Un acaricida capace di “uccidere le zecche attaccate all’uomo con un singolo trattamento” è l’innovativo farmaco a cui sta lavorando una piccola azienda farmaceutica americana, la Tarsus Pharmaceuticals. Il prodotto si chiama TP-05 e la sua efficacia è attualmente in fase di sperimentazione clinica con un gruppo di volontari sani.

La notizia, pubblicata dal News York Times il 16 aprile, sottolinea la portata innovativa del trattamento: poiché prende di mira le zecche e non uno specifico agente infettivo, ha il potenziale di ridurre la malattia di Lyme e molte altre infezioni trasmesse con il morso di zecca.

Una novità terapeutica

Farmaci orali e topici (applicati sulla pelle) per la prevenzione delle zecche sono ampiamente utilizzati in ambito veterinario, soprattutto nella profilassi degli animali domestici.

Le preoccupazioni sulla loro sicurezza e i dubbi sull’accettazione da parte del pubblico ne hanno tuttavia ostacolato lo sviluppo ad uso umano.

A spingere la Tarsus Pharmaceuticals verso un cambio di rotta è il notevole aumento dei casi di Lyme. Secondo l’azienda e i suoi ricercatori è necessario agire sulla prevenzione e questo comporta “l’esplorazione di nuove opzioni terapeutiche”.

Cosa sappiamo del nuovo farmaco

Il TP-05 è una “formulazione orale di lotilaner, un agente antiparassitario che inibisce selettivamente i canali GABA-Cl specifici delle zecche”.

La Tarsus Pharmaceuticals lo identifica come “l’unica terapia preventiva non vaccinale, basata su farmaci in fase di sviluppo, progettata per uccidere le zecche e prevenire potenzialmente la trasmissione della malattia di Lyme”.

Uno «spillover» farmacologico

Il New York Times definisce l’iniziativa della Tarsus Pharmaceuticals “uno dei pochi esempi di trasferimento di un medicinale dal lato veterinario a quello umano”.

Riguardo alle prove cui è stato sottoposto, riporta che:

– è stato somministrato agli aderenti alla sperimentazione clinica “sotto forma di pillola, non di masticazione, al gusto di manzo”

– si è “dimostrato efficace al 90% circa nell’uccidere le zecche che mordevano i partecipanti sia il giorno di assunzione, sia nei 30 giorni successivi”

– durante i test “non sono emersi grossi problemi di sicurezza”.

Come è avvenuta la sperimentazione

Il sito della Tarsus Pharmaceuticals spiega come è stata valutata la capacità acaricida del TP-05:

– ai soggetti reclutati per lo studio è stato somministrato il trattamento (dose bassa o alta) e sono state poi attaccate delle “zecche sterili e non patogene”

– il posizionamento delle zecche “sulla pelle dei volontari sani è avvenuto in due momenti separati: un giorno prima della somministrazione (giorno 1) e il trentesimo giorno dopo la somministrazione (giorno 30)

– “la mortalità delle zecche è stata valutata dopo ogni posizionamento entro 24 ore dall’attaccamento”.

I risultati

Il farmaco TP-05, sia a dose alta che bassa, ha dimostrato un’efficacia statisticamente significativa nell’uccidere le zecche.

Nello specifico:

– i test del giorno 1, hanno rivelato una “mortalità media delle zecche” del 97% e del 92% rispettivamente a dose alta e bassa del medicinale

– le prove del giorno 30 hanno indicato una “mortalità media delle zecche a 24 ore dal posizionamento dell’89% e del 91%, rispettivamente a dose alta e bassa”

– il “TP-05 è stato generalmente ben tollerato”.

Avremo presto un acaricida per uso umano?

Nonostante i risultati promettenti la Tarsus Pharmacuticals è molto cauta sui programmi di sviluppo del nuovo medicinale.

