La diagnosi della malattia di Lyme si basa essenzialmente su due elementi chiave: la comparsa della tipica eruzione cutanea, nota come eritema migrante e i test sierologici. Tuttavia, non tutti i pazienti sviluppano il segno caratteristico della malattia e gli esami del sangue richiedono settimane prima di rilevare gli anticorpi specifici dell’infezione.
Un recente studio, pubblicato il 5 settembre 2025, apre nuove prospettive diagnostiche, dimostrando la capacità della termografia a infrarossi di rilevare l’infiammazione cutanea, invisibile a occhio nudo, corrispondente all’eritema migrante.
Come funziona la termografia
La termografia è una tecnica non invasiva che registra la radiazione infrarossa emessa dal corpo e permette di identificare variazioni di temperatura della pelle, spesso legate a processi infiammatori.
Nei pazienti inclusi nello studio ha evidenziato un caratteristico “anello caldo” nel sito del morso di zecca, simile al classico eritema migrante, registrando un incremento termico compreso tra 0,6 e 3,8 °C rispetto alle zone circostanti.

(B) termogramma infrarosso del paziente: nonostante l’assenza di eritema migrante, è visibile l’ipertermia a forma di anello, corrispondente all’eruzione cutanea dell’eritema migrante.
L’“anello” termico:
- è stato riscontrato in tutti i 16 pazienti inclusi nei test, con malattia di Lyme confermata, ma senza manifestazioni di eritema migrante
- si è mantenuto visibile per almeno due settimane, anche dopo l’avvio della terapia antibiotica.
Un metodo semplice
La procedura è stata eseguita seguendo un protocollo standard:
- controllo della temperatura ambientale (18-22 °C),
- breve acclimatazione dei pazienti (10-15 minuti)
- posizionamento della telecamera a una distanza di 100-150 cm dal sito di attacco della zecca e dai tessuti circostanti.
In preparazione dell’esame i pazienti si sono astenuti da fisioterapia, massaggi, farmaci vasoattivi e preparati topici per almeno 24 ore e dal fumo o dal mangiare per 40-60 minuti.
Facilmente riproducibile
L’esame non ha richiesto infrastrutture complesse, permettendo di essere effettuato in ambulatorio con tempi e costi contenuti.
Un vantaggio cruciale dell’indagine è il suo utilizzo nelle fasi precoci della malattia di Lyme, quando i test sierologici sono scarsamente attendibili.
Le conclusioni degli esperti
I ricercatori sottolineano come la termografia a infrarossi possa diventare un valido strumento diagnostico complementare per la borreliosi di Lyme, soprattutto nei casi senza manifestazioni cutanee visibili.
Individuare il cosiddetto eritema nascosto significa poter iniziare la terapia in anticipo, riducendo il rischio di complicazioni e disturbi a lungo termine.
In sintesi: la termografia a infrarossi si candida come alleata preziosa nel riconoscimento precoce della malattia di Lyme, offrendo una nuova possibilità di diagnosi clinica in assenza dell’eritema migrante.
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Continuano i progressi della diagnostica di laboratorio per il riconoscimento precoce della malattia di Lyme.
Oltre all’Hybrid Lyme ELISA, il test che si propone di identificare la malattia in fase iniziale con una tecnica semplificata, i ricercatori hanno sviluppato un ulteriore esame del sangue innovativo. Si chiama LymeSeek e utilizza l’intelligenza artificiale per riconoscere l’infezione pochi giorni dopo il morso della zecca.
I dati relativi alle sue potenzialità sono stati presentati a Chicago, in occasione del recente convegno dell’Association for Diagnostics and Laboratory Medicine.
Le difficoltà della diagnosi precoce
Uno dei segni rivelatori della malattia di Lyme è l’eritema migrante (EM), la caratteristica eruzione cutanea che compare nel sito del morso di zecca. La sua presentazione consente una pronta diagnosi senza bisogno di ulteriori accertamenti.
L’eritema può tuttavia non manifestarsi o assumere forme atipiche. In questi casi il riconoscimento dell’infezione diventa difficile ed è necessario ricorrere agli esami di laboratorio.
