Con un comunicato diffuso nei giorni scorsi l’Ulss 1 Dolomiti ha fatto il punto sulla situazione epidemiologica delle malattie trasmesse da zecche in provincia di Belluno, ribadendo l’importanza della prevenzione e, in particolare, della vaccinazione contro l’encefalite da zecca (TBE).
Accanto ai dati l’azienda sanitaria ha scelto di dare spazio anche a una storia concreta: quella di Alberto Chele, 45 anni, barista di Borca di Cadore, che ha deciso di raccontare la propria esperienza con la TBE per lanciare un messaggio chiaro a chi ancora tende a sottovalutare i rischi.
Una storia che fa riflettere
“Ho rimandato il vaccino. È stato un errore”. Il racconto di Alberto Chele è diretto, senza giri di parole e spiega come un morso di zecca può cambiare la vita.
La sua storia inizia un anno fa, mentre è al lavoro. Improvvisamente una gamba smette di rispondere, la paura, la corsa al Pronto Soccorso e poi la diagnosi: encefalite da zecca.
Da quel momento la sua vita cambia radicalmente. Prima il ricovero in rianimazione e poi il lungo percorso di riabilitazione. Un cammino fatto di piccoli progressi quotidiani, tra fisioterapia, nuove tecnologie come la realtà virtuale e il supporto costante di un’équipe multidisciplinare.
Oggi Alberto sta recuperando, passo dopo passo, ma il percorso verso la completa autonomia resta ancora lungo. La sua testimonianza, riportata dall’Ulss, diventa così un forte messaggio di sensibilizzazione: la TBE può avere conseguenze molto serie e durature.
Un territorio esposto
Il Bellunese si conferma terra di zecche e di malattie.
La specie più diffusa è l’Ixodes ricinus, la comune zecca dei boschi, presente non solo nelle aree forestali, ma anche in prati, pascoli e zone verdi urbane.
Per monitorare la sua diffusione è attivo il progetto MONZEC, che ne traccia la distribuzione in provincia di Belluno con l’aiuto delle Associazioni Venatorie e della Polizia Provinciale. Il monitoraggio 2025 è eloquente:
- il 38% delle zecche analizzate risulta positivo alla Borrelia, responsabile della malattia di Lyme;
- circa l’1% è portatore del virus della TBE.
Dal punto di vista clinico sono 12 i casi di encefalite da zecca diagnosticati dall’Ulss Dolomiti lo scorso anno, mente da gennaio a marzo 2026 non si sono registrati contagi. In costante aumento anche la malattia di Lyme: i dati attribuiscono al Bellunese un’incidenza superiore al resto del Veneto.
Prevenzione: i comportamenti corretti
La prevenzione resta il primo strumento di difesa. Durante le attività all’aperto, l’azienda sanitaria raccomanda alcuni semplici comportamenti per evitare i morsi di zecca:
- indossare abiti chiari e coprenti;
- evitare l’erba alta;
- utilizzare repellenti;
- controllare accuratamente il corpo al rientro.
In caso di puntura, la zecca va rimossa subito con una pinzetta o un estrattore, evitando sostanze come alcol o oli, che possono aumentare la trasmissione di agenti infettivi.
Vaccino anti-TBE: gratuito ma ancora poco diffuso
La vaccinazione contro la TBE, gratuita per i residenti nel Bellunese, rappresenta la forma più efficace di protezione. Eppure l’adesione resta ancora limitata, fermandosi a poco più del 22% della popolazione.
Un dato che, anche alla luce della storia di Alberto, ha spinto l’Ulss a rafforzare la campagna vaccinale, programmando nuove sedute nei mesi di aprile e maggio con l’obiettivo di ampliare la partecipazione e aumentare la copertura sul territorio.
ZeccApp: quando i cittadini aiutano la ricerca
Accanto alla prevenzione sanitaria, cresce anche il ruolo della tecnologia e il coinvolgimento diretto dei cittadini. Un esempio è ZeccApp, l’applicazione sviluppata dalla Fondazione Edmund Mach (San Michele all’Adige), gratuita e scaricabile su smartphone.
È un progetto di citizen science, esteso a tutto il territorio italiano, che consente di:
- segnalare il ritrovamento di zecche (su di sé, sugli animali domestici o sulla vegetazione) direttamente dal proprio cellulare, indicando il luogo e l’attività svolta, insieme a eventuali dettagli sul contesto ambientale;
- inviare fotografie delle zecche trovate per il riconoscimento della specie;
- seguire lo stato delle proprie segnalazioni.