“Ci vorranno diversi anni e molti altri cicli di studi clinici – sottolinea lo stesso News York Times – prima che uno qualsiasi di questi farmaci possa essere preso in considerazione dalla FDA” (l’Agenzia americana per gli alimenti e i farmaci). E in ogni caso l’atteggiamento delle persone verso un preparato acaricida orale, ad uso umano, “è un’incognita”. Se da un lato ha il vantaggio di proteggere “da molteplici infezioni trasmesse dalle zecche e non solo dalla malattia di Lyme”, dall’altro è “comprensibile che alcune persone possano essere preoccupate nell’assumere un farmaco che diffonde nel corpo una tossina nel caso in cui vengano morse da una zecca”.

Tuttavia – segnalano i ricercatori della Tufts University che partecipano allo studio sul nuovo farmaco – “il rischio di malattie trasmesse dalle zecche, come la malattia di Lyme e altre infezioni gravi, sta crescendo a un ritmo allarmante e le conseguenze possono essere debilitanti e di lunga durata”. Ben venga dunque un trattamento preventivo orale.

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Il cambiamento climatico «probabilmente» causerà un picco di zecche nel Regno Unito facendo aumentare i casi di malattia di Lyme. La previsione è dell’Health Security Agency (UKHSA), l’agenzia sanitaria inglese, che nei giorni scorsi ha informato la popolazione sull’alto rischio di subire un morso di zecca e di contrarre la malattia.

Stando ai dati forniti dall’UKHSA i casi di malattia di Lyme sono in sensibile crescita nell’intero territorio britannico e lo scorso anno hanno registrato un incremento di quasi il 40%.

Gli avvertimenti delle autorità sanitarie inglesi

Oltre a segnalare l’aumento della malattia di Lyme le autorità sanitarie inglesi hanno sensibilizzato la popolazione sulla possibile espansione anche dell’encefalite da zecche (Tbe), raccomandando di non sottovalutare la comparsa di febbre e di sintomi simil-influenzali nei giorni o nelle settimane successive all’asportazione di una zecca.

Hanno quindi invitato i cittadini a:

– prestare grande attenzione durante le attività all’aperto

– usare tutte le precauzioni utili a ridurre il rischio di punture.

La raccomandazione per i possessori di cani

Le autorità inglesi hanno inoltre raccomandato regolari e frequenti controlli sui cani e gli animali da compagnia.

In proposito hanno informato che il Rhipicephalus sanguineus, la nota zecca del cane, può:

– sopravvivere in ambienti chiusi, come le abitazioni, causando infestazioni domestiche

– esporre le persone a eventuali morsi anche all’interno della propria casa

– trasmettere diverse malattie, alcune delle quali molto serie (come la febbre maculosa mediterranea, la babesiosi e l’ehrlichiosi canina).

Il periodo più insidioso

Pur ricordando che le zecche possono rimanere attive tutto l’anno l’Agenzia inglese ha indicato da aprile a settembre il periodo in cui è più facile incorrere nel morso di zecca.

Ha quindi dato avvio a una intensa campagna di sensibilizzazione mettendo a disposizione dei cittadini:

– testimonianze di persone malate

– materiale informativo e approfondimenti.

L’obiettivo è promuovere una maggiore consapevolezza sui rischi e sulle malattie trasmesse dalle zecche.

Zecche da altre parti d’Europa

Le autorità britanniche hanno infine avvertito che potrebbero presentarsi nuove specie di zecche, provenienti da altre parti d’Europa.

Per il dipartimento di entomologia medica dell’UKHSA il fenomeno è legato:

– agli spostamenti della fauna selvatica

– alle migrazioni dell’avifauna

– ai viaggi e agli scambi commerciali.

Per effetto dei cambiamenti climatici le nuove specie di zecche potrebbero trovare condizioni ideali per insidiarsi e proliferare nel territorio inglese. Il fenomeno – ha sottolineato l’Agenzia sanitaria inglese – potrebbe «comparire all’improvviso» e portare nuove malattie.

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fonte immagine: @UK Lyme

L’apparizione in TV di Simona Ventura con “mezza faccia bloccata” ha acceso l’attenzione sulla paralisi del nervo facciale (paralisi di Bell). Può avere molteplici cause tra le quali c’è anche la neuroborreliosi di Lyme, trasmessa dal morso di una zecca infetta.

Essendo di origine batterica la paralisi facciale da neuroborreliosi non va trattata con cortisone e antivirali ma con antibiotici specifici e una pronta terapia rende più veloce e completo il recupero.