I test attuali rilevano specifici anticorpi, che richiedono alcune settimane per formarsi. Ciò rappresenta un limite: nelle prime fasi d’infezione gli anticorpi potrebbero essere troppo bassi per essere rilevati con il rischio di ottenere risultati falsamente negativi.
L’innovazione del test LymeSeek con l’intelligenza artificiale
LymeSeek utilizza un altro approccio: rileva simultaneamente 10 antigeni diversi nel sangue tramite un test multiplex abbinato a un algoritmo di intelligenza artificiale.
Le prove condotte su 308 campioni di siero provenienti da pazienti con manifestazioni della malattia di Lyme di diversi stadi e da pazienti non Lyme hanno attribuito al test una sensibilità (capacità di rilevare la malattia) e una specificità (capacità di confermare l’assenza della malattia) molto elevate, rispettivamente del 91,7% e del 90,7%.
In particolare, nelle prime 72 ore dopo la comparsa dell’eritema migrante, LymeSeek ha diagnosticato il 100% dei casi, mentre i test standard ne hanno individuato il 37%.
Prospettive future
Gli sviluppatori stanno ora pianificando una sperimentazione clinica con la FDA (l’agenzia americana dei farmaci) per validare definitivamente LymeSeek. Il test ha già ottenuto una classificazione “De Novo” per le sue prestazioni diagnostiche innovative e per l’utilizzo di tecnologie non ancora presenti sul mercato.
Questi progressi aprono la strada a un cambiamento significativo nella tempestività e accuratezza diagnostica della malattia di Lyme, fondamentali per un trattamento efficace in grado di ridurre le complicanze e le conseguenze a lungo termine della malattia.
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La febbre emorragica di Crimea-Congo (CCHF) torna a preoccupare in Europa con cinque nuovi casi confermati dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC): tre riguardano la Spagna, due la Grecia.
Per gli esperti è un chiaro segnale che la malattia si sta espandendo e c’è la necessità di un attento monitoraggio del suo principale vettore: le zecche del genere Hyalomma, la cui diffusione è sempre più frequente sia in aree già note sia in nuovi territori.
I casi in Spagna: un rischio concreto per chi sta all’aperto
Dal 2016 a oggi la Spagna ha registrato 16 casi gravi di febbre emorragica di Crimea-Congo, con un alto tasso di mortalità. La maggior parte delle infezioni si è verificata in primavera e in estate, quando le zecche sono più attive.
I nuovi casi riguardano le province di Salamanca, dove la circolazione della malattia è ben nota e Toledo, che ha registrato il suo primo caso nel 2024.
Sebbene il rischio per la popolazione generale resti basso, aumenta sensibilmente per chi svolge attività all’aperto, come lavoratori forestali, allevatori, cacciatori ed escursionisti. Proprio a questi ultimi l’ECDC raccomanda la massima prudenza e l’adozione di efficaci misure di protezione per evitare le punture di zecca.
Grecia: il ritorno inatteso della CCHF
In Grecia i due casi sono stati segnalati in Tessaglia, un’area che finora non aveva mai riportato la presenza della CCHF. Sono i primi episodi dal 2008, anno in cui fu registrato un unico caso isolato in Tracia, al confine con la Bulgaria.
Per le autorità, il ritorno della malattia in territorio greco rende urgente intensificare la sorveglianza e l’informazione rivolta a medici e cittadini sui rischi e i sintomi dell’infezione.
L’Italia e l’aumento delle zecche vettore
In Italia, fortunatamente, non si sono ancora verificati casi di febbre emorragica di Crimea-Congo, ma l’aumentata diffusione di zecche Hyalomma, principali vettori del virus che causa la malattia, desta preoccupazione.
Esemplari di Hyalomma sono stati individuati in diverse regioni, dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Basilicata al Lazio, dalla Campania, alla Toscana, fino al Friuli Venezia Giulia. La loro espansione è favorita dai cambiamenti climatici e dagli uccelli migratori che trasportano larve e ninfe di Hyalomma per lunghe distanze, contribuendo a disperderle anche verso le Alpi e le aree transalpine.
Perché è importante essere cauti
La febbre Crimea-Congo è altamente contagiosa e si può trasmettere non solo tramite punture di zecca, ma anche per contatto diretto con sangue o liquidi biologici di persone contagiate, oppure toccando animali infetti o superfici contaminate. La malattia rappresenta un rischio molto serio per chi ha contatti ravvicinati e non protetti con i malati.