Le informazioni vengono quindi verificate da esperti della Fondazione Mach, contribuendo alla ricerca scientifica, alla sorveglianza del territorio e alla creazione di una mappa interattiva che registra le segnalazioni validate e il tracciamento delle zone a rischio, quale utile strumento di informazione e prevenzione.
Per approfondire:
clicca qui per leggere il comunicato stampa dell’Ulss 1 – Dolomiti
clicca qui per ascoltare la testimonianza diretta del sig. Chele, che racconta la sua esperienza con la TBE
Nel Nord-Est italiano aumentano i casi di Lyme e TBE (encefalite da zecche), confermando un trend in netta espansione. Recenti evidenze scientifiche segnalano anche nuove infezioni emergenti.
Uno studio retrospettivo pubblicato lo scorso 16 marzo su BMC Infectious Diseases analizza i dati raccolti tra il 2015 e il 2022 in quattro centri ospedalieri situati tra Veneto e Provincia autonoma di Bolzano e rivela il peso sanitario sempre più importante delle malattie trasmesse da zecche.
Le aree colpite
L’indagine ha incrociato i dati provenienti da strutture ospedaliere che coprono territori con diverse caratteristiche morfologiche, dalla pianura alle zone montane:
- Azienda Ospedale-Università di Padova,
- Azienda ULSS n. 8 Berica (Vicenza),
- Ospedale San Martino (Belluno),
- Azienda Sanitaria dell’Alto Adige (Bolzano).
I risultati indicano le province di Belluno e Bolzano come zone ad alto rischio, soprattutto per la diffusa presenza della zecca dei boschi (Ixodes ricinus), favorita da ambienti montani e boschivi e per l’elevata frequentazione turistica, che aumenta le occasioni di contatto tra persone e zecche, con una maggiore probabilità di punture infettanti.
Lyme e TBE in aumento
Lo studio conferma che la malattia di Lyme è la più monitorata:
- oltre 40.000 test effettuati
- tasso di positività fino al 14,8%
- aumento costante dei casi, soprattutto nella popolazione maschile tra i 60 e i 69 anni.
In crescita anche la TBE (encefalite da zecche):
- 8.700 test eseguiti
- positività complessiva del 21%
- maggiore incidenza negli uomini tra i 40 e i 49 anni.
Le infezioni emergenti
Oltre a Lyme e TBE, l’indagine rivela altre malattie trasmesse da zecche:
- Rickettsiosi: con un tasso di positività di circa 11,5%
- Anaplasmosi: con circa il 9% di casi positivi
- Babesiosi: con pochi casi, ma picchi fino al 50% tra 2021 e 2022
I dati suggeriscono un quadro epidemiologico in evoluzione, da monitorare attentamente.
Criticità del sistema sanitario
I ricercatori evidenziano l’impossibilità di definire un quadro completo della situazione epidemiologica per:
- la mancanza di notifica obbligatoria di tutte le malattie trasmesse da zecche
- una diagnostica ancora parziale per alcune infezioni emergenti, come anaplasmosi e babesiosi
- il rischio concreto di una sottostima dell’incidenza reale.
Un problema di sanità pubblica
L’analisi dimostra:
- un elevato carico diagnostico per Lyme e TBE
- un aumento significativo della positività per entrambe le infezioni
- una presenza più limitata di altre malattie trasmesse da zecche.
Sottolinea inoltre la necessità di:
- rafforzare la sorveglianza epidemiologica
- promuovere campagne di informazione e sensibilizzazione.
Per ricercatori, i dati raccolti potrebbero rappresentare solo la “punta dell’iceberg” e in un contesto di cambiamenti climatici e di estesa mobilità turistica, evidenziano come le zecche non siano più un rischio confinato a poche aree isolate, ma rappresentino una sfida crescente per la salute pubblica.
Consapevolezza e prevenzione: come difendersi dalle zecche
La prevenzione resta fondamentale per ridurre l’impatto delle malattie.
Alcune semplici misure – come usare repellenti specifici, indossare un abbigliamento protettivo, controllare il corpo dopo escursioni e attività all’aperto, rimuovere tempestivamente le zecche dalla pelle – possono fare la differenza.
Aumentare la consapevolezza sull’efficacia di questi comportamenti è essenziale, soprattutto per chi frequenta ambienti naturali.
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Il vaccino contro la malattia di Lyme, sviluppato da Pfizer e Valneva, mostra un’efficacia superiore al 70%, ma restano alcuni dubbi sui risultati. È questo il quadro che emerge dagli ultimi dati della sperimentazione clinica.
