Un ampio studio condotto negli Stati Uniti tra il 2015 e il 2024 ha analizzato la malattia di Lyme in gravidanza, confrontando gli esiti delle gravidanze colpite dall’infezione con quelli delle gravidanze senza Lyme. I risultati, pubblicati lo scorso 11 gennaio su Open Forum Infectious Diseases, mostrano che nella maggior parte dei casi gli esiti gestazionali sono simili.
Incidenza bassa della Lyme in gravidanza
La ricerca ha esaminato oltre 1 milione e 200mila gravidanze, individuando un numero limitato di casi di malattia di Lyme gestazionale.
L’incidenza media è risultata pari a 18,1 casi ogni 100.000 gravidanze, con valori significativamente più elevati nelle donne residenti in aree ad alta diffusione della malattia.
Confronto degli esiti avversi
Dal confronto tra gravidanze con e senza malattia di Lyme emerge che la maggior parte degli esiti è sostanzialmente sovrapponibile.
In particolare non sono state osservate differenze significative per:
–Aborto spontaneo: 11% nel gruppo Lyme, 13% nel gruppo non Lyme.
–Distacco della placenta: 0% nel gruppo Lyme, 1% del gruppo non Lyme
–Parto pretermine: 7% nel gruppo Lyme, 8% del gruppo non Lyme.
–Rottura prematura delle acque (PROM): 9% nel gruppo Lyme, 11% del gruppo non Lyme.
–Pre-eclampsia/Eclampsia (grave forma di gestosi): 5% nel gruppo Lyme, 6% del gruppo non Lyme.
–Morte fetale: 0% nel gruppo Lyme, <1% del gruppo non Lyme.
I dati suggeriscono che, nella maggior parte dei casi, la malattia di Lyme non modifica l’andamento e l’esito della gravidanza.
Le differenze osservate
Lo studio segnala tuttavia una maggiore frequenza di restrizione della crescita fetale intrauterina nelle gravidanze con malattia di Lyme (19%) rispetto a quelle senza infezione (10%). Si tratta di un dato che merita attenzione clinica, pur inserendosi in un quadro generale di esiti similari tra i due gruppi.
Curiosamente lo studio evidenzia un tasso di parti cesarei leggermente inferiore nelle donne con Lyme (25%) rispetto al gruppo non Lyme (28%).
Prevenzione sempre centrale
Gli autori della ricerca sottolineano che, nonostante i risultati rassicuranti, la prevenzione resta fondamentale, soprattutto per le donne in gravidanza che vivono o si spostano in zone a rischio.
Proteggersi dalle punture di zecca, controllare accuratamente la pelle dopo le attività all’aperto e rivolgersi tempestivamente al medico in caso di morso di zecca (o di un morso sospetto) sono comportamenti essenziali per ridurre il rischio di infezione.
Ridimensionare i timori senza trascurare i comportamenti corretti
Lo studio contribuisce a ridimensionare preoccupazioni diffuse, mostrando che la malattia di Lyme in gravidanza, nella maggior parte dei casi, presenta esiti simili alle gravidanze senza infezione.
I ricercatori tuttavia invitano le donne in gravidanza che risiedono o viaggiano in regioni endemiche a dare priorità alle misure di prevenzione.
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Uno studio pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Molecular Neurobiology avanza l’ipotesi di un possibile legame tra la malattia di Lyme, causata dal batterio Borrelia burgdorferi e il morbo di Alzheimer, indicando la neuroborreliosi come potenziale fattore scatenante dell’Alzheimer.
Le conclusioni sono caute: non c’è una prova di causalità, ma esistono evidenze che rendono il collegamento plausibile.
Cosa succede quando la malattia di Lyme interessa il cervello
Se la malattia di Lyme non viene trattata in fase iniziale può evolvere e colpire il sistema nervoso centrale, causando la neuroborreliosi di Lyme.
