Nel mese di maggio, dedicato alla sensibilizzazione sulla malattia di Lyme, le news del sito hanno approfondito il ruolo fondamentale della prevenzione e le sfide ancora aperte nella ricerca diagnostica e terapeutica, soprattutto per i pazienti che continuano a manifestare sintomi persistenti dopo il trattamento.
La prima news di giugno si concentra proprio su questo tema, presentando i risultati di un recente studio internazionale condotto dall’Università di Albany (Nuova Zelanda) in collaborazione con ricercatori finlandesi. Utilizzando tecniche avanzate di intelligenza artificiale il team ha condotto una revisione sistematica della letteratura scientifica, facendo luce su un tema da sempre controverso: l’origine e la gestione dei sintomi persistenti di Lyme che una percentuale di pazienti (stimata fino al 25%) continua a manifestare anche dopo la terapia antibiotica.
Sindrome post trattamento e malattia cronica: una controversia ancora aperta
Il cuore del dibattito ruota attorno a due spiegazioni principali:
– la Sindrome post trattamento della malattia di Lyme (PTLDS– Post-Treatment Lyme Disease Syndrome)considera i sintomi persistenti — stanchezza, dolori muscolari e disturbi cognitivi — come conseguenza della malattia di Lyme, senza la presenza attiva del batterio,
– la malattia di Lyme cronica (CLD – Chronic Lyme Disease): sostiene invece che in un sottogruppo di pazienti l’infezione può persistere nel tempo, giustificando l’uso di trattamenti antibiotici prolungati.
Lo studio traccia il cambiamento intervenuto nel panorama della ricerca: dagli anni 2000, quando i lavori a sostegno della malattia cronica erano più numerosi, si è passati a un progressivo aumento di pubblicazioni favorevoli alla visione PTLDS, soprattutto dopo il 2010.
Questa tendenza riflette l’orientamento di una delle principali società scientifiche, l’Infectious Diseases Society of America (IDSA), che si è espressa a favore di spiegazioni immuno-mediate (PTLDS), in contrapposizione a organizzazioni come l’International Lyme and Associated Diseases Society (ILADS) a favore invece del riconoscimento della malattia di Lyme cronica.
Parallelamente, si è osservata una diminuzione degli studi clinici sull’efficacia degli antibiotici prolungati, mentre è cresciuto l’interesse verso la definizione di biomarcatori diagnostici affidabili e di nuovi farmaci, due aree che vedono attivamente impegnata la comunità scientifica, ma il cui avanzamento non è privo di difficoltà.
Un campo di ricerca segnato da polarizzazione, attivismo e disinformazione
Lo studio mette in evidenza anche la dimensione socioculturale e mediatica del dibattito su Lyme.
Se da un lato le organizzazioni scientifiche e mediche tendono a una visione cauta, basata su evidenze e risultati di ricerca, dall’altro gruppi di pazienti e comunità online spingono per il riconoscimento della malattia cronica, dando voce a esperienze personali spesso escluse dalla narrativa medica ufficiale.
Questa “resistenza epistemica” — come definita nel campo degli studi scientifici e tecnologici (Science and Technology Studies – STS) — è amplificata dai social media, dove proliferano narrazioni alternative, talvolta infondate, che contribuiscono a minare la fiducia nella medicina convenzionale. La conseguenza? Cresce il rischio che i pazienti si allontanino dalle linee guida ufficiali per cercare forme diagnostiche alternative e trattamenti non verificati o non sicuri.
Verso un approccio medico-paziente più integrato
Tra i messaggi più forti lanciati dallo studio c’è l’invito alla comunità medica a non ignorare le esperienze dei pazienti, anche in assenza di certezze diagnostiche. L’adozione di modelli di cura incentrati sulla persona potrebbe migliorare l’alleanza terapeutica e contrastare l’erosione della fiducia nelle istituzioni sanitarie.
Il lavoro rappresenta un contributo innovativo per l’epistemologia della medicina contemporanea: l’uso di modelli linguistici di intelligenza artificiale, integrati con una validazione umana strutturata, permette di mappare su larga scala le dinamiche evolutive del discorso scientifico sulla malattia di Lyme. L’approccio apre nuovi scenari per l’analisi e l’approfondimento delle controversie mediche esistenti e può rivelarsi utile anche in altri campi.
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Nei giorni scorsi l’ULSS 1 Dolomiti ha presentato il programma delle attività per lo studio, monitoraggio e prevenzione delle zecche nel territorio bellunese. A rafforzare l’impegno anche consigli pratici per proteggersi dai morsi e un forte invito alla vaccinazione contro la Tbe, disponibile gratuitamente per tutti i residenti della provincia di Belluno dal 2019.