Il 23 marzo 2026 Pfizer ha annunciato che chiederà l’approvazione per il candidato vaccino contro la malattia di Lyme, sviluppato insieme a Valneva.
La decisione arriva nonostante l’azienda abbia comunicato un ostacolo. Nella prima analisi dei dati clinici, il vaccino non ha infatti raggiunto il criterio statistico previsto. In altre parole i risultati non si sono rivelati abbastanza “solidi” per confermare con certezza l’efficacia.
Il motivo è legato al numero di casi osservati. Durante la sperimentazione si sono verificati meno casi di malattia di Lyme del previsto e questo ha ridotto la “forza” dei dati dal punto di vista statistico.
Una seconda analisi, già pianificata, ha però dato risultati migliori e superato la soglia richiesta.
Efficacia del vaccino
Secondo Pfizer l’efficacia del vaccino è di oltre il 70% nella prevenzione della malattia di Lyme:
- 73,2% dopo 28 giorni dalla quarta dose
- 74,8% già dal giorno successivo alla quarta dose.
I dati fanno seguito al completamento di un ciclo vaccinale a quattro dosi, somministrate nell’arco di 19-23 mesi: le due prime a 0 e 2 mesi, una terza dose tra il quinto e il nono mese e un richiamo dopo un anno.
I punti critici
Sebbene i risultati siano positivi restano alcune questioni aperte.
La prima riguarda i tempi. L’efficacia più solida si osserva solo dopo la quarta dose. Questo significa che la protezione comunicata da Pfizer si basa su un percorso piuttosto lungo.
Nel primo anno, dopo tre dosi, i risultati non sembrano significativamente diversi rispetto al placebo. Un elemento che potrebbe influenzare l’uso del vaccino nella pratica.
Ci sono poi altre domande ancora senza risposta. Saranno necessari richiami? E quanto sarà accettato un vaccino con più dosi distribuite nel tempo?
Cosa succede ora
Nonostante le incertezze Pfizer ritiene che i risultati siano clinicamente rilevanti. Per questo motivo, intende presentare la richiesta di approvazione alle autorità regolatorie.
Per avere un quadro completo sull’efficacia, sicurezza e tollerabilità del candidato vaccino sarà tuttavia necessario analizzare tutti i dati della sperimentazione. Solo allora sarà possibile valutare con maggiore precisione la potenza statistica dei risultati e il ruolo del vaccino nella protezione contro la malattia di Lyme.
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Con l’arrivo della bella stagione e l’aumento delle attività all’aria aperta, torna alta l’attenzione sul rischio zecche. Una recente indagine scientifica accende i riflettori sull’Isola di Pianosa (Toscana) e segnala un dato di particolare rilievo: l’elevata presenza di zecche Hyalomma con un alto tasso di Rickettsia aeschlimannii, il battere responsabile della febbre maculosa mediterranea (o febbre bottonosa del Mediterraneo).
Lo studio, condotto dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana insieme alla Fondazione Edmund Mach, si basa sulla raccolta di 1685 campioni di zecche, di cui 1683 identificati come Hyalomma marginatum e sulle analisi condotte in 575 esemplari.
Un’isola ad alto rischio stagionale
Pianosa fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano ed è un’ambìta meta turistica, con 15.000–20.000 visitatori ogni anno.
Dal punto di vista ambientale presenta tre condizioni favorevoli alla proliferazione delle zecche, in particolare delle Hyalomma marginatum:
- è area di sosta, nidificazione e svernamento per diverse specie di uccelli migratori, noti vettori di zecche su lunghe distanze,
- ha un’elevata densità di lepre europea, in grado di fornire una fonte di sangue facilmente accessibile alle zecche,
- affronta cambiamenti climatici significativi, tra cui l’aumento delle temperature e la variazione delle precipitazioni.
Questi fattori, uniti al continuo afflusso di zecche con gli uccelli migratori e alla diffusione della Rickettsia aeschlimannii, aumentano l’esposizione a possibili punture infettanti.
Rischi per la salute: cosa sapere
Il batterio individuato nelle zecche di Pianosa, la Rickettsia aeschlimannii, è associato alla febbre maculosa mediterranea, una malattia in aumento nel Sud Europa.
I sintomi principali includono:
- febbre
- cefalea
- mal di gola
- lesioni cutanee maculopapulari (macchie piatte ed eruzioni in rilievo)
- crosta nera nel punto in cui è avvenuto il morso della zecca (la caratteristica “tache noire”)
- nei casi più severi, complicazioni a carico del fegato, del sistema cardiovascolare, renale e del sistema nervoso centrale.