Lo studio evidenzia in particolare il collegamento tra neuroborreliosi, infiammazione persistente e conseguenze (neurologiche) a lungo termine, determinate da:
- Biofilm batterici: la Borrelia può formare biofilm, una sorta di “pellicola” protettiva che le consente di ostacolare l’azione del sistema immunitario, resistere agli antibiotici e mantenere viva l’infiammazione nel tempo.
- Attivazione della Microglia: la formazione di biofilm attiva le cellule immunitarie del cervello (microglia), che rilasciano continuamente proteine pro-infiammatorie (come IL-6 e IL-8).
- Danno Neuronale: questo ambiente infiammatorio danneggia i neuroni direttamente e altera anche importanti segnali neuroprotettivi, creando un terreno fertile per la neurodegenerazione.
Le alterazioni tipiche dell’Alzheimer
Le cause esatte dell’Alzheimer non sono conosciute, ma sembrano legate all’alterazione del metabolismo di una proteina (la proteina precursore della beta amiloide, detta APP) che, per ragioni ancora da chiarire, porta alla formazionedi:
- accumuli di una sostanza neurotossica, la beta-amiloide
- disfunzioni di una proteina fondamentale per il funzionamento dei neuroni: la proteina tau.
Entrambi i processi causano la morte progressiva dei neuroni, con conseguente declino cognitivo.
I collegamenti tra Lyme e Alzheimer
Lo studio mostra che l’infezione da Borrelia può:
- favorire la produzione e l’accumulo di beta-amiloide
- aumentare le disfunzioni della proteina tau
- alterare la proteina precursore dell’amiloide (APP).
Nonostante queste scoperte gli autori restano cauti nel collegare la malattia di Lyme ad un possibile maggiore rischio di demenza dovuta all’Alzheimer.
Cosa rivelano le evidenze cliniche
A suggerire cautela sono anche le contrastanti evidenze cliniche disponibili.
Se da un lato alcuni studi post-mortem attestano l’avvenuto ritrovamento del DNA di Borrelia nel cervello di pazienti con Alzheimer, dall’altro vi sono studi che affermano il contrario.
In entrambi i casi le analisi si riferiscono a pochi casi selezionati che non consentono né di stabilire, né di escludere una relazione causale tra malattia di Lyme e morbo di Alzheimer.
Cosa conclude lo studio
Gli autori rimarcano che la malattia di Lyme può innescare infiammazione persistente nel cervello e attivare meccanismi simili a quelli dell’Alzheimer.
Ritengono quindi biologicamente plausibile considerare l’infezione da Borrelia un fattore scatenante o un acceleratore di declino cognitivo in persone predisposte.
Sottolineano l’importanza di studi a lungo termine su grandi gruppi di pazienti per indagare se esiste un rapporto di causa-effetto tra Lyme e Alzheimer.
Perché questa informazione è importante
Assieme alle prove, anche se non definitive, lo studio rilancia un messaggio pratico molto chiaro. Occorre:
- prevenire i morsi di zecca
- diagnosticare precocemente la malattia di Lyme
- trattare tempestivamente l’infezione
così da ridurre il rischio di complicanze neurologiche a lungo termine, potenzialmente foriere gravi disabilità.
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La continua espansione della malattia di Lyme rende sempre più urgente lo sviluppo di nuove cure, vaccini e strategie di prevenzione.
Un recente approfondimento, pubblicato su Nature Medicine, descrive i principali filoni dell’attuale ricerca scientifica e indica tre priorità:
- contrastare il diffondersi dell’infezione
- favorire la diagnosi precoce per migliori garanzie di guarigione
- individuare terapie per il trattamento dei sintomi persistenti e migliorare la vita dei pazienti.
L’avanzata dei casi in Europa e negli Stati Uniti
Secondo le stime (per difetto), ogni anno si registrano oltre 200.000 casi di Lyme in Europa e più di 400.000 negli Stati Uniti. Un aumento costante, strettamente legato alla proliferazione delle zecche Ixodes, principali vettori della malattia.