I numeri e le aree più colpite
I dati presentati mostrano la crescita costante dei casi di malattie trasmesse da zecche nel Bellunese.
L’encefalite da zecche (Tbe) ha registrato 14 casi nel 2023, 19 nel 2024 e già 1 caso nei primi quattro mesi del 2025.
Ancora più marcato l’aumento della malattia di Lyme: 19 casi nel 2023, 29 nel 2024 e 5 nel primo quadrimestre del 2025. Le aree più colpite sono il Cadore orientale, l’Agordino e Longarone.
I numeri, evidentemente in salita, indicano un’incidenza di casi molto più significativa rispetto al resto della regione Veneto.
Il progetto Monzec
Dal marzo 2024, l’Ulss 1 Dolomiti partecipa al progetto MONZEC (Monitoraggio delle zecche), attivo fino al 2026 in collaborazione con il Tirolo orientale, la Val Pusteria e le associazioni venatorie locali.
I cacciatori, tramite un’app dedicata, contribuiscono a mappare la presenza delle zecche sul territorio, segnalando gli esemplari ritrovati durante le loro attività. Il progetto punta a raccogliere dati utili per comprendere meglio la distribuzione geografica delle zecche, le condizioni ambientali che ne favoriscono la proliferazione e gli agenti infettivi, conosciuti o emergenti, di cui sono vettori.
Queste informazioni, analizzate con approccio scientifico, serviranno a orientare le strategie di prevenzione e informazione rivolte alla cittadinanza, oltre a rafforzare il coordinamento transfrontaliero nella gestione del rischio sanitario legato ai morsi di zecca.
Ixodes ricinus: la zecca più diffusa
Nel territorio bellunese è predominante la specie Ixodes ricinus, la comune “zecca dei boschi”, principale vettore della malattia di Lyme e della Tbe.
I risultati delle indagini realizzate negli ultimi anni indicano:
– una prevalenzadi zecche infette dal batterio causale della malattia di Lyme nel 2,6% delle ninfe e nel 10% negli esemplari adulti, un dato che conferma la necessità di mantenere alta l’attenzione,
– una prevalenza di zecche infette dal virus della Tbe pari ael 2,1%, una percentuale significativamente elevata, condivisa dal Nord-Est italiano.
Tbe sorvegliata speciale
Belluno resta una delle aree più colpite dalla Tbe.
L’ULSS Dolomiti rimarca che l’infezione, pur decorrendo in modo asintomatico o con sintomi lievi e poco specifici nel 70% circa casi, può evolvere nel restante 30% in forme gravi di interessamento neurologico, con:
– febbre alta,
– cefalea intensa,
– meningite,
– encefalite,
– mielite,
– paralisi flaccida acuta.
L’azienda sanitaria rimarca inoltre le serie conseguenze dell’encefalite: metà dei pazienti mostra sintomi fino a 6-12 mesi, con grave compromissione nel 10-30% dei casi.
Non esistendo una terapia specifica, ma solo una terapia antivirale e di supporto la stessa ULSS indica la prevenzione come lo strumento più efficace.
Vaccinazioni gratuite in crescita
Proprio per contrastare il diffondersi della Tbe, dal 2019 il vaccino è gratuito per tutti i residenti in provincia di Belluno. I dati dimostrano l’efficacia della misura:
– 2016: 4.083 dosi somministrate
– 2019: 13.729
– 2020: 24.995 (dato favorito dall’introduzione dei drive-in vaccinali)
– 2024: 18.956
– fino ad aprile 2025: 4.645 persone vaccinate.
Il vaccino, sottolinea l’ULSS Dolomiti, è sicuro ed efficace e richiede richiami regolari: il primo dopo 3 anni, poi ogni 5 anni sotto i 60 anni e ogni 3 anni sopra i 60.
Prevenzione: le regole d’oro
Nell’eventualità di lavori o escursioni in aree montane e boschive le autorità sanitarie raccomandano di:
– Indossare abiti coprenti
– Camminare preferibilmente al centro di sentieri battuti
– Usare repellenti specifici
– Controllare la pelle e gli abiti durante e dopo le escursioni
– Rimuovere subito eventuali zecche in modo corretto, evitando l’uso di sostanze irritanti (come alcol o vaselina).
Il messaggio
La lotta alle malattie trasmesse dalle zecca comprende informazione, monitoraggio e prevenzione.
L’impegno, in questo senso, coinvolge non solo le autorità sanitarie, ma chiede a tutti i cittadini di non abbassare la guardia e di collaborare attivamente nella difesa della propria salute.
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Due interessanti studi clinici in corso presso il Centro di ricerca per le malattie trasmesse dalle zecche della Columbia University (New York – USA) puntano a trattare i sintomi persistenti della malattia di Lyme post trattamento (PTLDS) con approcci innovativi, basati sull’utilizzo di specifiche tecniche di neurostimolazione.