L’elevata circolazione del patogeno aumenta il rischio di malattia per chi risiede o frequenta l’isola, soprattutto durante escursioni e attività all’aperto.
Prevenzione: le raccomandazioni degli esperti
Alla luce dei risultati, gli autori dello studio sottolineano l’importanza di rafforzare l’informazione e la prevenzione, soprattutto all’inizio della stagione turistica.
Tra le principali misure consigliate:
- uso di repellenti specifici
- abbigliamento protettivo (pantaloni lunghi, calze alte, scarpe chiuse)
- limitazione delle passeggiate al di fuori dei sentieri segnalati
- controllo regolare del corpo e degli animali domestici.
Viene inoltre suggerita l’adozione di campagne informative mirate anche sui Social e, dove possibile, l’attuazione di circoscritti interventi con acaricidi in aree selezionate come spiagge pubbliche, luoghi ricreativi e di ritrovo, piccoli centri abitati.
Una notizia utile per la prevenzione
I dati raccolti rappresentano un importante campanello d’allarme: la combinazione tra alta densità di zecche e presenza diffusa della Rickettsia aeschlimannii rendono Pianosa un contesto da monitorare con attenzione.
Informarsi e adottare comportamenti corretti resta lo strumento più efficace per ridurre il rischio di punture e malattie, soprattutto nella bella stagione.
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Lo stesso morso di zecca che trasmette il battere di Lyme (la Borrelia burgdorferi) può inoculare, contemporaneamente, anche altri agenti patogeni (parassiti, batteri, virus) e causare infezioni multiple, chiamate coinfezioni.
Una recente analisi, pubblicata sulla rivista scientifica Microorganisms, evidenzia il difficoltoso riconoscimento delle coinfezioni nella malattia di Lyme perché i sintomi possono sovrapporsi e alterare la presentazione clinica, il decorso e la gravità della malattia.
Come le coinfezioni possono influenzare la malattia di Lyme
Quando si verifica una coinfezione il quadro clinico della malattia di Lyme può diventare più complesso.
La presenza di più patogeni è in grado infatti di:
- aggiungere nuovi sintomi,
- modificare le manifestazioni della malattia,
- alterare la risposta immunitaria.
Per questi motivi le coinfezioni possono portare a manifestazioni cliniche atipiche della malattia di Lyme e contribuire a ritardi nella diagnosi.
Le coinfezioni più comuni in Europa
Tra le coinfezioni trasmesse dalle zecche presenti in Europa, alcune sono più frequenti e meglio studiate.
Malattia di Lyme, Anaplasmosi
Una coinfezione possibile è quella tra malattia di Lyme e anaplasmosi granulocitica umana, causata dal batterio Anaplasma phagocytophilum.
I sintomi più comuni includono:
- febbre
- mal di testa
- dolori muscolari
- tosse
- disturbi gastrointestinali (nausea, vomito o diarrea).
Gli studi clinici indicano che la coinfezione non sempre peggiora il decorso della malattia di Lyme, ma circa un paziente su cinque può presentare sintomi aggiuntivi o alterazioni degli esami del sangue, come la riduzione dei globuli bianchi e delle piastrine o l’aumento delle transaminasi.
Malattia di Lyme ed encefalite da zecche (TBE)
In diverse aree europee è possibile la coinfezione tra malattia di Lyme ed encefalite da zecche (TBE).
Le due malattie possono avere periodi di incubazione simili e sintomi sovrapponibili, rendendo difficoltosa la diagnosi.
La coinfezione dovrebbe considerata soprattutto in presenza di:
- sintomi neurologici insolitamente severi
- febbre con andamento bifasico
- esposizione a zecche in zone dove è nota sia la diffusione della malattia di Lyme, sia la circolazione del TBE-virus.
Malattia di Lyme e Babesiosi
Una delle associazioni più conosciute è quella tra la malattia di Lyme e la babesiosi, causata da protozoi del genere Babesia.
La babesiosi può essere asintomatica o presentarsi con diversi livelli di severità, che comprendono:
- forme lievi
- sintomi simil-influenzali come febbre, mal di testa e dolori muscolari
- casi gravi, con anemia, riduzione delle piastrine, insufficienza renale o respiratoria.
Quando babesiosi e Lyme si verificano insieme, i sintomi possono sovrapporsi e complicare la diagnosi, soprattutto se il segno tipico di Lyme, l’eritema migrante, non viene notato.