In Europa l’infezione è trasmessa dalle comuni zecche dei boschi (Ixodes ricinus). Un tempo confinate agli ambienti boschivi e rurali, sono ora sempre più presenti:
- nelle aree naturali: prati e sentieri escursionistici
- negli ambienti urbani: parchi pubblici e giardini privati
- nei luoghi di svago: aree verdi cittadine, dove il contatto con l’uomo è sempre più frequente.
Il risultato è una diffusa esposizione ai morsi di zecca e alla possibile trasmissione di agenti infettivi.
Diagnosi precoce: perché è fondamentale
Quando la malattia di Lyme è riconosciuta in fase iniziale può essere trattata con successo tramite antibiotici.
Tuttavia, la diagnosi non è sempre agevole. In assenza del tipico eritema migrante i sintomi iniziali possono risultare poco specifici ed essere scambiati per altre malattie, aumentando il rischio di ritardi diagnostici e terapeutici.
Un’eventualità dalle conseguenze importanti: la Lyme può evolvere e causare disturbi neurologici, cardiaci e articolari, con un impatto significativo sulla qualità della vita.
Malattia di Lyme post-trattamento (PTLD)
Anche dopo la terapia antibiotica, una percentuale di pazienti, stimata intorno al 14%, continua a manifestare sintomi persistenti. Questa condizione è nota come malattia di Lyme post-trattamento (PTLD) ed è caratterizzata da stanchezza cronica, dolori muscolari diffusi e difficoltà cognitive.
Per il trattamento di questi sintomi persistenti la Johns Hopkins University sta testando l’efficacia della tetraciclina, un antibiotico che vanta anche proprietà antinfiammatorie. I primi risultati dello studio sul monitoraggio del farmaco sono attesi nel 2026.
Nuove terapie
La ricerca scientifica si sta orientando anche verso terapie più mirate contro la Borrelia, agente della malattia di Lyme. Studi recenti suggeriscono che frammenti della parete cellulare del batterio possano persistere nei tessuti anche dopo l’infezione acuta, alimentando un’infiammazione cronica.
Sul fronte dei farmaci, la ricerca punta sulla Piperacillina, che nei modelli animali ha mostrato un’elevata efficacia contro la Borrelia. I ricercatori stanno lavorando per svilupparne una formulazione orale, che potrebbe facilitarne l’impiego su vasta scala e stanno anche esplorando un’idea interessante: l’utilizzo di una singola iniezione dopo una puntura di zecca per eliminare il battere ed evitare la malattia.
Prevenzione: farmaci e vaccini
Accanto alle cure, la prevenzione rimane l’arma più efficace contro la malattia di Lyme.
Tra le novità più interessanti c’è TP-05, un farmaco orale progettato per uccidere le zecche prima che possano trasmettere l’infezione. Nei primi test clinici ha dimostrato una mortalità delle zecche fino al 97% entro 24 ore, riducendo drasticamente il rischio di contagio.
Un ruolo chiave potrebbe essere svolto anche dai vaccini.
Il vaccino sperimentale VLA15, sviluppato da Pfizer e Valneva e attualmente in fase 3 di sperimentazione (l’ultima fase sperimentale sull’uomo) è progettato per bloccare la trasmissione del batterio direttamente nella zecca e prevenire l’infezione alla fonte. I risultati definitivi dello studio sono previsti entro il 2026 .
Un approccio integrato contro la malattia di Lyme
Il mondo della ricerca segnala chiaramente che non esiste una soluzione unica alla malattia di Lyme.
Il futuro passa da un approccio integrato che comprende:
- una migliore sorveglianza sulla diffusione delle zecche
- la prevenzione tramite vaccino e farmaci per bloccare l’infezione e proteggere le persone ad alto rischio
- antibiotici di nuova generazione per debellare l’agente causale della malattia
- trattamenti in grado di alleviare i sintomi persistenti.
In questo contesto un ruolo chiave è affidato anche all’informazione: conoscere gli effetti del morso di zecca ed essere consapevoli delle conseguenze resta il primo e fondamentale passo per proteggere la salute.