Il vero problema però è la “circolazione invisibile” del virus: le zecche non sono soltanto vettori, ma anche possibili serbatoi del virus, che può diffondersi silenziosamente in natura senza dare segnali evidenti. La sua presenza può essere riconosciuta solo attraverso complessi test di laboratorio di biosicurezza elevata, spesso non accessibili a tutti i centri di ricerca. Per questo una sorveglianza attenta, che tiene conto delle popolazioni di zecche sugli animali selvatici e di allevamento, è fondamentale per individuare tempestivamente le zone a rischio.
Cosa fare per proteggersi
Chi trascorre tempo all’aperto dovrebbe sempre adottare misure preventive per evitare le punture di zecca: indossare abiti chiari e coprenti, utilizzare repellenti specifici e controllare regolarmente la pelle durante e dopo le uscite.
Inoltre, monitorare le rotte migratorie degli uccelli e i cambiamenti ambientali è essenziale per tracciare la diffusione delle zecche Hyalomma e prevenire il rischio di diffusione del virus CCHF.
La febbre emorragica Crimea-Congo è una malattia emergente in Europa, inserita dall’Organizzazione mondiale della Sanità nell’elenco delle patologie con il più alto potenziale epidemico e di importanza prioritaria per la ricerca e lo sviluppo di farmaci.
Al momento, infatti, non esistono terapie specifiche o vaccini per il trattamento e la prevenzione della CCHF e anche le conoscenze relative al virus e ai suoi effetti patogenetici sono ancora molto limitate.
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Con la fine dell’estate i boschi si animano di cercatori di funghi, complice un’annata che si annuncia straordinaria, soprattutto al Nord. È un’attività che negli ultimi anni ha visto crescere il numero degli appassionati, come dimostrano le cronache recenti: cestini colmi, ritrovamenti abbondanti e purtroppo anche multe.
Il fascino della raccolta non conosce crisi: stare a contatto con la natura, camminare tra i sentieri, piegarsi ad osservare il terreno in cerca di porcini o finferli è per molti una passione irresistibile. Tuttavia, oltre a distinguere un fungo commestibile da uno velenoso, c’è un’altra conoscenza fondamentale per la sicurezza di chi frequenta i boschi: la prevenzione delle punture di zecca.
Zecche: un rischio spesso sottovalutato
Piogge abbondanti, temperature non troppo elevate, terreni ricchi di umidità sono un mix perfetto per la crescita dei funghi, ma rappresentano anche le condizioni ottimali per il proliferare delle zecche.
Quanti si avventurano nel bosco in cerca di funghi sono particolarmente esposti al loro morso: i movimenti tra cespugli e fogliame, l’abitudine di piegarsi e sostare vicino al terreno, l’addentrarsi in zone boschive poco battute li rendono bersagli perfetti.
Per una raccolta in sicurezza non va quindi dimenticata la possibilità di incontri sgraditi con le zecche. Proteggersi dai loro morsi significa evitare malattie serie, come la malattia di Lyme e l’encefalite da zecca.
La prevenzione è la vera arma vincente
Come sempre la prevenzione resta la difesa più efficace e, nel caso delle zecche, richiede solo alcune semplici regole:
- Indossare abiti che coprono quanto più possibile il corpo.
- Applicare repellenti cutanei specifici contro zecche sulle parti scoperte.
- Controllare vestiti ed equipaggiamento al ritorno
- Fare una doccia e ispezionarsi con cura , rimuovendo correttamente le eventuali zecche attaccate alla pelle.
Vivere la natura in sicurezza
Andare a funghi è un’attività che unisce passione, tradizione e benessere. Ma per viverla pienamente, è fondamentale conoscere non solo le varietà commestibili, ma anche i comportamenti per difendersi da un pericolo invisibile ma reale.
La stagione è favorevole: prepariamo pure cestini e scarponi, ma senza dimenticare la prudenza. Perché la vera raccolta “di valore” è quella che porta a casa non solo i funghi, ma anche la serenità di essersi protetti.
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Un importante passo avanti nella diagnosi precoce della malattia di Lyme potrebbe arrivare da un nuovo test sierologico, in grado di rilevare l’infezione in fase iniziale, quando gli attuali test sono spesso negativi.