La coinfezione dovrebbe essere sospettata in caso di sintomi persistenti o anomalie del sangue dopo una possibile esposizione al morso di zecche.
Altri patogeni trasmessi dalle zecche
Le zecche possono trasmettere anche altri agenti infettivi insieme alla Borrelia.
Tra questi vi sono:
- batteri come l’Ehrlichia e la Borrelia miyamotoi
- diverse specie di Rickettsia.
La frequenza e l’impatto clinico di queste coinfezioni sono ancora oggetto di studio e mancano dati certi sui loro effetti nella malattia di Lyme.
Perché le coinfezioni complicano la diagnosi
Le coinfezioni pongono seri problemi diagnostici quando:
- incrociano i sintomi di diverse malattie, originando quadri clinici di difficile interpretazione
- mascherano la presentazione e modificano l’andamento della malattia di Lyme.
Occorre inoltre tener conto che non esistono, al momento, protocolli diagnostici unificati per tutte le possibili coinfezioni veicolate dal morso di zecca.
C’è tuttavia un elemento che spesso accompagna le coinfezioni, è la comparsa di febbre, raramente presente quando la malattia di Lyme si presenta da sola. Un rialzo della temperatura corporea in presenza di sintomi riconducibili alla Lyme può quindi suggerire il sospetto diagnostico.
Prevenzione: la strategia più efficace
La capacità delle zecche di trasmettere diversi patogeni contemporaneamente sottolinea la necessità di monitorare con attenzione i sintomi di possibili coinfezioni associate alla malattia di Lyme, specialmente nelle zone endemiche.
Una maggiore consapevolezza dei rischi può favorire una diagnosi accurata e una cura tempestiva, ma deve anche indurre ad una prevenzione consapevole: evitare i morsi di zecca resta lo strumento fondamentale per tutelare la propria salute.
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La ricerca sulla malattia di Lyme compie un passo avanti: un gruppo di ricercatori dell’Università di Guelph, in Canada, ha sviluppato un biosensore in grado di rilevare rapidamente il batterio responsabile dell’infezione, aprendo la strada a possibili test da effettuare direttamente a casa.
Lo studio, frutto di una collaborazione internazionale tra esperti di biochimica, ingegneria, fisica e microbiologia, intende contribuire alla soluzione di uno degli aspetti più complessi della malattia: la diagnosi precoce e affidabile.
Come funziona il nuovo biosensore
Il dispositivo si basa su un microchip chiamato MNC-FET, progettato per individuare nel sangue specifici biomarcatori del batterio Borrelia, responsabile della malattia di Lyme.
In pratica, il sensore funziona come un “transistor biologico”: quando riconosce una particolare proteina del batterio, la proteina di superficie OspA, genera un segnale elettrico che può essere interpretato da un computer.
Questo meccanismo porterebbe a identificare direttamente il batterio, presente sempre in quantità estremamente ridotte, garantendo una diagnosi certa di infezione.
Quali sono i vantaggi
Secondo i ricercatori, il nuovo biosensore presenta diverse caratteristiche che lo rendono promettente per il futuro della diagnosi di Lyme:
- Elevata sensibilità: riesce a rilevare quantità minime di biomarcatori nel sangue.
- Alta specificità: non risponde a molecole non correlate, riducendo il rischio di falsi positivi.
- Campione minimo: bastano circa 0,5 microlitri di sangue, meno di una goccia.
- Analisi diretta: il sangue viene applicato direttamente sul chip senza trattamenti di laboratorio.
- Risultati rapidi: il rilevamento avviene in tempo reale.
Un possibile test da usare a casa
L’obiettivo finale dei ricercatori è trasformare il sensore in un dispositivo portatile, da utilizzare in ambulatorio, farmacia o persino a casa, in modo simile ai glucometri per il monitoraggio della glicemia.
In futuro, il chip potrebbe anche essere modificato per ricercare più biomarcatori contemporaneamente, migliorando ulteriormente l’accuratezza del test nelle diverse fasi dell’infezione.
A che punto è la ricerca
Nonostante i risultati promettenti, il dispositivo è ancora un prototipo di laboratorio. I componenti elettronici che registrano e interpretano i dati devono essere miniaturizzati e integrati in un sistema facile da usare.
Saranno inoltre necessarie sperimentazioni cliniche per verificare l’efficacia del sensore nelle diverse fasi della malattia e in varie popolazioni di pazienti.