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Siamo arrivati a Natale e alla vigilia di un nuovo anno. A quanti ci seguono, e a coloro che vorranno farlo in futuro, rivolgiamo i migliori auguri di buone Feste, insieme a un ringraziamento per la fiducia e la partecipazione.
Siamo convinti che anche nel 2026 potremo contare sulle domande, i commenti e la voglia di condividere esperienze che ci hanno accompagnato fin qui, contribuendo a realizzare una comunità sempre più consapevole dei rischi legati al morso di zecca, delle malattie che può trasmettere e dell’importanza di usare la prevenzione come strumento di difesa per la propria salute.
Continuazione dell’impegno
Anche nel 2026 continueremo a impegnarci per offrire contenuti informativi, basati su fonti autorevoli, con aggiornamenti, approfondimenti e risorse utili:
- sulla malattia di Lyme
- sulla TBE (encefalite da zecche)
- sulle possibili coinfezioni.
Pausa e ripresa delle news
Per ricaricare le idee e fare alcune verifiche tecniche sulle prestazioni del sito, le news saranno temporaneamente sospese dal 29 dicembre al 12 gennaio 2026.
La loro pubblicazione tornerà online, con la consueta regolarità del lunedì, a partire dal 19 gennaio 2026.
Un ringraziamento e un auspicio
Un grazie sincero per i suggerimenti e gli stimoli che ci avete offerto!
Contiamo di poterli ricevere anche in futuro: saranno la nostra guida per i nuovi contenuti del prossimo anno.
Buon Natale e l’augurio di un 2026 ricco di salute, consapevolezza e soddisfazioni
Maurizio Ruscio e il team di Morsodizecca.it
In chiusura del 2025, anno in cui si celebra il 50° anniversario della malattia di Lyme, una ricerca del Johns Hopkins Lyme Disease Research Center getta nuova luce sui segnali cerebrali che potrebbero predire la guarigione completa dalla malattia.
Dal Connecticut al cervello: la storia di una scoperta
Correva l’anno 1975 quando nelle zone boschive di Old Lyme, in Connecticut, si è individuata per la prima volta una sindrome caratterizzata da artriti e “arrossamenti” (rash) cutanei, poi denominata “malattia di Lyme”.
Nel 1981 lo scienziato Willy Burgdorfer ne ha isolato il batterio responsabile, la Borrelia burgdorferi, consentendo di:
- identificare la malattia come un’entità clinica a sé stante
- sviluppare i metodi per diagnosticarla
- trovare le terapie antibiotiche più efficaci.
Da allora la ricerca ha fatto progressi importanti, ma permangono sfide cliniche, in particolare per i pazienti che sviluppano sintomi persistenti dopo il trattamento (affaticamento, dolore muscoloscheletrico diffuso e/o difficoltà cognitive), noti come sindrome della malattia di Lyme post trattamento (PTLDS).
Una “firma cerebrale” che predice la guarigione
Il nuovo studio della Johns Hopkins ha utilizzato tecniche avanzate di risonanza magnetica funzionale (fMRI) per misurare l’attività cerebrale nei pazienti completamente guariti, confrontandoli con quelli che hanno sviluppato PTLDS e persone sane. I partecipanti sono stati seguiti nel tempo con scansioni cerebrali ripetute e valutazioni cliniche per monitorare i cambiamenti nell’attività cerebrale e nei sintomi.
I ricercatori hanno così scoperto che, durante le prime fasi dell’infezione, segnali robusti di attività della sostanza bianca (la rete di fibre nervose che serve a permettere lo scambio di informazioni da una parte di cervello all’altra) erano associati a migliori prestazioni cognitive, umore più stabile e minori sintomi generali, ovvero a una maggiore probabilità di guarigione completa.
La scoperta di un possibile marker biologico
Lo studio ha quindi rilevato che i pazienti privi di un’analoga risposta cerebrale precoce sembravano più inclini a sviluppare sintomi di lungo periodo.