La metodica, sviluppata dall’azienda statunitense Kephera Diagnostics in collaborazione con il New York Medical College e la Lyme Disease Biobank, è stata descritta in uno studio pubblicato il 20 agosto 2025 sul Journal of Clinical Microbiology, rivista dell’American Society for Microbiology.
Un approccio innovativo
Il test, denominato Hybrid Lyme ELISA, ha dimostrato di rilevare titoli anticorpali relativamente bassi già all’inizio dell’infezione, grazie a un approccio innovativo.
Sfruttando la capacità degli anticorpi presenti nel siero di legarsi contemporaneamente a due antigeni correlati (VlsE e C6), riesce a identificare l’infezione in fase iniziale con un esame “single-tier” (a singolo livello). Questo permette di ottenere in un unico passaggio un’elevata sensibilità (capacità di individuare l’infezione) e una notevole specificità (capacità di confermare l’assenza della stessa).
Il superamento del protocollo tradizionale
Attualmente la diagnosi sierologica della malattia di Lyme segue un approccio a due livelli, che comprende l’esecuzione di:
1. un Test di screening (ELISA) per rilevare anticorpi specifici (IgM e IgG) contro la Borrelia (agente della malattia)
- IgM: compaiono dopo alcune settimane dall’infezione.
- IgG: emergono più tardi (settimane o mesi dopo) e persistono a lungo, anche dopo che l’infezione si è risolta.
2. un Test di conferma (immunoblot), eseguito in caso di positività o esito dubbio del test di screening, per documentare la presenza e la specificità degli anticorpi anti-Borrelia.
La procedura è complessa e lunga, poiché richiede di attendere i tempi di maturazione della reazione anticorpale. Se viene effettuata troppo presto può dare infatti falsi negativi.
Il nuovo test single-tier ha mostrato di poter semplificare il percorso diagnostico: nelle prove sperimentali ha raggiunto infatti una sensibilità del 94% nei pazienti con Lyme iniziale (eritema migrante), contro il 76% dei metodi tradizionali.
Possibili sviluppi
Se confermato da studi più ampi, l’Hybrid Lyme ELISA potrebbe introdurre un nuovo standard nella pratica clinica, consentendo una diagnosi più rapida e accurata nella malattia di Lyme iniziale.
Tra i suoi punti di forza vi è la compatibilità sia con procedure manuali, sia con sistemi automatizzati, per facilitare l’adozione del test nei laboratori diagnostici.
Un cauto ottimismo
Nonostante i dati incoraggianti, gli sviluppatori sottolineano alcune limitazioni:
- Gli studi condotti sul test hanno coinvolto un campione limitato e selezionato di pazienti. Sono necessarie ulteriori validazioni su popolazioni più ampie e diversificate, includendo anche soggetti senza infezione attiva o sintomatica.
- Il test non distingue tra IgG e IgM, aspetto che può rappresentare un limite quando serve chiarire se si tratta di una fase precoce o avanzata della malattia.
In conclusione, l’Hybrid Lyme ELISA non è ancora pronto a sostituire i protocolli diagnostici esistenti, ma rappresenta un promettente complemento in attesa di ulteriori conferme cliniche.
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Durante il mese di agosto le pubblicazioni del sito morsodizecca.it si prendono una breve pausa. Torneremo online con nuovi aggiornamenti e approfondimenti a partire da lunedì 25 agosto.
Ma attenzione: le zecche non vanno in vacanza. Anzi, in estate sono più attive che mai!
Zecche in estate: un rischio da non sottovalutare
Nei mesi estivi le zecche sono particolarmente attive e rappresentano un potenziale rischio per la salute. Possono trasmettere malattie come la Lyme e altre infezioni batteriche o virali.
Durante passeggiate, escursioni o semplici attività all’aperto – anche nei parchi cittadini – è fondamentale adottare misure di prevenzione per evitare i morsi di zecca.
Prevenzione: il primo passo per difendersi
Ecco alcune buone pratiche da seguire:
- Indossare vestiti a maniche lunghe e pantaloni lunghi, possibilmente chiari;
- Applicare repellenti specifici sulla pelle esposta;
- Controllare attentamente la pelle, i vestiti e gli animali domestici dopo ogni uscita;
- Rimuovere immediatamente eventuali zecche in modo corretto.