Come spiegano gli sviluppatori, la tecnologia possiede già il “motore” – cioè il sensore ultrasensibile – ma è ancora necessario costruire il dispositivo portatile completo, testarlo sul campo e ottenere le necessarie approvazioni normative.
L’impegno per una diagnosi tempestiva della malattia di Lyme
Se confermata dagli studi futuri, la nuova tecnologia potrebbe risolvere uno dei problemi che più caratterizzano la diagnosi della malattia di Lyme: la difficoltà di rilevare l’infezione nelle fasi iniziali.
Un test rapido, sensibile e utilizzabile direttamente sul luogo di cura rappresenterebbe un importante passo avanti sia per i medici sia per i pazienti.
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Fonte immagine: Università di Guelph – https://news.uoguelph.ca/2026/03/lyme-disease-research-at-university-of-guelph-reaches-pivotal-milestone/
La possibilità di contrarre la malattia di Lyme più volte è ampiamente documentata, ma le informazioni disponibili sulle reinfezioni e le loro caratteristiche sono limitate e poco conosciute.
Uno studio, condotto in Slovenia, su oltre 11.000 pazienti con eritema migrante – la manifestazione tipica e precoce di Lyme – fa luce sulle reinfezioni e segnala alcune differenze rispetto al primo contagio.
Reinfezione: cosa significa davvero?
La reinfezione è la comparsa di un nuovo eritema migrante – dopo la completa risoluzione di un precedente eritema, trattato con antibiotici – in un punto della pelle diverso da quello originario.
L’indagine condotta dall’equipe slovena ha rilevato reinfezioni nel 6% dei casi di malattia di Lyme accertata e trattata con successo ed ha documentato fino a 7 episodi di reinfezione nella stessa persona.
Quando si verificano più spesso le reinfezioni?
Le reinfezioni seguono lo stesso andamento stagionale delle infezioni primarie. Possono comparire tutto l’anno, ma risultano più frequenti nei periodi di maggiore attività delle zecche: dalla primavera all’autunno inoltrato.

Come cambiano sintomi e manifestazioni cutanee
Secondo i ricercatori di Lubiana la presentazione della malattia di Lyme tende a modificarsi nei casi di reinfezione:
- l’eritema migrante compare e si espande più rapidamente
- i sintomi locali (prurito, dolore, fastidio) sono più rari
- la febbre è un evento sporadico
- le lesioni cutanee multiple sono poco comuni
- il sistema immunitario produce meno anticorpi IgM e più anticorpi di IgG.
Chi è più a rischio
Lo studio evidenzia che le reinfezioni colpiscono mediamente persone più anziane rispetto alle infezioni primarie (56 anni contro 48) e risultano leggermente più frequenti nelle donne.
Il rischio aumenta in modo significativo nei pazienti immunocompromessi (pazienti con trapianto, con neoplasie ematologiche, in terapia immunosoppressiva o in chemioterapia nell’ultimo anno): in questi casi la probabilità di reinfezione risulta tre volte superiore rispetto alla popolazione generale.
Cosa insegna lo studio
La ricerca condotta in Slovenia, uno dei Paesi europei con la più alta incidenza di malattia di Lyme, porta a quattro conclusioni chiave:
aver già avuto la malattia di Lyme non garantisce una protezione duratura
-le reinfezioni sono relativamente frequenti e spesso più lievi rispetto alla prima infezione
-la diagnosi tempestiva resta fondamentale per avviare rapidamente la terapia
-la prevenzione è cruciale, soprattutto per le persone immunocompromesse, che hanno un rischio di riammalarsi nettamente superiore alla popolazione generale.
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Venticinque esperti europei hanno identificato le attività che espongono a un maggior rischio di morsi di zecca e alla trasmissione di malattie come l’encefalite da zecca (TBE) e la borreliosi di Lyme. Due infezioni potenzialmente serie e molto insidiose per quanti frequentano le aree forestali (boschi, parchi naturali, riserve) a scopo professionale o ricreativo.