Lyme e paralisi facciale

Un recente studio dell’Università Carolina di Praga – pubblicato lo scorso marzo sulla rivista Ticks and Tick-borne diseases – indica che in corso di neuroborreliosi i nervi cranici sono comunemente colpiti, in particolare il nervo facciale.

I dati mostrano che su 147 pazienti con neuroborreliosi di Lyme (114 adulti e 33 bambini) in cura all’Ospedale universitario Bulovka di Praga, il coinvolgimento del nervo facciale si è verificato:

– nel 74,5% degli adulti

– nel 97% dei bambini.

Segnalano inoltre, in una minoranza di casi, la presentazione della paralisi facciale in forma bilaterale, con coinvolgimento di entrambi i lati del viso.

Gli effetti della terapia antibiotica

Lo studio dell’Università di Praga evidenzia che il 97% dei bambini ha avuto la risoluzione completa della paralisi entro 3 mesi dall’inizio della terapia antibiotica e il 78,8% entro le prime 3 settimane di trattamento.

In un unico caso la paresi del nervo facciale è rimasta persistente per 5 mesi.

Negli adulti il recupero si è rivelato più lento e la paresi si è risolta entro tre mesi nel 67,5%.

Un decorso favorevole e una rapida regressione sono stati osservati nei bambini e negli adulti con il coinvolgimento unilaterale del nervo facciale (paralisi di metà del viso).

Tbe e paralisi dei nervi cranici

I ricercatori di Praga hanno documentato il possibile coinvolgimento dei nervi cranici anche da parte dell’encefalite da zecche (Tbe), con interessamento:

– dei nervi motori oculari (III, IV, VI) nel 17,4% dei casi

– del nervo facciale nel 7,9% dei casi.

Le conseguenze paretiche della Tbe hanno comportato il ricovero in ospedale e nel 35% dei casi hanno determinato sequele persistenti per più di un anno.

La presentazione

Nella malattia di Lyme il coinvolgimento neurologico (neuroborreliosi):

– si sviluppa in circa il 15% delle persone colpite dalla malattia e non curate

– si manifesta di solito diverse settimane (o mesi) dopo la puntura di zecca.

Quando la malattia coinvolge il nervo facciale provoca:

– intorpidimento o debolezza di un lato del viso

– deviazione della bocca dal lato colpito

– difficoltà a chiudere l’occhio dello stesso lato, con eccessiva lacrimazione

– alterazione della mimica facciale, con difficoltà a sorridere o aggrottare la fronte e incapacità di fischiare.

Quando sospettare la neuroborreliosi

La neuroborreliosi va sospettata come causa della paralisi del nervo facciale quando non ha cause spiegabili e compare:

– dopo un morso di zecca

– in un’area endemica per la malattia di Lyme (nei territori dove la malattia è diffusa o segnalata si stima che oltre il 20% delle paralisi di Bell siano dovute alla malattia di Lyme).

Per confermare il sospetto diagnostico è necessario ricorrere ai test di laboratorio.

È utile ricordare inoltre che in corso di neuroborreliosi la paralisi del nervo facciale può essere bilaterale, essere preceduta dall’eritema migrante o presentarsi in associazione con segni di irritazione delle meningi, come mal di testa, dolore e rigidità cervicale.

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fonte immagine: Corriere.it

“Il sudore umano contiene una proteina con proprietà antimicrobiche, in grado di proteggere dalla malattia di Lyme”. È “una secretoglobina chiamata SCGB1D2, capace di inibire la crescita dei batteri che causano l‘infezione”.

La scoperta è del Massachusetts Institute of Technology – MIT di Cambridge (Usa) ed è frutto di un lungo lavoro di ricerca condotto in collaborazione con l’Università di Helsinki (Finlandia), le cui risultanze sono pubblicate su Nature Communicationsdel 19 marzo 2024.

L’identificazione

I ricercatori hanno isolato la proteina analizzando un database finlandese contenente:

Cercando un “marcatore genetico di suscettibilità alla malattia di Lyme” hanno identificato la secretoglobina SCGB1D2 e per capire il suo meccanismo d’azione hanno quindi condotto prove in laboratorio e test sui topi scoprendo il suo alto fattore protettivo.