Tale scoperta ha suggerito di considerare i cambiamenti biologici della materia bianca un possibile marker precoce del rischio di malattia di Lyme post-trattamento (PTLDS) .
Perché è una scoperta importante
Il dato sorprendente – che un’attività cerebrale all’inizio dell’infezione possa indicare migliori probabilità di guarigione – apre nuove prospettive nella diagnosi e nel trattamento della malattia di Lyme.
In pratica, la scoperta potrebbe aiutare a:
- identificare precocemente chi è a rischio di sviluppare sintomi di lunga durata;
- personalizzare i percorsi di cura, con strategie di trattamento in grado di supportare processi cerebrali;
- migliorare la qualità di vita per i pazienti, contribuendo a ridurre i sintomi persistenti.
Un anniversario che guarda al futuro
A mezzo secolo dalla sua prima identificazione, la malattia di Lyme continua a essere un campo di studio ancora ricco di sfide. La nuova ricerca di Johns Hopkins aggiunge un tassello alla comprensione di come il nostro organismo reagisce all’infezione e segna un possibile passo in avanti nel formulare la prognosi e orientare il trattamento con strategie terapeutiche mirate.
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Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, al 2 dicembre 2025 sono stati accertati 58 casi di encefalite da zecche (TBE) nella forma neuro-invasiva, quella più grave. Il numero è praticamente sovrapponibile al 2024 (59 casi), anche se gli ultimi dati sono ancora in fase di verifica.
La TBE conferma così un andamento stabile rispetto al 2024, ma con alcune novità importanti nella geografia del rischio e nella stagionalità, aspetti che richiedono particolare attenzione in vista del 2026.
Dove si sono verificati i casi
I 58 casi di TBE neuro-invasiva registrati nel 2025 sono concentrati quasi totalmente nel Nord-Est italiano, che continua a rappresentare un’area ad alta endemia.
Il più colpito è il Trentino-Alto Adige, con 26 casi (22 in Provincia di Trento e 4 in Provincia di Bolzano). A seguire ci sono:
Veneto: 18 casi
Friuli Venezia Giulia: 9 casi
Lombardia: 2 casi
Toscana: 2 casi
Emilia-Romagna: 1 caso.
Il Triveneto da solo registra 53 casi su 58, pari al 90% del totale.
Nessun caso invece è segnalato nelle regioni del Sud, dove il clima caldo e secco non favorisce la sopravvivenza della zecca vettore (Ixodes ricinus) né degli animali serbatoio del TBE-virus.
Un rischio non più solo estivo: aumento dei casi in autunno
L’andamento stagionale del 2025 mostra un dato rilevante: la TBE non è più una malattia limitata ai mesi estivi.
A fine settembre i casi erano 39; sono saliti a 48 il 23 ottobre, poi a 54 il 27 novembre e infine a 58 a inizio dicembre.
Questo incremento autunnale – 19 nuovi casi tra ottobre e novembre – dimostra come il secondo picco di attività delle zecche, tipico dell’autunno, rappresenti ormai un periodo di rischio da non sottovalutare.
2025 e 2024 a confronto: cambia la geografia del rischio
Pur mantenendosi stabili nel numero, i casi di TBE mostrano nel 2025 un profilo geografico diverso rispetto al 2024:
- Provincia di Trento: raddoppio dei casi (da 11 a 22)
- Veneto: fortissimo calo (da 37 a 18)
- Friuli Venezia Giulia: sensibile incremento (da 3 a 9).
Una nota positiva riguarda la mortalità: nl 2025 è stato registrato un solo decesso, rispetto ai tre del 2024.
Che cosa significa TBE neuro-invasiva
La forma neuro-invasiva è la manifestazione più grave dell’encefalite da zecche. Coinvolge il sistema nervoso centrale, provocando quadri di meningite, encefalite o mielite.