Risorse utili sul nostro sito
Durante la pausa potete consultare le nostre guide aggiornate:
- Come riconoscere un morso di zecca
- Strategie efficaci per prevenire e gestire i rischi legati alle zecche.
Grazie per averci seguito finora!
Vi auguriamo una buona estate in sicurezza, a contatto con la natura ma sempre con la giusta attenzione.
Ci ritroviamo online il 25 agosto con nuovi contenuti e aggiornamenti!
Maurizio Ruscio e il team di morsodizecca.it
Scoperto uno dei possibili meccanismi di resistenza della Borrelia agli antibiotici
Una scoperta scientifica recente getta nuova luce sulla persistenza della malattia di Lyme nonostante le terapie antibiotiche. Studi coordinati dall’Istituto Dermatologico San Gallicano IRCCS di Roma, pubblicati su Frontiers in Cellular and Infection Microbiology, hanno identificato un meccanismo chiave di resistenza: la capacità dei batteri Borrelia di formare biofilm, strutture protettive in grado di ridurre l’efficacia degli antibiotici convenzionali.
Cos’è il biofilm? Lo scudo invisibile delle Borrelie
I biofilm sono strutture batteriche complesse composte da polisaccaridi, proteine e acidi nucleici. Queste strutture agiscono come vere e proprie barriere fisiche e chimiche: proteggono le Borrelie, riducendo la penetrazione degli antibiotici e ostacolando l’azione del sistema immunitario.
Studi in vitro hanno dimostrato che, quando i batteri di Borrelia formano biofilm – compresi i batteri Borrelia afzelii e Borrelia garinii principali responsabili della malattia di Lyme in Europa – i farmaci utilizzati comunemente come ceftriaxone e doxiciclina riducono la propria efficacia.
Perché la malattia di Lyme può diventare cronica o resistente?
La formazione di biofilm spiega perché alcuni pazienti continuano a manifestare sintomi persistenti anche dopo il trattamento antibiotico. Il biofilm protegge la Borrelia dalla distruzione, permettendo al batterio di sopravvivere e di eludere le terapie.
Questo fenomeno ha un impatto diretto sulla persistenza della malattia e sulla gestione clinica delle forme croniche o persistenti.
Nuove prospettive terapeutiche e ricerca in corso
Le nuove scoperte, frutto del progetto BABEL finanziato dall’Associazione Lyme Italia e Coinfezioni, aprono la strada a una strategia innovativa: le ricerche puntano su terapie in grado di “rompere” il biofilm per rendere la Borrelia vulnerabile agli antibiotici.
Nuovi composti chimici sono al vaglio per migliorare l’efficacia delle cure, soprattutto nelle forme persistenti della Lyme.
La collaborazione tra ricerca scientifica e associazioni di pazienti resta fondamentale per accelerare i progressi in questa direzione e arrivare a terapie più efficaci e personalizzate.
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Escursione nel Bellunese finisce con un ricovero per TBE: il caso di una donna trevigiana e i rischi a lungo termine.
Una 45enne della provincia di Treviso è ricoverata all’ospedale Ca’ Foncello per meningoencefalite da zecche (TBE) dopo un’escursione nel Bellunese. Le sue condizioni sono in miglioramento, ma il caso riaccende i riflettori sui rischi della TBE e sulle possibili sequele persistenti.
Cos’è la TBE e perché è pericolosa
La TBE (Tick-Borne Encephalitis) è una malattia virale trasmessa principalmente dal morso di zecche infette. Può presentarsi con i sintomi dell’influenza e regredire in pochi giorni o complicarsi e causare sintomi severi, lasciando talvolta deficit di lunga durata o addirittura permanenti.
Una recente studio pubblicato da Open Forum Infectious Diseases ha fatto il punto sugli esiti prolungati ed esaminato le conseguenze dell’infezione dopo la dimissione ospedaliera in diverse fasce di età.
I sintomi e le sequele a lungo termine
Quando l’encefalite da zecche (TBE) colpisce il sistema nervoso può causare una varietà di sintomi neurologici, neuropsichiatrici o altre sequele persistenti, più comuni negli adulti rispetto ai bambini.
