Tra le novità più interessanti c’è TP-05, un farmaco orale progettato per uccidere le zecche prima che possano trasmettere l’infezione. Nei primi test clinici ha dimostrato una mortalità delle zecche fino al 97% entro 24 ore, riducendo drasticamente il rischio di contagio.

Un ruolo chiave potrebbe essere svolto anche dai vaccini.

Il vaccino sperimentale VLA15, sviluppato da Pfizer e Valneva e attualmente in fase 3 di sperimentazione (l’ultima fase sperimentale sull’uomo) è progettato per bloccare la trasmissione del batterio direttamente nella zecca e prevenire l’infezione alla fonte. I risultati definitivi dello studio sono previsti entro il 2026 .

Un approccio integrato contro la malattia di Lyme

Il mondo della ricerca segnala chiaramente che non esiste una soluzione unica alla malattia di Lyme.

Il futuro passa da un approccio integrato che comprende:

In questo contesto un ruolo chiave è affidato anche all’informazione: conoscere gli effetti del morso di zecca ed essere consapevoli delle conseguenze resta il primo e fondamentale passo per proteggere la salute.

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Siamo arrivati a Natale e alla vigilia di un nuovo anno. A quanti ci seguono, e a coloro che vorranno farlo in futuro, rivolgiamo i migliori auguri di buone Feste, insieme a un ringraziamento per la fiducia e la partecipazione.

Siamo convinti che anche nel 2026 potremo contare sulle domande, i commenti e la voglia di condividere esperienze che ci hanno accompagnato fin qui, contribuendo a realizzare una comunità sempre più consapevole dei rischi legati al morso di zecca, delle malattie che può trasmettere e dell’importanza di usare la prevenzione come strumento di difesa per la propria salute.

Continuazione dell’impegno

Anche nel 2026 continueremo a impegnarci per offrire contenuti informativi, basati su fonti autorevoli, con aggiornamenti, approfondimenti e risorse utili:

Pausa e ripresa delle news

Per ricaricare le idee e fare alcune verifiche tecniche sulle prestazioni del sito, le news saranno temporaneamente sospese dal 29 dicembre al 12 gennaio 2026.

La loro pubblicazione tornerà online, con la consueta regolarità del lunedì, a partire dal 19 gennaio 2026.

Un ringraziamento e un auspicio

Un grazie sincero per i suggerimenti e gli stimoli che ci avete offerto!

Contiamo di poterli ricevere anche in futuro: saranno la nostra guida per i nuovi contenuti del prossimo anno.

Buon Natale e l’augurio di un 2026 ricco di salute, consapevolezza e soddisfazioni

Maurizio Ruscio e il team di Morsodizecca.it

In chiusura del 2025, anno in cui si celebra il 50° anniversario della malattia di Lyme, una ricerca del Johns Hopkins Lyme Disease Research Center getta nuova luce sui segnali cerebrali che potrebbero predire la guarigione completa dalla malattia.

Dal Connecticut al cervello: la storia di una scoperta

Correva l’anno 1975 quando nelle zone boschive di Old Lyme, in Connecticut, si è individuata per la prima volta una sindrome caratterizzata da artriti e “arrossamenti” (rash) cutanei, poi denominata “malattia di Lyme”.

Nel 1981 lo scienziato Willy Burgdorfer ne ha isolato il batterio responsabile, la Borrelia burgdorferi, consentendo di:

Da allora la ricerca ha fatto progressi importanti, ma permangono sfide cliniche, in particolare per i pazienti che sviluppano sintomi persistenti dopo il trattamento (affaticamento, dolore muscoloscheletrico diffuso e/o difficoltà cognitive), noti come sindrome della malattia di Lyme post trattamento (PTLDS).

Una “firma cerebrale” che predice la guarigione

Il nuovo studio della Johns Hopkins ha utilizzato tecniche avanzate di risonanza magnetica funzionale (fMRI) per misurare l’attività cerebrale nei pazienti completamente guariti, confrontandoli con quelli che hanno sviluppato PTLDS e persone sane. I partecipanti sono stati seguiti nel tempo con scansioni cerebrali ripetute e valutazioni cliniche per monitorare i cambiamenti nell’attività cerebrale e nei sintomi.

I ricercatori hanno così scoperto che, durante le prime fasi dell’infezione, segnali robusti di attività della sostanza bianca (la rete di fibre nervose che serve a permettere lo scambio di informazioni da una parte di cervello all’altra) erano associati a migliori prestazioni cognitive, umore più stabile e minori sintomi generali, ovvero a una maggiore probabilità di guarigione completa.

La scoperta di un possibile marker biologico

Lo studio ha quindi rilevato che i pazienti privi di un’analoga risposta cerebrale precoce sembravano più inclini a sviluppare sintomi di lungo periodo.

Tale scoperta ha suggerito di considerare i cambiamenti biologici della materia bianca un possibile marker precoce del rischio di malattia di Lyme post-trattamento (PTLDS) .