Tra i sintomi generali, da considerare veri e propri campanelli di allarme, vi sono: febbre alta improvvisa, forte mal di testa resistente agli analgesici, dolori muscolari e articolari, seguiti o accompagnati da:
- rigidità del collo,
- confusione mentale,
- convulsioni,
- disturbi del linguaggio,
- problemi di equilibrio
- e, nei casi di interessamento del midollo, anche debolezza o paralisi agli arti.
In presenza di sintomi neurologici associati a febbre, dopo un morso di zecca o un soggiorno in area endemica, è raccomandato rivolgersi immediatamente al medico.
Non esiste una cura, ma è possibile la prevenzione
Per la TBE non sono disponibili farmaci specifici: il trattamento è esclusivamente di supporto e nei casi più gravi è necessario il ricovero ospedaliero. Anche dopo la guarigione possono persistere conseguenze importanti, come deficit neurologici (problemi di movimento), cognitivi (difficoltà di concentrazione, disturbi della memoria e dell’apprendimento) e neuropsicologici (irritabilità, alterazioni dell’umore e del carattere), che tendono a essere più frequenti e severi con l’avanzare dell’età.
La forma di protezione più efficace è la vaccinazione, raccomandata nelle Regioni in cui è nota la circolazione della malattia.
In aree come Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia sono attivi programmi vaccinali gratuiti per residenti e categorie a rischio, e la vaccinazione è suggerita anche ai turisti.
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Un nuovo studio guidato dall’Università di Vienna e dal Center for Molecular Medicine (CeMM) rivela che la saliva della zecca Ixodes ricinus — la comune zecca dei boschi — è in grado di alterare le difese della pelle e favorire la trasmissione della Borrelia, il battere responsabile della malattia di Lyme.
La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature Communications, descrive i meccanismi con cui le zecche influenzano il sistema immunitario al fine di introdurre gli agenti infettivi.
Come la saliva della zecca “disarma” la pelle
Lo studio si è concentrato sulle cosiddette cellule di Langerhans: cellule immunitarie presenti nello strato superficiale della pelle. In condizioni normali sono le prime a riconoscere i microrganismi patogeni e attivare una risposta protettiva.
I ricercatori hanno dimostrato che il contatto con la saliva della zecca induce le cellule di Langerhans a:
- scomparire rapidamente dall’epidermide,
- migrare negli strati più profondi della pelle e nei vasi linfatici,
- assumere uno stato definito “tolerogeno”, indebolendo la reazione immunitaria locale.
Il risultato è una riduzione temporanea delle difese cutanee, che facilita l’ingresso nell’organismo dei patogeni trasmessi dalla zecca.
Una scoperta che apre nuove possibilità
La spiegazione del modo in cui la saliva di zecca favorisce l’infezione apre la strada a due importanti sviluppi:
- nuovi vaccini che colpiscono specificamente le cellule di Langerhans attraverso una migliore comprensione della loro migrazione e dei cambiamenti nella loro funzione protettiva
- nuovi trattamenti terapeutici, basati sui composti della saliva che modificano specificamente il funzionamento del sistema immunitario a livello locale.
Cosa significa per chi vive o lavora in aree a rischio
La ricerca fornisce una spiegazione concreta del meccanismo con cui la saliva della zecca favorisce la trasmissione di infezioni, come la malattia di Lyme, alterando la capacità della pelle di difendersi.
Dimostra come una puntura di zecca può rappresentare una “finestra di vulnerabilità”, alquanto insidiosa per la salute.
Sottolinea quindi l’importanza di prevenire i morsi di zecca e di tenere alta la guardia in ogni attività all’aperto, soprattutto nelle aree a rischio.
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La Sindrome Alfa-Gal, l’allergia alla carne rossa scatenata di morsi di zecca, registra il primo decesso negli Stati Uniti. Lo rivela uno studio appena pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology: In Practice, che richiama l’attenzione su un rischio serio ed emergente anche in Italia.