La riprova

I risultati sono stati confermati in Estonia, utilizzando i dati di circa 210.000 persone, di cui 18.000 affette dalla malattia di Lyme.

Gli studi e i test non hanno chiarito “come la proteina inibisca la crescita dei batteri che causano la malattia di Lyme”, ma i ricercatori sono intenzionati a sfruttare le sue capacità per nuovi trattamenti di prevenzione e cura della malattia.

Le altre rivelazioni

A parere dei ricercatori circa un terzo delle persone è portatore di una variante genetica della secretoglobina SCGB1D2.

La variante non ha la stessa efficacia protettiva ed è anzi associata ad una vulnerabilità alla malattia di Lyme, essendo comunemente rilevata nelle persone colpite dalla malattia.

I programmi

La scoperta apre le porte ad un approccio del tutto nuovo per prevenire la malattia di Lyme.

In proposito il team di ricerca ha già annunciato studi clinici sul possibile uso della secretoglobina SCGB1D2 per sviluppare una crema da spalmare sulla pelle prima dell’esposizione al morso di zecca così da ottenere un effetto protettivo.

Idealmente il preparato, chiamato “Lyme Block”, dovrebbe favorire un elevato controllo del rischio di infezione, anche nell’eventualità di punture infette.

Nei programmi di ricerca vi è inoltre l’intendimento di “esplorare il potenziale della proteina come trattamento per le infezioni che non rispondono agli antibiotici”.

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fonte immagine:https://www.nbcboston.com/news/local/mit-lyme-disease-research/3322174/

È tempo di auguri e per tradizione è anche il periodo ideale per scampagnate, gite fuori porta, escursioni a contatto con la natura.

Nonostante le vacanze di Pasqua 2024 si annuncino all’insegna di un meteo instabile, con alternanza di sole, nuvole e possibili rovesci, la voglia di stare all’aria aperta si fa sentire, complici le giornate più lunghe e le temperature piacevoli.

Staccare la spina, vivere momenti di relax, sintonizzarsi sul naturale meccanismo di rinascita proprio della stagione regala sicuramente benessere, ma se in programma c’è una passeggiata, un picnic o una scampagnata nel verde, fuori e dentro le città, ricordiamoci di essere accorti e di evitare un incontro insidioso: quello con le zecche, in questo periodo particolarmente attive.

Godiamoci serenamente i giorni di festa e, meteo permettendo, scegliamo tra le tante opportunità offerte da itinerari al mare o tra laghi, colline, praterie e boschi avendo sempre cura della nostra salute.

Buona Pasqua e buone gite a tutti coloro che ci seguono online, con l’augurio che il tempo instabile non rompa (è il caso di dirlo) le uova nel paniere!

Maurizio Ruscio e i collaboratori del sito www.morsodizecca.it

fonte immagine pexels.com

In questi giorni di inizio primavera si intensificano le segnalazioni sulla presenza di zecche in montagna e nelle aree verdi di città. Accade in provincia di Bolzano (Trentino – Alto Adige), di Massa (Toscana), di Cagliari (Sardegna), ma la conferma arriva anche da numerosi post condivisi sulle pagine social dedicate alle escursioni.

Nonostante le zecche possano mordere tutto l’anno è proprio con la bella stagione che diventano più attive nella ricerca di un ospite sul quale nutrirsi, complici le condizioni ottimali di temperatura e umidità.

Le testimonianze

Fra le segnalazioni di maggior rilievo vi è il racconto di una biologa, consulente tecnico faunistico, che nei giorni scorsi si è trovata addosso 27 zecche durante una passeggiata di 4 chilometri nel parco delle Alpi Apuane (Toscana). “Controllandomi di continuo, ogni volta che abbassavo lo sguardo ne trovavo e toglievo 2 o 3″ ha dichiarato l’interessata al quotidiano online L’altraMontagna, sottolineando la necessità di essere molto attenti al problema.