Obiettivo dei ricercatori è valutare la sicurezza, la tollerabilità e l’efficacia di tali tecniche nel ridurre disturbi debilitanti come nebbia cerebrale, affaticamento, dolore muscolare e articolare, depressione e infiammazione che perdurano dopo il trattamento antibiotico.
La stimolazione transcranica a corrente continua (tDCS) per combattere la nebbia cerebrale
Il primo studio si concentra sulla stimolazione transcranica a corrente continua (tDCS), una tecnica non farmacologica e non invasiva che prevede l’utilizzo di un dispositivo in grado di somministrare una live stimolazione elettrica al cuoio capelluto.
Il trattamento è indolore e pensato per migliorare la funzione cognitiva nei pazienti che continuano a sperimentare difficoltà cognitive dopo aver affrontato un’infezione da Borrelia. L’intervento, della durata di quattro settimane, è svolto prevalentemente a domicilio, con un massimo di quattro visite presso il centro di ricerca di New York.
Il protocollo prevede sessioni di allenamento cognitivo computerizzato, abbinate alla stimolazione tDCS tramite un dispositivo indossabile.
I benefici attesi includono un miglioramento nella velocità di elaborazione mentale, nella gestione della fatica e nell’umore.
La tDCS è già stata sperimentata da alcuni studi pilota per il trattamento di malattie come ictus, Parkinson, Alzheimer e condizioni quali depressione e dipendenze.
La stimolazione del nervo vago auricolare (taVNS) per i sintomi sistemici
Il secondo studio indaga l’efficacia della stimolazione transcutanea del nervo vago auricolare (taVNS), una procedura che agisce su un punto specifico dell’orecchio per stimolare il nervo vago, uno dei principali “regolatori invisibili” del nostro organismo.
La taVNS è una tecnica semplice, non invasiva e sicura, pensata per essere praticata a casa. I ricercatori ritengono che questa stimolazione possa contribuire a ridurre dolore, affaticamento, con benefici anche per depressione e infiammazione ed effetti positivi sulle capacità cognitive.
A differenza delle tecniche VNS tradizionali, che richiedevano un impianto chirurgico, questa versione transcutanea elimina la necessità di interventi invasivi, rendendo l’approccio più accessibile. Lo studio ha una durata di quattro settimane e coinvolge i partecipanti sia tramite visite in presenza (3-5) sia online, per valutare sicurezza, efficacia e tollerabilità del trattamento.
Verso nuovi paradigmi terapeutici
Entrambe le sperimentazioni aprono la strada a un modo innovativo, più personalizzato e accessibile di affrontare i sintomi persistenti della malattia di Lyme.
L’interesse crescente per approcci neuromodulatori non invasivi, come tDCS e taVNS, riflette la necessità di trattamenti complementari e/o alternativi ai farmaci, specialmente per i pazienti che non rispondono ai protocolli di terapia convenzionali.
Sebbene le premesse siano incoraggianti, i ricercatori sottolineano l’importanza di proseguire gli studi clinici sia monitorarne effetti e benefici, sia perdefinire linee guida condivise e standardizzate sull’uso di queste tecniche emergenti.
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WebMD, uno dei più noti portali medici internazionali, ha recentemente pubblicato un editoriale che riassume tre novità importanti sulla malattia di Lyme:
- – un previsto un aumento dei casi nel 2025
- – una nuova possibile opzione terapeutica per trattare l’infezione
- – una scoperta utile a spiegare i sintomi dei pazienti con artrite di Lyme recidivante, ampliando l’orizzonte delle conoscenze sui sintomi persistenti della malattia.
L’articolo si conclude con una domanda: Qual è la migliore difesa contro la malattia di Lyme? La risposta rimane invariata: evitare i morsi di zecca.
Perché ci saranno più casi di Lyme nel 2025?
Il cambiamento climatico è uno dei fattori principali. Inverni più brevi e temperature più alte favoriscono la proliferazione delle zecche, anche in zone considerate inospitali fino a qualche anno fa. Questo porta a un rischio maggiore di contrarre la malattia.
Secondo l’EPA (Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti), i casi di Lyme sono aumentati del 40% tra il 2022 e il 2023 sul territorio americano. Un trend in crescita che “ha buone probabilità di continuare anche nel 2025” a livello globale.
Una nuova cura per la malattia di Lyme?
Un team della Northwestern University (Illinois– USA) ha testato oltre 500 composti approvati dall’agenzia americana del farmaco (FDA) per trattare la malattia di Lyme. I risultati, pubblicati il 23 aprile 2025 su Science Translational Medicine, hanno evidenziato il potenziale della piperacillina, un antibiotico della famiglia delle penicilline già usato per altre infezioni.