Perché è una scoperta importante

Il dato sorprendente – che un’attività cerebrale all’inizio dell’infezione possa indicare migliori probabilità di guarigione – apre nuove prospettive nella diagnosi e nel trattamento della malattia di Lyme.

In pratica, la scoperta potrebbe aiutare a:

Un anniversario che guarda al futuro

A mezzo secolo dalla sua prima identificazione, la malattia di Lyme continua a essere un campo di studio ancora ricco di sfide. La nuova ricerca di Johns Hopkins aggiunge un tassello alla comprensione di come il nostro organismo reagisce all’infezione e segna un possibile passo in avanti nel formulare la prognosi e orientare il trattamento con strategie terapeutiche mirate.

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Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, al 2 dicembre 2025 sono stati accertati 58 casi di encefalite da zecche (TBE) nella forma neuro-invasiva, quella più grave. Il numero è praticamente sovrapponibile al 2024 (59 casi), anche se gli ultimi dati sono ancora in fase di verifica.

La TBE conferma così un andamento stabile rispetto al 2024, ma con alcune novità importanti nella geografia del rischio e nella stagionalità, aspetti che richiedono particolare attenzione in vista del 2026.

Dove si sono verificati i casi

I 58 casi di TBE neuro-invasiva registrati nel 2025 sono concentrati quasi totalmente nel Nord-Est italiano, che continua a rappresentare un’area ad alta endemia.

Il più colpito è il Trentino-Alto Adige, con 26 casi (22 in Provincia di Trento e 4 in Provincia di Bolzano). A seguire ci sono:

Veneto: 18 casi

Friuli Venezia Giulia: 9 casi

Lombardia: 2 casi

Toscana: 2 casi

Emilia-Romagna: 1 caso.

Il Triveneto da solo registra 53 casi su 58, pari al 90% del totale.

Nessun caso invece è segnalato nelle regioni del Sud, dove il clima caldo e secco non favorisce la sopravvivenza della zecca vettore (Ixodes ricinus) né degli animali serbatoio del TBE-virus.

Un rischio non più solo estivo: aumento dei casi in autunno

L’andamento stagionale del 2025 mostra un dato rilevante: la TBE non è più una malattia limitata ai mesi estivi.

A fine settembre i casi erano 39; sono saliti a 48 il 23 ottobre, poi a 54 il 27 novembre e infine a 58 a inizio dicembre.

Questo incremento autunnale – 19 nuovi casi tra ottobre e novembre – dimostra come il secondo picco di attività delle zecche, tipico dell’autunno, rappresenti ormai un periodo di rischio da non sottovalutare.

2025 e 2024 a confronto: cambia la geografia del rischio

Pur mantenendosi stabili nel numero, i casi di TBE mostrano nel 2025 un profilo geografico diverso rispetto al 2024:

Una nota positiva riguarda la mortalità: nl 2025 è stato registrato un solo decesso, rispetto ai tre del 2024.

Che cosa significa TBE neuro-invasiva

La forma neuro-invasiva è la manifestazione più grave dell’encefalite da zecche. Coinvolge il sistema nervoso centrale, provocando quadri di meningite, encefalite o mielite.

Tra i sintomi generali, da considerare veri e propri campanelli di allarme, vi sono: febbre alta improvvisa, forte mal di testa resistente agli analgesici, dolori muscolari e articolari, seguiti o accompagnati da:

In presenza di sintomi neurologici associati a febbre, dopo un morso di zecca o un soggiorno in area endemica, è raccomandato rivolgersi immediatamente al medico.

Non esiste una cura, ma è possibile la prevenzione

Per la TBE non sono disponibili farmaci specifici: il trattamento è esclusivamente di supporto e nei casi più gravi è necessario il ricovero ospedaliero. Anche dopo la guarigione possono persistere conseguenze importanti, come deficit neurologici (problemi di movimento), cognitivi (difficoltà di concentrazione, disturbi della memoria e dell’apprendimento) e neuropsicologici (irritabilità, alterazioni dell’umore e del carattere), che tendono a essere più frequenti e severi con l’avanzare dell’età.

La forma di protezione più efficace è la vaccinazione, raccomandata nelle Regioni in cui è nota la circolazione della malattia.

In aree come Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia sono attivi programmi vaccinali gratuiti per residenti e categorie a rischio, e la vaccinazione è suggerita anche ai turisti.

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Un nuovo studio guidato dall’Università di Vienna e dal Center for Molecular Medicine (CeMM) rivela che la saliva della zecca Ixodes ricinus — la comune zecca dei boschi — è in grado di alterare le difese della pelle e favorire la trasmissione della Borrelia, il battere responsabile della malattia di Lyme.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Communications, descrive i meccanismi con cui le zecche influenzano il sistema immunitario al fine di introdurre gli agenti infettivi.