Sulla stessa lunghezza d’onda il quotidiano Alto Adige che lo scorso 19 marzo ha riferito un’emergenza zecche in provincia di Bolzano “quest’anno più seria rispetto alle stagioni passate”.

Un’ANSA del 22 marzo ha informato inoltre della proliferazione di zecche in alcune zone di Cagliari, “entrate anche negli appartamenti”. Un’allerta che ha fatto scattare un intervento urgente di pulizia e disinfezione.

Il morso di zecca: perché non va sottovalutato

Di per sé il morso di zecca non è pericoloso. Lo diventa quando la zecca è infetta. In questo caso può trasmettere batteri, virus e altri agenti patogeni responsabili di infezioni serie, come la malattia di Lyme, l’encefalite da zecche, le rickettsiosi, la febbre bottonosa del Mediterraneo, l’anaplasmosi e l’ehrlichiosi oltre alla babesiosi.

Si tratta di malattie che possono diventare più gravi se non individuate in modo tempestivo.

Dove fare attenzione

Le zecche amano gli ambienti umidi ed ombreggiati con vegetazione bassa ed erba incolta.

Si trovano di frequente nelle aree boscose, in quelle di confine tra prato e bosco (soprattutto se c’è presenza d’acqua) e nei territori di passaggio della fauna selvatica.

Sono normalmente presenti nelle zone rurali e si sono adattate a vivere anche in molti spazi verdi di città (parchi urbani, giardini, aiuole).

In caso di lavoro, escursione o sosta in questi habitat è importante usare alcune semplici precauzioni:

– indossare un abbigliamento che copre quanto più possibile il corpo

– controllarsi con regolarità per individuare subito la presenza di eventuali zecche

– al rientro a casa lavarsi, ispezionare con attenzione tutto il corpoe rimuovere prontamente le eventuali zecche trovate sulla pelle.

Come si riconosce una zecca

Le zecche non sono facili da individuare perché:

– hanno dimensioni molto piccole

– possono facilmente confondersi con un neo, una irregolarità o una piccola lesione scura della pelle.

Per individuarle è necessario un controllo accurato, facendo attenzione soprattutto a piccoli rigonfiamenti e minuscoli punti neri in rilievosulla cute. Le zone più a rischio sono la testa, i polsi, l’incavo del ginocchio e, in generale, le aree dove si suda di più.

Come si toglie una zecca

Per rimuovere la zecca in modo sicuro si può utilizzare uno dei comuni estrattori disponibili in commercio o usare una pinzetta a punte sottili. In quest’ultimo caso basta afferrare la zecca il più possibile vicino alla pelle e staccarla tirando dolcemente, ma con mano ferma, senza schiacciare il suo corpo.

La zona va poi disinfettata evitando prodotti che colorano la pelle.

È assolutamente sconsigliato applicare sulla zecca una qualsiasi sostanza (alcol, benzina, acetone, trielina, ammoniaca, olio o grassi) perché potrebbe favorire un abbondante rigurgito di agenti infettivi.

Cosa fare dopo aver tolto la zecca

È utile segnare la data dell’asportazione e fare attenzione ai sintomi che si presentano nelle sei settimane successive.

Se compare febbre o si notano arrossamenti (persistenti) sulla pelle bisogna ricorrere subito al medico curante e segnalare il morso di zecca.

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fonte immagine: www.ildolomiti.it/altra-montagna

Per i ricercatori della Jhon Hopkins University di Baltimora (USA) i sintomi persistenti della malattia di Lyme post trattamento (PTLDS) potrebbero essere causati da una disfunzione del sistema nervoso autonomo, nota come disautonomia.

La tesi, contenuta in una recensione pubblicata lo scorso febbraio sulla rivista Frontiers, segnala la necessità di potenziare le ricerche in questa direzione, suggerendo che la disautonomia potrebbe rivelarsi una componente chiave delle conseguenze a lungo termine.

Cos’è la disautonomia

La disautonomia è una disregolazione del sistema nervoso autonomo, dal quale dipendono la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna, la digestione, la temperatura corporea, la sudorazione e la lacrimazione.