Nei test condotti sui topi la piperacillina ha eliminato la Borrelia (agente causale della malattia di Lyme) usando una dose 100 volte inferiore alla doxiciclina, il trattamento standard negli Stati Uniti. Secondo i ricercatori questa scoperta potrebbe portare a cure più rapide e con meno effetti collaterali, anche se sono ancora necessari studi clinici sull’uomo per confermare l’efficacia della piperacillina.
La causa dell’artrite persistente di Lyme? Il peptidoglicano
Un secondo studio guidato dallo stesso gruppo di ricerca della Northwestern University ha individuato residui di parete cellulare batterica (peptidoglicano) nel fluido articolare di pazienti con artrite di Lyme recidivante. Questi frammenti potrebbero mantenere attiva la risposta immunitaria anche dopo l’eliminazione del batterio.
Gli scienziati stanno studiando strategie per rimuovere il peptidoglicano e aiutare i pazienti nei casi di mancata risposta alle terapie convenzionali.
La scoperta potrebbe allargare le conoscenze attuali sui sintomi persistenti e le conseguenze a lungo termine della malattia di Lyme, suggerendo anche nuove opzioni di intervento terapeutico.
Prevenzione: il miglior scudo contro la malattia di Lyme
Anche se la maggior parte dei casi si risolve con cure tempestive, la prevenzione resta la chiave.
– Usare indumenti protettivi e repellenti prima delle attività all’aperto
– Controllare la pelle al rientro, dopo le attività
– Rimuovere subito eventuali zecche
sono strumenti tanto facili quanto efficaci per evitare la malattia di Lyme e le sue coinfezioni.
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“Da un bel po’ di tempo gli occhi mi fanno male ogni singolo giorno. […] I miei muscoli oculari hanno spasmi ogni volta che cerco di mettere a fuoco qualcosa, facendomi oscillare tra la visione doppia e la visione di una sola cosa…”.
Con queste parole Rachel Leland – giovane affetta da una severa disfunzione visiva causata dalla malattia di Lyme – racconta la sua esperienza sul blog dell’associazione americana Lymedisease.org (16 aprile 2025). La testimonianza porta alla luce un aspetto poco noto della malattia: le manifestazioni oculari della Lyme.
Lyme e disturbi oculari
Il coinvolgimento oculare nella malattia di Lyme è raro, ma può verificarsi in qualsiasi fase dell’infezione.
Anche se la puntura di zecca è avvenuta lontano dalla zona oculare, l’infezione può comunque estendersi agli occhi, provocando infiammazione e/o disturbi che possono compromettere la funzionalità visiva.
Principali sintomi oculari della malattia di Lyme
Tra i sintomi oculari più noti ci sono:
– Congiuntivite: con arrossamento, gonfiore e infiammazione di uno o entrambi gli occhi
– Cheratite: con dolore, bruciore, fotofobia (ipersensibilità alla luce) e lacrimazione
– Episclerite: con arrossamento intenso, dolore e lacrimazione
– Iridociclite: con infiammazione interna dell’occhio, visione offuscata e dolore
– Uveite: con riduzione della vista, fotofobia e visione di “mosche volanti” o “puntini mobili”
Gli studi pubblicati segnalano che le manifestazioni possono risolversi con un trattamento antibiotico mirato.
Neuroborreliosi e sintomi neuro-oftalmici
In alcuni casi la neuroborreliosi (la forma neurologica della Lyme) può interessare i nervi cranici, causando sintomi neuro-oftalmici come:
– Diplopia (visione doppia) dovuta alla paralisi dei muscoli oculari
– Visione offuscata in conseguenza di problemi al nervo ottico
– Affaticamento visivo persistente
Fortunatamente i casi gravi sono rari.
Zecche e infezioni oculari: non solo Lyme
Oltre alla Borrelia, altre infezioni trasmesse da zecche possono coinvolgere gli occhi. Tra di esse vi sono:
– la tularemia
– la febbre ricorrente da zecche
– la febbre bottonosa del Mediterraneo
– la babesiosi
e più raramente
– l’ehrlichiosi
– l’encefalite da zecche (TBE).
Le manifestazioni più comuni comprendono: congiuntivite, edema (gonfiore) delle palpebre, fotofobia, dolore, riduzione della vista.
Perché è importante conoscere i sintomi oculari della Lyme
La malattia di Lyme è una causa ancora poco conosciuta di infezioni oculari. Una maggiore consapevolezza può:
– favorire la diagnosi
– permettere trattamenti più efficaci
– salvaguardare la salute visiva dei pazienti.