Che cos’è la Sindrome Alfa-Gal
La Sindrome Alfa-Gal è un’allergia alimentare causata dalla sensibilizzazione alla molecola di zucchero alpha-gal, presente nella carne di mammiferi come manzo, maiale, agnello e nei prodotti derivati (latticini, formaggi, gelatine alimentari).
La sensibilizzazione avviene generalmente dopo i morsi di zecca: attraverso la saliva, la zecca introduce la molecola nel sangue, attivando una risposta immunitaria. Quando la persona successivamente consuma carne rossa o derivati, può sviluppare una reazione allergica che può variare da sintomi cutanei e gastrointestinali fino allo shock anafilattico improvviso e grave.
Come si manifesta la reazione allergica
Una caratteristica critica della Sindrome Alfa-Gal è la latenza: i sintomi non si manifestano subito, ma da 2 a 6 ore dopo l’ingestione della carne.
Tra le manifestazioni più comuni:
- orticaria, eruzioni cutanee, gonfiori
- dolori addominali improvvisi
- nausea, crampi, vomito, diarrea
- difficoltà respiratorie
- shock anafilattico, potenzialmente letale.
Questa variabilità e il ritardo nella comparsa dei sintomi spesso portano a diagnosi tardive o errate, soprattutto se non si collega la reazione a un precedente morso di zecca.
Il caso che ha acceso l’allarme negli Stati Uniti
La vittima è un uomo di 47 anni del New Jersey. Dopo aver mangiato una bistecca durante un campeggio e, due settimane dopo, un hamburger accompagnato da una birra, ha sviluppato una reazione allergica severa, culminata nel decesso alcune ore dopo l’ultimo pasto.
L’autopsia ha inizialmente refertato il caso come “morte improvvisa inspiegata”. Solo analisi più approfondite effettuate presso l’Università della Virginia hanno permesso di identificare la Sindrome Alfa-Gal come causa del decesso.
Perché la reazione è stata così grave
Secondo gli esperti, diversi fattori possono aver contribuito ad aggravare la risposta allergica:
- morsi di zecca multipli
- assunzione di alcolici durante il pasto
- attività fisica dopo l’ingestione della carne con esposizione al polline di ambrosia.
Questi elementi sono stati indicati co-fattori in grado di amplificare l’intensità della reazione.
La Sindrome Alfa-Gal riguarda anche l’Italia
La sindrome, anche se meno diffusa rispetto ad altre malattie trasmesse dalle zecche, è considerata un rischio emergente e molto serio. Un caso clinico descritto nel 2015 e una ricerca del 2017 documentano casi anche in Italia, associati alla zecca Ixodes ricinus, la comune zecca dei boschi.
La difficoltà diagnostica, unita all’ampia diffusione delle zecche e agli effetti dei cambiamenti climatici, lascia supporre che i casi reali possano essere sottostimati.
Come proteggersi dal morso di zecca
Per ridurre il rischio:
- indossare abiti protettivi durante escursioni in boschi, prati e zone con erba alta
- controllare accuratamente la pelle dopo ogni uscita
- rimuovere eventuali zecche immediatamente e in modo corretto.
Chi manifesta sintomi (dolore orticaria, addominale, gonfiore o disturbi gastrointestinali) alcune ore dopo aver consumato carne rossa deve:
- rivolgersi al medico
- riferire possibili morsi di zecca
- effettuare test specifici per anticorpi anti-alpha-gal.
In caso di diagnosi è necessario evitare carne di mammiferi e derivati, compresi gelatine, brodi pronti e alcuni prodotti contenenti grassi animali.
Vanno anche evitati ulteriori morsi di zecca perché possono:
Le implicazioni
Il decesso registrato negli Stati Uniti conferma che la Sindrome Alfa-Gal è un serio problema da conoscere.
Occorre aumentare la consapevolezza tra cittadini e operatori sanitari sulle reazioni allergiche ritardate dopo un pasto con carne rossa, soprattutto in soggetti che frequentano ambienti a rischio zecche e che potrebbero essere sensibilizzati all’alfa-gal senza saperlo.