Come la saliva della zecca “disarma” la pelle

Lo studio si è concentrato sulle cosiddette cellule di Langerhans: cellule immunitarie presenti nello strato superficiale della pelle. In condizioni normali sono le prime a riconoscere i microrganismi patogeni e attivare una risposta protettiva.

I ricercatori hanno dimostrato che il contatto con la saliva della zecca induce le cellule di Langerhans a:

Il risultato è una riduzione temporanea delle difese cutanee, che facilita l’ingresso nell’organismo dei patogeni trasmessi dalla zecca.

Una scoperta che apre nuove possibilità

La spiegazione del modo in cui la saliva di zecca favorisce l’infezione apre la strada a due importanti sviluppi:

Cosa significa per chi vive o lavora in aree a rischio

La ricerca fornisce una spiegazione concreta del meccanismo con cui la saliva della zecca favorisce la trasmissione di infezioni, come la malattia di Lyme, alterando la capacità della pelle di difendersi.

Dimostra come una puntura di zecca può rappresentare una “finestra di vulnerabilità”, alquanto insidiosa per la salute.

Sottolinea quindi l’importanza di prevenire i morsi di zecca e di tenere alta la guardia in ogni attività all’aperto, soprattutto nelle aree a rischio.

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La Sindrome Alfa-Gal, l’allergia alla carne rossa scatenata di morsi di zecca, registra il primo decesso negli Stati Uniti. Lo rivela uno studio appena pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology: In Practice, che richiama l’attenzione su un rischio serio ed emergente anche in Italia.

Che cos’è la Sindrome Alfa-Gal

La Sindrome Alfa-Gal è un’allergia alimentare causata dalla sensibilizzazione alla molecola di zucchero alpha-gal, presente nella carne di mammiferi come manzo, maiale, agnello e nei prodotti derivati (latticini, formaggi, gelatine alimentari).

La sensibilizzazione avviene generalmente dopo i morsi di zecca: attraverso la saliva, la zecca introduce la molecola nel sangue, attivando una risposta immunitaria. Quando la persona successivamente consuma carne rossa o derivati, può sviluppare una reazione allergica che può variare da sintomi cutanei e gastrointestinali fino allo shock anafilattico improvviso e grave.

Come si manifesta la reazione allergica

Una caratteristica critica della Sindrome Alfa-Gal è la latenza: i sintomi non si manifestano subito, ma da 2 a 6 ore dopo l’ingestione della carne.

Tra le manifestazioni più comuni:

Questa variabilità e il ritardo nella comparsa dei sintomi spesso portano a diagnosi tardive o errate, soprattutto se non si collega la reazione a un precedente morso di zecca.

Il caso che ha acceso l’allarme negli Stati Uniti

La vittima è un uomo di 47 anni del New Jersey. Dopo aver mangiato una bistecca durante un campeggio e, due settimane dopo, un hamburger accompagnato da una birra, ha sviluppato una reazione allergica severa, culminata nel decesso alcune ore dopo l’ultimo pasto.

L’autopsia ha inizialmente refertato il caso come “morte improvvisa inspiegata”. Solo analisi più approfondite effettuate presso l’Università della Virginia hanno permesso di identificare la Sindrome Alfa-Gal come causa del decesso.

Perché la reazione è stata così grave

Secondo gli esperti, diversi fattori possono aver contribuito ad aggravare la risposta allergica:

Questi elementi sono stati indicati co-fattori in grado di amplificare l’intensità della reazione.

La Sindrome Alfa-Gal riguarda anche l’Italia

La sindrome, anche se meno diffusa rispetto ad altre malattie trasmesse dalle zecche, è considerata un rischio emergente e molto serio. Un caso clinico descritto nel 2015 e una ricerca del 2017 documentano casi anche in Italia, associati alla zecca Ixodes ricinus, la comune zecca dei boschi.

La difficoltà diagnostica, unita all’ampia diffusione delle zecche e agli effetti dei cambiamenti climatici, lascia supporre che i casi reali possano essere sottostimati.

Come proteggersi dal morso di zecca

Per ridurre il rischio:

Chi manifesta sintomi (dolore orticaria, addominale, gonfiore o disturbi gastrointestinali) alcune ore dopo aver consumato carne rossa deve:

In caso di diagnosi è necessario evitare carne di mammiferi e derivati, compresi gelatine, brodi pronti e alcuni prodotti contenenti grassi animali.

Vanno anche evitati ulteriori morsi di zecca perché possono:

Le implicazioni

Il decesso registrato negli Stati Uniti conferma che la Sindrome Alfa-Gal è un serio problema da conoscere.

Occorre aumentare la consapevolezza tra cittadini e operatori sanitari sulle reazioni allergiche ritardate dopo un pasto con carne rossa, soprattutto in soggetti che frequentano ambienti a rischio zecche e che potrebbero essere sensibilizzati all’alfa-gal senza saperlo.

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