Segnali di sospetto da non sottovalutare in caso di sintomi oculari dolorosi o alterazioni della vista sono:
– attività svolte all’aperto
– avvenuta asportazione di una o più zecche dal corpo
– residenza, viaggi e soggiorno in zone endemiche
– sintomi caratteristici della malattia di Lyme, come l’eritema migrante, tipica manifestazione iniziale della malattia.
In presenza di dubbi è consigliato eseguire gli esami sierologici per confermare o escludere l’infezione da Borrelia burgdorferi.
Per leggere la testimonianza di Rachel Leland clicca qui
In occasione delle festività pasquali desideriamo augurare a tutti coloro che ci seguono tanta serenità e salute.
La primavera è la stagione in cui le zecche sono più attive e, proprio per questo, abbiamo dedicato le ultime news alla prevenzione. Informarsi e adottare semplici comportamenti può ridurre in modo rilevante il rischio di subire punture infettanti e malattie insidiose, come la malattia di Lyme e la TBE (encefalite da zecca).
Le novità in arrivo
In questi ultimi mesi abbiamo lavorato con passione al progetto del nuovosito: a breve lo metteremo online e sarà una piattaforma completamente rinnovata, pensata per offrire una navigazione più veloce e intuitiva e contenuti aggiornati.
Ospiterà il tradizionale appuntamento con le news settimanali dedicata a notizie di attualità e approfondimenti scientifici,ma avrà anche una nuova sezione podcast con informazioni, consigli e spiegazioni semplici per:
– chiarire dubbi,
– sfatare falsi miti,
– rispondere a tante domande su come riconoscere e gestire i morsi di zecca,
– cosa fare se c’è una zecca sulla pelle,
– come capire se la zecca ha trasmesso un’infezione e quali sono i sintomi rivelatori
– con quali strategie e comportamenti si possono evitare conseguenze per la salute.
Non mancheranno i chiarimenti sulle malattie trasmesse dalle zecche e sui percorsi diagnostici consigliati, insieme a raccomandazioni basate su evidenze medico-scientifiche e linee guida internazionali.
L’obiettivo è continuare a dare informazioni affidabili a chi cerca notizie o vuole conoscere rischi, prevenzione e consigli pratici per proteggere se stesso e i propri cari da un morso, spesso innocuo, ma che talvolta può nascondere insidie e seri problemi.
Buona Pasqua a tutti, insieme a grazie per la fiducia.
La prevenzione inizia dall’informazione. E noi, da cinque anni, siamo orgogliosi di essere al fianco di chi ci segue … anche a Pasqua!
Maurizio Ruscio e il team di morsodizecca.it
Con la primavera ci sono più occasioni di stare all’aria aperta. Attività in giardino, passeggiate al parco, escursioni in montagna, picnic nei prati espongono tuttavia al rischio di subire morsi di zecca. Per evitarli e prevenire la trasmissione di malattie insidiose le linee guida suggeriscono l’uso di repellenti specifici.
Orientarsi fra i vari prodotti in commercio non è facile e possono nascere diversi dubbi sul loro impiego, così come sulla loro sicurezza ed efficacia.
Per una scelta consapevole del prodotto ecco una guida semplice e chiara, basata sulle indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità e di enti del sistema sanitario nazionale.
Come scegliere i repellenti da usare sulla pelle
– Affidarsi solo a prodotti registrati
I repellenti sicuri sono quelli registrati come Presidi Medico Chirurgici (PMC) o come Biocidi secondo la regolamentazione europea. Questo garantisce che sono stati testati per sicurezza e funzionalità.
– Leggere attentamente l’etichetta: non tutti i repellenti sono uguali
Assicurarsi che il prodotto sia testato contro le zecche, senza dare per scontato che funzioni per tutti i parassiti (zecche, zanzare, pappataci).
Accertarsi inoltre che l’etichetta riporti l’indicazione PMC. Se manca e c’è solo la lista degli ingredienti non si tratta di un repellente ma di un cosmetico.
– Controllare il principio attivo
I prodotti di comprovata efficacia sono quelli contenenti i seguenti principi attivi:
Dietiltoluamide (DEET)
È il repellente più comune ed è presente nella maggioranza dei prodotti commerciali a concentrazioni comprese tra 7% e 33,5%. Una concentrazione media del 24% conferisce una protezione fino a 5 ore.
La molecola è considerata sicura per chi ha più di 12 anni se utilizzata nei dosaggi raccomandati. Un’esposizione a concentrazioni elevate di DEET può provocare irritazioni, debolezza, mal di testa, perdita di memoria e tremori. L’uso del prodotto può danneggiare l’abbigliamento in fibre sintetiche.