Le 28 attività più rischiose
Lo studio, coordinato dall’Agenzia francese per la salute e la sicurezza alimentare, ambientale e del lavoro, ha composto una Tabella con le 28 attività a più alto rischio di punture di zecca:
| Attività | Tipologia | |
| 01 | Attività scientifiche e di ricerca in ambienti naturali | Professionale |
| 02 | Gestioni forestali e industria del legno | Professionale |
| 03 | Protezione e monitoraggio dei boschi | Professionale |
| 04 | Trekking e passeggiate green | Ricreativa |
| 05 | Escursioni | Ricreativa |
| 06 | Pratiche di camminata nordica | Ricreativa |
| 07 | Corse in zona boscosa | Ricreativa |
| 08 | Corse su sentiero (Trail running) | Ricreativa |
| 09 | Discipline sportive come l’Orienteering | Ricreativa |
| 10 | Fitness nei boschi | Ricreativa |
| 11 | Raccolta di bacche, frutta ed erbe spontanee | Ricreativa |
| 12 | Raccolta di funghi | Ricreativa |
| 13 | Mountain bike | Ricreativa |
| 14 | Cicloturismo | Ricreativa |
| 15 | Equitazione | Ricreativa |
| 16 | Motociclismo fuoristrada | Ricreativa |
| 17 | Quad | Ricreativa |
| 18 | Arrampicata sugli alberi (Tree-climbing) | Ricreativa |
| 19 | Arrampicata su parete rocciosa | Ricreativa |
| 20 | Attività a contatto con la natura | Ricreativa |
| 21 | Terapia forestale | Ricreativa |
| 22 | Pesca in fiumi e corsi d’acqua dolce | Ricreativa |
| 23 | Sosta sull’erba | Ricreativa |
| 24 | Giochi all’aperto | Ricreativa |
| 25 | Raccolta di legna | Ricreativa |
| 26 | Pernottamento nella foresta | Ricreativa |
| 27 | Caccia tradizionale | Venatoria |
| 28 | Caccia da appostamento | Venatoria |
La classifica delle prime 9
Non tutte le attività hanno lo stesso grado di rischio. Quelle che richiedono la massima attenzione sono nove:
- a livello professionale: monitoraggio e protezione forestale, industria del legno, attività scientifiche in habitat
- a livello di relax e promozione del benessere: raccolta funghi, pernottamento nei boschi (bivacco, campeggio), attività naturalistiche (osservazione fauna e flora), orienteering, raccolta di bacche, frutta ed erbe spontanee.
In classifica anche la caccia, in tutte le sue forme.
Cosa aumenta il rischio
Per gli esperti il rischio di subire morsi di zecca aumenta in base:
- alla durata dell’esposizione
- al contatto con la vegetazione
- alle condizioni stagionali e meteo
- al livello di protezione adottato.
Quando il rischio è più alto
Secondo lo studio:
- il rischio è maggiore in primavera ed estate
- aumenta dopo periodi piovosi seguiti da giornate di bel tempo
- sale durante attività lente e prolungate a contatto con erba, arbusti e flora spontanea
- cresce in caso di camminate fuori sentiero o su percorsi poco battuti.
Come ridurre il rischio di morsi di zecca
Per contenere il possibile contatto con le zecche gli esperti sottolineano l’importanza della prevenzione individuale e chimica.
In proposito ricordano che le misure più efficaci comprendono:
Prima dell’attività
- indossare abiti chiari, che coprono la pelle (maniche lunghe e pantaloni lunghi)
- usare repellenti cutanei (DEET, picaridina, IR3535 o PMD) facendo attenzione alle regole e restrizioni legate al loro uso
- limitare le visite alle aree dove le zecche sono abbondanti, soprattutto nelle stagioni in cui sono più attive.
Durante l’attività
- evitare l’erba alta e il sottobosco
- controllare regolarmente indumenti e pelle scoperta
- rimuovere subito le eventuali zecche trovate.
Dopo l’attività
- fare la doccia e cambiare gli indumenti
- ispezionare con cura tutto il corpo e togliere le eventuali zecche attaccate alla pelle
- tenere sotto osservazione la zona interessata.
Due avvertenze
Nonostante l’esistenza di indumenti impregnati di piretroidi, in particolare permetrina, gli esperti ne sconsigliano l’uso da parte della popolazione generale e a causa di un rapporto rischio-beneficio sfavorevole.
Gli esperti inoltre ricordano che non tutte le misure di protezione generalmente raccomandate per la malattia di Lyme non sono efficaci anche per l’encefalite da zecche (TBE). In particolare la rimozione tempestiva delle zecche non è in grado di impedire la trasmissione del TBE-virus, che avviene immediatamente, mentre può limitare efficacemente la trasmissione del batterio responsabile della malattia di Lyme, che si verifica in tempi più lunghi.
Informare e prevenire
Lo studio raccomanda campagne di prevenzione mirate a chi pratica attività ad alto rischio.