La comparsa della disautonomia è spesso associata a infezioni causate da diversi agenti patogeni ed è indicata come responsabile di:

– stordimento,

– affaticamento grave,

– debolezza,

– dolore toracico,

– deterioramento cognitivo con significativa compromissione della qualità della vita.

L’associazione con la malattia di Lyme

È noto che la malattia di Lyme può coinvolgere il sistema nervoso (neuroborreliosi) e provocare meningite, interessamento dei nervi periferici (meningoradicoloneurite), encefalite, mielite.

Per i ricercatori americani è in grado di coinvolgere anche il sistema nervoso autonomo, nonostante tale complicanza sia documentata in un numero molto limitato di casi e non sempre utilizzando criteri rigorosi.

A sostenere l’ipotesi è la significativa sovrapposizione dei sintomi di disautonomia e malattia di Lyme post trattamento, che condividono: affaticamento, dolore muscoloscheletrico, difficoltà cognitive.

Le analogie con il long-Covid

I ricercatori della Hopkins segnalano inoltre che la disautonomia ricorre nelle sequele post acute del Covid (il cosiddetto Covid lungo o long-Covid), manifestando una serie di sintomi centrati su:

– intolleranza allo sforzo,

– livelli sproporzionati di affaticamento,

– deterioramento neurocognitivo,

– sonno non ristoratore,

– mialgia/artralgia (dolori muscolati e articolari).

Una possibile causa comune

Le molte somiglianze tra long-Covid e malattia di Lyme post trattamento portano quindi l’università di Baltimora a ritenere che la disautonomia si possa collegare a entrambe le sindromi, “sebbene siano necessarie ulteriori ricerche”, dal momento che “attualmente non esistono studi utili a dimostrare chiaramente questa associazione”.

Se tali ricerche confermeranno l’ipotesi della Hopkins University si apre la possibilità di nuovi trattamenti per i pazienti di Lyme colpiti da sintomi persistenti.

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L’Eritema migrante, manifestazione tipica della malattia di Lyme iniziale, ha una durata maggiore quando la malattia coinvolge il sistema nervoso (neuroborreliosi di Lyme). Lo conferma un’indagine del Centro medico universitario di Lubiana (Slovenia), pubblicata a febbraio sulla rivista scientifica Pathogens.

Sulla base di oltre 15 anni di osservazioni cliniche lo studio dimostra la presenza dell’Eritema per un periodo più lungo in caso di sintomi neurologici, avanzando l’ipotesi che il tardivo riconoscimento e trattamento della lesione siano alla base della sua persistenza e la possibile causa delle manifestazioni a carico del sistema nervoso.

Le indagini realizzate

Lo studio poggia sui dati clinici di:

– 194 pazienti con eritema migrante associato a sintomi suggestivi di neuroborreliosi (46 pazienti) o con diagnosi di neuroborreliosi (148 pazienti)

– 12.384 pazienti con eritema migrante senza coinvolgimento del sistema nervoso.

Evidenzia nei 194 pazienti con sintomatologia neurologica:

– una durata media dell’Eritema migrante di 30 giorni: tre volte superiore a quella di 12.384 pazienti senza segni neurologici (durata media 10 giorni)

– un’espansione dell’Eritema migrante fino a 20 centimetri di diametro, contro i 13 centimetri del gruppo di controllo

– il mancato trattamento dell’Eritema migrante nel 63,9% dei casi e l’inizio di una terapia inadeguata in un ulteriore 25,3% di casi.

I ritardi nella diagnosi

L’indagine segnala inoltre che la diagnosi dell’Eritema migrante nei pazienti con sintomi neurologici:

– ha registrato tempi significativamente più lunghi rispetto ai pazienti senza coinvolgimento del sistema nervoso (in media 30 giorni invece di 10)

– si è talora associata al mancato riconoscimento dell’Eritema migrante quale sintomo della malattia di Lyme o alla comparsa dell’Eritema in sedi difficili da visualizzare, come la parte posteriore:

– della testa

– del collo

– del tronco

– della coscia

– del ginocchio.

La raccomandazione

Per i ricercatori sloveni la popolazione dev’essere costantemente incoraggiata:

– a esaminare sistematicamente la propria pelle per diverse settimane in caso di puntura di zecca o di possibile esposizione alle zecche

– a consultare un medico qualora osservi la comparsa di un arrossamento su qualsiasi parte del corpo

– a diventare consapevole che potrebbe trattarsi di una manifestazione iniziale della malattia di Lyme.