Icaridina/Picaridina (KBR 3023)
È un repellente in commercio da alcuni anni a varie concentrazioni, comprese tra il 7% e il 33,5%, con un’efficacia da 2 a 10 ore circa.
A basse concentrazioni e con l’esclusione della formula in spray, è ritenuto adatto anche ai bambini. Tra i 2 e i 12 anni di età l’Istituto Superiore di Sanità consiglia concentrazioni del principio attivo inferiori al 10% e raccomanda di non superare due applicazioni nell’arco delle 24 ore.
AMP (IR3535) Etilbutilacetilaminopropionato
È un biopesticida con un’efficacia sensibilmente inferiore a quella del DEET. Può essere utilizzato anche sui bambini al di sopra dei due anni di età, ma essendo molto irritante per gli occhi va applicato con particolare attenzione.
Viene commercializzato in concentrazioni che variano dal 7% al 30%. Alla concentrazione del 7,5% conferisce protezione per 30 minuti.
PMD o Citrodiol
Conosciuto col nome commerciale di Citrodiol, è uno dei pochi repellenti di origine vegetale ed è l’unico di questo tipo approvato dal Centers for Disease Control (CDC) degli Stati Uniti. Deriva dall’estratto di eucalipto citrato (Corymbia citriodora) ed è meno protettivo dei repellenti chimici.
Alle basse concentrazioni (6%) viene consigliato anche per i bambini dai 2 anni di età. È irritante per gli occhi e va evitato sul viso. Non si conosce il tasso di protezione temporale.
– Rispettare tempi e modalità di applicazione
La durata del repellente non dipende solo dalla concentrazione del principio attivo, ma è influenzata anche da fattori esterni: sudorazione, pioggia, sfregamento della pelle dove il prodotto è stato applicato possono ridurre il tempo di protezione.
Per l’applicazione e la ri-applicazione del prodotto vanno scrupolosamente seguite le indicazioni e le avvertenze di sicurezza riportate sulla confezione.
– Osservare sempre le necessarie precauzioni
Il repellente va utilizzato in modo omogeneo sulla pelle esposta, evitando:
– il contatto con occhi e bocca
– l’applicazione sulla pelle sotto i vestiti
– l’uso su tagli, ferite o pelle irritata.
È consigliato usare solo la quantità necessaria, poiché un’applicazione eccessiva non aumenta la protezione e può causare reazioni avverse.
Quando accade una reazione di qualsiasi tipo bisogna sospendere l’impiego del repellente, lavare la pelle con acqua e sapone e rivolgersi a un medico, possibilmente mostrando il repellente adoperato.
– Trovare la formulazione più adatta alle proprie esigenze
I repellenti anti-zecca sono disponibili in diversi formati:
– Lozioni: facili da distribuire, richiedono attenzione nell’applicazione sul viso.
– Roll-on: pratici e adatti ai bambini, permettono una distribuzione uniforme.
– Spray: comodi da usare, ma vanno evitati sul viso.
– Salviette e spugnette: adatte per il viso, ma rilasciano una quantità limitata di principio attivo.
– Formulazioni spalmabili (creme, gel): in genere ben tollerate, permettono un dosaggio e una distribuzione uniforme e corretta.
– Braccialetti: efficacia molto limitata e raramente certificata.
– Usare prudenza per bambini e donne in gravidanza
Alcuni prodotti sono sicuri anche per i più piccoli (sopra i 2 anni) e per le donne in gravidanza, ma l’applicazione deve essere sempre limitata e controllata.
In caso di dubbi è opportuno consultare in via preventiva il pediatra o il medico curante.
L’applicazione del repellente nei minori di 12 anni dovrebbe essere sempre effettuata da un adulto per evitare il contatto, anche accidentale, con gli occhi e la bocca.
– Rimuovere il prodotto dopo l’uso
Quando il repellente non serve più bisogna lavare bene la pelle con acqua e sapone per eliminare i residui del prodotto.
– Abbinare repellente e protezione solare
È possibile utilizzare repellente e protezione solare contemporaneamente.
Applicare prima la protezione solare, attendere almeno 20 minuti, e poi il repellente.
– Ricorrere alle alternative naturali?
L’Istituto Superiore di Sanità riporta testualmente:
Citronella: non offre copertura nei confronti degli ixodidi (ovvero delle zecche).
Geraniolo (olio essenziale): il prodotto, per uso umano, è da considerarsi inidoneo per la protezione dalle punture di zecca.
NEEM (olio essenziale): utilizzato contro le zanzare, mancano indicazioni sugli effetti contro le zecche.
Cosa sapere sulla protezione degli indumenti
La permetrina: non è un repellente ma un acaricida, va usato con prudenza
Per proteggere vestiario ed equipaggiamento si può usare la permetrina, un insetticida molto efficace contro le zecche, di lunga durata ma non privo di tossicità.