Suggerisce iniziative di informazione e sensibilizzazione adattate alle aree e al pubblico di destinazione (ad esempio, regioni endemiche rispetto a quelle emergenti, bambini rispetto ad adulti, aree urbane rispetto ad aree forestali).
Promuove l’uso di segnaletica dedicata e pannelli informativi nei territori dove è nota la presenza di zecche e attribuisce un ruolo importante alla formazione dei farmacisti, che spesso rappresentano un primo punto di riferimento per i cittadini.
Il messaggio chiave
Conoscere quali situazioni e comportamenti aumentano l’esposizione alle zecche permette di adottare misure di protezione concrete, utili a ridurre significativamente il rischio di malattie.
Per approfondire clicca qui
Forte aumento dei casi di malattia di Lyme in Germania, con incrementi marcati e simultanei in diversi Länder. I dati – recentemente resi pubblici dalle autorità sanitarie tedesche – si riferiscono al 2025 e sottolineano un andamento anomalo della malattia rispetto agli anni precedenti.
Casi record in Sassonia, Baviera e Berlino
I report sanitari attribuiscono l’incremento più alto alla Sassonia, che ha registrato 2.623 casi di malattia di Lyme: circa 1.000 casi in più del 2024 (1.626) e oltre 1.100 casi in più del 2023 (1.484).
In termini percentuali l’aumento è pari a +61% rispetto al 2024 e a +77% rispetto al 2023, con uno scostamento molto netto dalle rilevazioni precedenti.
Anche la Baviera mostra un aumento significativo: a metà dicembre 2025 sono stati notificati 5.469 casi, circa 1.500 in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Si tratta di uno dei numeri più elevati mai osservati nello Stato federale per la malattia di Lyme.
Situazione analoga a Berlino, con 1.406 casi d’infezione. Il dato rappresenta il valore più alto dall’introduzione della segnalazione obbligatoria nel 2013, evidenziando come il rischio non sia più limitato alle aree rurali ma interessi in modo crescente anche i grandi centri urbani.
Impatto epidemiologico
Secondo gli esperti l’aumento simultaneo dei casi di malattia di Lyme in diversi contesti territoriali è riconducibile a fattori ecologici e ambientali comuni, primo fra tutti il prolungato periodo di attività delle zecche, favorito da inverni più miti e temperature medie più elevate.
La distribuzione dei casi tra grandi centri urbani come Berlino e territori a composizione mista urbano-rurale come Baviera e Sassonia indica inoltre un possibile cambiamento nell’epidemiologia della malattia di Lyme in Germania. L’estensione del rischio di contagio a parchi cittadini e foreste periurbane determina un sensibile ampliamento della popolazione esposta. Un’evoluzione che supera il tradizionale profilo di rischio, finora legato soprattutto a lavoratori all’aperto, frequentatori abituali di aree boschive e popolazioni rurali.
Contesto nazionale
In Germania la malattia di Lyme non è soggetta a notifica obbligatoria su scala nazionale, ma solo in alcuni Stati federali, tra cui Sassonia, Baviera e Berlino. Questa frammentazione normativa rende difficile disporre di una stima attendibile sull’incidenza reale della malattia a livello federale.
Secondo i dati del Robert Koch Institute, nei Länder in cui vige l’obbligo di segnalazione l’incidenza varia tra 26 e 41 casi ogni 100.000 abitanti, con una marcata eterogeneità geografica. Analisi precedenti mostrano oscillazioni ancora più ampie a livello locale, con valori compresi tra 2,9 e 172,8 casi ogni 100.000 abitanti, evidenziando la presenza di aree caratterizzate da un rischio particolarmente elevato.
Priorità
Se il trend del 2025 troverà conferma nelle rilevazioni dei prossimi anni, la Germania potrebbe andare incontro a un cambiamento strutturale del profilo di rischio della malattia di Lyme, con una possibile estensione della trasmissione lungo tutto l’arco dell’anno. Verrebbe così meno la tradizionale concentrazione dei casi nel periodo compreso tra marzo e settembre, che finora ha caratterizzato l’andamento stagionale dell’infezione.
In questo scenario, i ricercatori indicano tre priorità operative per contenere l’impatto sulla salute pubblica:
- rafforzare le strategie di sorveglianza epidemiologica, per intercettare tempestivamente l’aumento dei casi;
- monitorare con maggiore attenzione i focolai emergenti, soprattutto nelle aree che mostrano incrementi anomali;
- potenziare le attività di prevenzione e informazione, coinvolgendo in modo coordinato popolazione generale e professionisti sanitari.
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