Gli adulti mostrano spesso:
- disturbi dell’equilibrio;
- cefalea persistente;
- paresi e incoordinazione;
- alterazioni del linguaggio e della coscienza;
- disturbi della memoria e della concentrazione;
- insonnia;
- ansia, depressione, irritabilità;
- sintomi cognitivi e psicotici;
- astenia, dolori muscolari, difficoltà nelle attività quotidiane.
Anche se più rare, le conseguenze della TBE nei bambini possono compromettere sviluppo cognitivo e rendimento scolastico, sottolineando l’urgenza di ulteriori studi su durata, impatto e caratteristiche degli effetti a lungo termine.
Prevenzione della TBE nel Bellunese e nelle aree endemiche
Per ridurre il rischio di infezione gli esperti raccomandano, durante le attività all’aperto, di:
- Indossare abiti lunghi e chiari
- Usare repellenti specifici
- Controllare la pelle con regolarità
- Rivolgersi al medico in presenza di febbre o altri sintomi sospetti.
La strategia di prevenzione più efficace nei confronti dell’encefalite da zecche resta la vaccinazione, consigliata soprattutto a quanti risiedono o frequentano zone endemiche come il Nord-Est italiano.
Il recente caso bellunese sottolinea l’importanza di non sottovalutare la TBE: una malattia in espansione, potenzialmente grave e in grado di lasciare sequele a lungo termine che possono compromettere la qualità di vita.
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Una nuova ricerca pubblicata a giugno 2025 su Parasites & Vectors dimostra con prove scientifiche che le zanzare non trasmettono la malattia di Lyme
Nonostante il timore diffuso che le punture di zanzara possano causare l’infezione, la scienza è chiara: il rischio arriva solo dalle zecche. Lo studio allontana ogni dubbio e fornisce un’indicazione importante per gli interventi di prevenzione e per la corretta informazione ai cittadini.
Come si trasmette la malattia di Lyme
La malattia di Lyme è causata dal batterio Borrelia burgdorferi, trasmesso esclusivamente dal morso delle zecche del genere Ixodes.
Molte persone colpite dalla malattia non ricordano il morso di zecca, ma ricordano bene punture di zanzare o altri insetti e le associano impropriamente all’infezione.
Cosa rivela lo studio
I ricercatori hanno esaminato tre specie di zanzare molto comuni, tra cui l’Aedes aegypti e la Culex pipiens (responsabili di infezioni come Dengue, Chikungunya, Zika e del West Nile virus) per verificare se fossero in grado di:
- acquisire la Borrelia;
- mantenerla nel proprio organismo;
- trasmetterla a un altro ospite con la puntura.
I risultati sono stati inequivocabili:
- Le zanzare ingeriscono pochissimi batteri di Borrelia durante il pasto di sangue (probabilmente perché si alimentano per un tempo molto breve).
- I batteri vengono rapidamente eliminati durate la digestione, grazie all’azione di un enzima, la tripsina.
- Gli esperimenti condotti in laboratorio non hanno fornito alcuna prova di trasmissione della Borrelia a nuovi ospiti.
Perché si pensa ancora che le zanzare possano trasmettere la malattia di Lyme?
Alcuni studi passati hanno rilevato tracce di Borrelia nelle zanzare, ma questo non significa che siano vettori competenti. Solo gli organismi che riescono ad acquisire, mantenere e trasmettere efficacemente il patogeno possono essere considerati tali.
Le zecche Ixodes soddisfano tutti questi criteri: una volta acquisita la Borrelia ne diventano efficienti serbatoi, si nutrono lentamente restando attaccate per diversi giorni e durante il lungo periodo del pasto sono in grado di far migrare il batterio e infettare l’ospite.
Cosa cambia per la prevenzione?
Lo studio fornisce informazioni rilevanti per la salute pubblica: chiarisce che la prevenzione della malattia di Lyme deve concentrarsi sulle zecche, non sulle zanzare.
Ribadisce la necessità di evitare i morsi di zecca per proteggersi efficacemente dalla malattia di Lyme.
Sottolinea che una corretta informazione aiuta a evitare falsi allarmismi e invita a rivolgere gli sforzi di prevenzione nella direzione corretta.
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