La permetrina non va mai applicata sulla pelle ed è sicura per l’uso su vestiti, zaini e attrezzature.
Il suo utilizzo va riservato alle situazioni di effettiva necessità e deve seguire alcune regole importanti:
– L’impregnazione degli abiti e delle attrezzature deve avvenire in luoghi ben ventilati e possibilmente all’aperto.
– Durante l’applicazione occorre evitare il contatto con la pelle e l’inalazione dei vapori.
– Prima di indossare i vestiti trattati occorre assicurarsi che siano completamente asciutti (auspicabile è l’asciugatura all’aperto).
Le schede di sicurezza consigliano inoltre di tenere gli indumenti impregnati con permetrina lontano da animali domestici e di toglierli prima di accedere alle zone dove si mangia.
Infine, ricordare che ….
Le zecche non vivono solo nei boschi o in montagna ma si trovano facilmente anche in giardini privatie parchi cittadini. Sfalciare il prato, potare cespugli, rimuovere l’erba da aiuole e vialetti, passeggiare al parco o giocare con il cane nel verde di casa può essere sufficiente per esporsi al loro morso.
Per proteggere la propria salute è utile scegliere e usare correttamente un repellente anti-zecca, a patto di leggere sempre le etichette, rispettare le dosi consigliate, preferire i prodotti registrati presso il Ministero della salute e usare le necessarie prudenze e accortezze.
Se abbiamo amici a 4 zampe usiamo le stesse precauzioni, affidandoci ai consigli del veterinario di fiducia.
Per approfondire consulta le principali fonti utilizzate:
Sui social media è nato un crescente entusiasmo per l’uso del disulfiram come possibile trattamento della malattia di Lyme persistente. Non pochi pazienti affetti da disturbi di lungo periodo hanno iniziato a chiedere la prescrizione del farmaco sulla base di forti aspettative di beneficio. Ma quali sono le evidenze scientifiche disponibili? E quali i rischi?
Un nuovo studio pilota pubblicato il 2 aprile sulla rivista scientifica Frontiers ha messo in evidenza luci e ombre del trattamento. I risultati, seppur riferiti a un piccolo campione, offrono uno sguardo bilanciato tra potenziali benefici e reali effetti collaterali.
I benefici osservati
Secondo lo studio, l’assunzione di disulfiram ha mostrato una possibile efficacia nel:
– ridurre la stanchezza cronica
– migliorare la qualità della vita in alcuni pazienti.
Gli effetti collaterali e i rischi
Lo studio ha tuttavia segnalato eventi avversi da seri a gravi, tra cui:
– Insufficienza epatica
– Anomalie cardiache
– Psicosi
– Neurotossicità periferica e centrale.
Cos’è il disulfiram?
Commercializzato con diversi nomi (come Antabuse ed Etltox) il disulfiram è un farmaco, approvato da decenni, contro l’alcolismo.
La sua funzione principale è quella di inibire un enzima coinvolto nel metabolismo dell’alcol, provocando reazioni spiacevoli (nausea, vomito, mal di testa) in caso di consumo di bevande alcoliche o di prodotti contenenti alcol etilico (ad esempio collutori e spray orali, sciroppi per la tosse, ansiolitici, tinture idroalcoliche fitoterapiche).
Perché viene considerato nel trattamento della malattia di Lyme
Nel 2016 le prove di laboratorio condotte da un gruppo di ricerca della Stanford University (USA) hanno dimostrato che il disulfiram può avere proprietà antimicrobiche, aprendo la strada all’ipotesi della sua potenziale efficacia anche contro il batterio Borrelia burgdorferi, responsabile della malattia di Lyme.
La scoperta ha portato ad un utilizzo off-label del farmaco (ovvero per uno scopo diverso da quello per cui è stato autorizzato), con sperimentazioni individuali del suo utilizzo da parte di pazienti affetti da sintomi di Lyme post trattamento (PTLDS).
Le posizioni delle associazioni di pazienti in USA e Francia
Negli Stati Uniti alcune associazioni di pazienti come Lymedisease.org hanno accolto con interesse gli studi sul disulfiram, sottolineando l’urgenza di trovare nuove terapie per chi soffre di sintomi persistenti. Tuttavia hanno anche invitato alla prudenza, chiedendo ulteriori e rigorosi studi clinici per confermare sicurezza ed efficacia, stanti i “problemi di tollerabilità imprevisti e talvolta gravi” emersi dalle sperimentazioni e segnalati dai pazienti.