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Uno studio dell’Università di Sassari segnala una potenziale circolazione silente della malattia di Lyme in Sardegna.
La ricerca, pubblicata su Healthcare, accende l’attenzione sulla circolazione della Borrelia, il batterio responsabile della malattia e conferma la presenza del principale vettore, la zecca Ixodes ricinus, anche in territorio sardo.
Per i ricercatori, l’assenza di un sistema di sorveglianza strutturato rende difficile valutare il rischio reale di infezione. L’unica indagine siero-epidemiologica precedente, condotta nei primi anni ’90 su adolescenti del nord Sardegna, aveva già indicato una sieroprevalenza del 6,1%, suggerendo una possibile esposizione storicamente sottostimata.
I risultati della ricerca
Lo studio ha analizzato la presenza di anticorpi anti-Borrelia in campioni di siero raccolti tra il 2006 e il 2014 da pazienti ospedalizzati per sospetta malattia reumatica, conservati presso la banca del siero dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Sassari.
Dai 58 campioni esaminati, 9 (15,5%) sono risultati positivi ai test specifici. Un dato che, pur su un campione circoscritto, suggerisce una “endemicità silenziosa” della malattia di Lyme in Sardegna e la necessità di rivalutare l’attuale percezione del rischio.
Sottodiagnosi e appello alla sorveglianza
Oltre ai risultati sierologici, anche un recente caso di neuroborreliosi in un paziente sardo settantenne senza storia di viaggi conferma che l’infezione potrebbe essere sotto-riconosciuta e sotto-segnalata nell’isola.
La Sardegna presenta infatti caratteristiche ecologiche favorevoli al mantenimento di un ciclo endemico di Borrelia: estese aree forestali, elevata densità di fauna serbatoio e una forte presenza di lavoratori impiegati nei settori forestale e agricolo. A questo si aggiungono i cambiamenti climatici – inverni più miti e umidi – che favoriscono l’aumento dell’attività delle zecche e il prolungamento del periodo di rischio.
La prospettiva One Health
I risultati evidenziano l’urgenza di potenziare la sorveglianza epidemiologica della malattia di Lyme in Sardegna, adottando un approccio integrato One Health. La regione infatti ha le caratteristiche di potenziale “hotspot emergente” per il Mediterraneo e rappresenta un contesto ideale per sperimentare sistemi di monitoraggio che uniscono:
- indagini entomologiche sui vettori
- monitoraggio clinico dei casi
- studi siero-epidemiologici di popolazione.
Gli autori dello studio suggeriscono anche la creazione di un database regionale centralizzato che raccolga punture di zecca, diagnosi confermate e risultati sierologici per migliorare il rilevamento precoce dei casi di Lyme e la risposta sanitaria.
I lavoratori più a rischio
Lo studio evidenzia come alcuni gruppi professionali siano maggiormente esposti ai morsi di zecca e quindi al possibile contagio: lavoratori forestali, agricoltori, operatori del monitoraggio ambientale e personale impiegato nella gestione della fauna selvatica.
Per questi lavoratori è fondamentale aumentare la percezione del rischio e promuovere misure di prevenzione adeguate, poiché la malattia di Lyme è ancora poco conosciuta in Sardegna e spesso non immediatamente considerata nel percorso diagnostico.
L’importanza dello studio
Le regioni insulari italiane restano ad oggi poco esplorate dal punto di vista epidemiologico per la malattia di Lyme, soprattutto a causa della mancanza di una raccolta sistematica dei dati.
In questo scenario, lo studio dell’Università di Sassari contribuisce a:
- affinare le conoscenze sull’epidemiologia della Borrelia
- delineare strategie di sorveglianza più efficaci e mirate
- riaprire il dibattito sui limiti geografici della Lyme in Europa.
Conferma inoltre che anche gli ecosistemi mediterranei insulari possono supportare la circolazione del patogeno, ribaltando la percezione della Sardegna come area marginale per le malattie trasmesse da zecche.
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