Il messaggio

L’Eritema migrante è l’unica manifestazione clinica della malattia di Lyme sufficientemente distintiva da consentire una diagnosi clinica senza necessità di test di laboratorio.

Si presenta come un’eruzione cutanea in espansione nel sito del morso di zecca e compare alcuni giorni o settimane dopo la puntura infettante. Poiché il morso di zecca è di solito indolore e può passare facilmente inosservato è necessario raccomandare a quanti vivono o frequentano aree a rischio:

– di ispezionare con regolarità il proprio corpo, comprese le parti di difficile osservazione

– ricorrere a un medico nell’eventualità di lesioni sulla pelle.

Il tempestivo riconoscimento dell’Eritema migrante consente di iniziare un’appropriata terapia antibiotica e può impedire lo sviluppo di altre manifestazioni cliniche della malattia di Lyme.

Al contrario la mancata o ritardata diagnosi dell’Eritema migrante e un trattamento tardivo o inadeguato possono avere serie conseguenze a carico del sistema nervoso, oltre che delle articolazioni e del cuore.

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Più della metà dei pazienti con cardite di Lyme riceve un pacemaker per una “condizione facilmente curabile con gli antibiotici”. Accade in Svezia e a rivelarlo sono i ricercatori dell’università di Göteborg, secondo i quali gli stessi risultati sono “generalizzabili ad altri paesi europei”.

L’indagine pubblicata sul numero di febbraio della rivista Open Forum Infectios Diasease riporta i risultati di una ricerca condotta sui registri nazionali svedesi tra il 2010 e il 2018 e stima che il 59% delle persone colpite da cardite di Lyme in Svezia corre il rischio di ricevere impianti di pacemaker permanenti, non necessari.

Che cos’è la cardite di Lyme

È una manifestazione precoce, ma fortunatamente rara, della malattia di Lyme (0,3%-4% dei casi). Si verifica quando la malattia coinvolge il cuore.

Può essere curata in modo efficace con antibiotici e la maggior parte dei pazienti guarisce completamente entro poche settimane di terapia.

Purtroppo può presentarsi con un blocco della conduzione atrioventricolare di alto grado, un’anomalia cardiaca che provoca la totale o parziale interruzione dell’impulso elettrico dagli atri ai ventricoli e determina l’impianto di un pacemaker.

Il mancato riconoscimento della cardite di Lyme può quindi portare un’alta percentuale di pazienti a non ricevere il corretto trattamento.

La diagnosi

Non esistono linee guida definitive per la diagnosi e la gestione della cardite di Lyme.

Usualmente, il riscontro dell’anomalia cardiaca in combinazione con una sierologia positiva per malattia di Lyme è ritenuto sufficiente per sospettare la patologia, soprattutto in caso di pazienti che abitano, lavorano, frequentano o provengono da una zona endemica, hanno meno di 50 anni, accusano sintomi associati di:

– ottundimento

– pre-sincope/sincope

– respiro corto

– dolore toracico

dopo un morso di zecca (anche a distanza di mesi) e talora associati a eritema migrante.

Una preoccupazione fondata

L’identificazione della cardite di Lyme in pazienti con blocco atrioventricolare di alto grado è fondamentale per intraprendere un tempestivo trattamento e per prevenire i rischi intrinseci all’impianto di un pacemaker permanente (infezioni, complicanze periprocedurali, effetti psicologici).

È quindi importante aumentare la consapevolezza tra i cardiologi della cardite di Lyme come causa di blocco atrioventricolare.

L’indicazione

Poiché la cardite di Lyme è facilmente curabile e nella maggior parte dei casi è completamente reversibile, diffondere e migliorare la sua conoscenza può portare a:

– una diagnosi precoce

– un pronto e risolutivo trattamento antibiotico

contribuendo a ridurre il numero di pazienti “inutilmente sottoposti a impianto di pacemaker definitivo”.

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Fonte immagine https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0735109718394427

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