In Francia la Federazione contro le malattie trasmesse dalle zecche (FFMVT), che associa tre principali organizzazioni di pazienti, medici e dottori di ricerca, ha diffuso un messaggio di questo tenore dopo le esperienze di tossicità grave e persistente testimoniate da alcuni malati:
“È necessario comprendere perché la tossicità del disulfiram appare particolarmente grave e frequente nei pazienti con malattia di Lyme ed esplorare rapidamente le ragioni di tale tossicità .[…] Finché non avremo le prime risposte a questa domanda, sarebbe prematuro considerare il disulfiram come la nuova molecola miracolosa per i pazienti affetti da malattia di Lyme”.
Prospettive future e prudenza
Al momento i risultati degli studi disponibili non consentono di promuovere il disulfiram come una nuova terapia promettente per il trattamento della malattia di Lyme e dei sintomi persistenti, soprattutto a causa dei profili di tossicità registrati.
Anche se gli studi realizzati rappresentano un passo importante per valutare nuove opzioni terapeutiche per i malati il messaggio principale resta quello della cautela e della necessità di ulteriori ricerche basate su sperimentazioni cliniche affidabili e rigorose procedure scientifiche.
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In Lombardia la borreliosi di Lyme è in costante aumento. Prove recenti confermano un’elevata esposizione alle zecche infette sia nelle aree rurali, sia in quelle periurbane.
Lo rivela una ricerca dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna (IZSLER), pubblicata il 14 marzo su Acta Tropica, prestigiosa rivista internazionale sulle malattie infettive, la salute pubblica e la ricerca biomedica.
Cosa rivelano i dati
Gli esperti dell’IZSLER hanno analizzato 2.453 zecche rimosse da 2.109 pazienti presso ambulatori medici lombardi tra il 2018 e il 2023. Le indagini hanno evidenziato una diffusione significativa di agenti patogeni:
– 18,7% delle zecche è risultato vettore di almeno un patogeno
– 6,3% ha mostrato di ospitare più agenti microbici.
Le zecche adulte si sono rivelate le più pericolose: 1 su 5 (20,3%) si è dimostrata infetta. Leggermente inferiore il tasso di infezione delle ninfe, pari al 18,8%.
L’agente microbico rilevato con maggiore frequenza è stato il batterio responsabile della malattia di Lyme (Borrelia).
Ixodes ricinus: la zecca più diffusa
L’Ixodes ricinus, ovvero la zecca dei boschi, è risultata la specie dominante in Lombardia, rappresentando il 93,5% degli esemplari rilevati. Per i ricercatori dell’IZSLER la sua ampia diffusione nel territorio lombardo è motivo di preoccupazione per due motivi:
– è il principale vettore della borreliosi di Lyme e della Tbe (encefalite da zecche)
– un singolo morso può trasmettere più patogeni contemporaneamente e causare coinfezioni i cui sintomi, comuni a diverse malattie, aumentano il rischio di diagnosi tardive o errate.
Altre specie di zecca segnalate
Oltre all’Ixodes ricinus sono state individuate altre due specie di interesse sanitario:
– il Rhipicephalus sanguineus (zecca del cane), agente di diverse rickettsiosi, tra cui la febbre bottonosa del Mediterraneo (o febbre maculata mediterranea)
– il Dermacentor, primario vettore della Tibola, una zoonosi emergente che provoca il rigonfiamento doloroso dei linfonodi del collo (linfoadenopatia) e una lesione cutanea (escara) nella zona del morso, spesso localizzata nel cuoio capelluto.
L’allerta dell’Università
L’Università di Milano ha segnalato, già l’estate scorsa, problemi crescenti per la salute pubblica a causa dell’aumento di zecche in Lombardia, sottolineando la loro distribuzione anche in aree dove erano assenti o segnalate solo sporadicamente fino a pochi anni fa.
“Se aumentano le zecche, aumentano anche i patogeni che trasmettono e, di conseguenza, i casi di malattie infettive”, ha evidenziato Sara Epis, professore di parassitologia all’ateneo milanese.
Di fronte a questa situazione, gli esperti invitano alla massima prudenza in tutte le aree verdi, comprese quelle urbane.
Lyme e altre malattie: l’importanza della prevenzione
Il nuovo studio dell’IZSLER rafforza la consapevolezza sul rischio crescente di malattie trasmesse dalle zecche nella regione Lombardia, con particolare attenzione alla borreliosi di Lyme.
La ricerca sottolinea inoltre l’importanza della prevenzione.
Le iniziative messe in atto dalle aziende sanitarie locali, come l’Ats della Montagna, l’Ats Pavia, l’Ats Brianza, l’Ats Bergamo, l’Ats Brescia, l’Ats Val Padana vanno in questa direzione e rappresentano un passo significativo per informare e proteggere cittadini e turisti.
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