I giardini sono le zone più a rischio di subire un morso di zecca. A renderlo noto è l’Istituto belga di sanità in base ai dati raccolti dal Servizio epidemiologia delle malattie infettive.
Secondo le statistiche circa il 45% dei morsi di zecca registrati in Belgio nel 2019 si è verificato durante le attività di giardinaggio, contro il 35% legato a escursioni nei boschi e al 9% associato a visite in aree naturali.
Le contromisure
Per sorvegliare il fenomeno le autorità belghe e l’Università di Anversa hanno intrapreso un progetto sperimentale (Teek a break), avviato il 21 marzo 2021 nella regione delle Fiandre.
I possessori di giardini, soprattutto se frequentati da animali domestici, uccelli o piccoli mammiferi selvatici (come ricci e topi), sono stati invitati a:
– trascinare un panno bianco di circa 1 metro quadrato sul suolo e sulla vegetazione bassa (la tecnica è chiamata “dragging”)
– controllare la presenza di zecche sul panno
– inviare gli esemplari raccolti al centro che effettuerà le analisi per stabilire la specie di zecca e gli agenti infettivi ospitati al suo interno.
Le indagini continueranno per due anni e ogni partecipante riceverà un rapporto sulle zecche “catturate” nel proprio giardino.
I riscontri
A metà agosto sono stati pubblicati i primi dati della sperimentazione:
– 107 cittadini hanno aderito al progetto in fase iniziale
– 52 giardini sono risultati infestati (da 1 a 20 esemplari di zecca)
– complessivamente sono stati raccolte 348 zecche, 182 delle quali già arrivate al laboratorio incaricato delle analisi.
Le esplorazioni
La maggior parte dei controlli è avvenuta da marzo a giugno e proseguirà in settembre e ottobre per monitorare i giardini nelle due stagioni di massima attivitàdelle zecche (primavera e autunno).
Le aree indagate sono soprattutto quelle con vegetazione bassa (siepi, piante fogliate, piccoli arbusti), l’erba da sfalciare e i cumuli di foglie.
Per approfondire:
Fonte immagine:
https://www.uantwerpen.be/nl/projecten/teek-a-break/over-het-tekenprojec
Memoria compromessa, concentrazione ridotta, difficoltà a camminare e coordinare i movimenti sono alcune delle conseguenze a lungo termine causate dall’encefalite da zecche (Tbe).
A tenere alta l’attenzione sull’ampio strascico di problemi legati alla malattia è un recente studio dell’università svedese di Göteborg, che ha monitorato 92 ex pazienti raccogliendo i diversi sintomi che hanno continuato a presentare nei cinque anni successivi al ricovero in ospedale.
Un ampio ventaglio di disturbi
L’autrice della ricerca, Malin Veje, specialista in malattie infettive presso l’Ospedale universitario di Sahlgrenska, ha sottolineato che gli ex pazienti hanno continuato a soffrire nel tempo di:
– compromissione della memoria.
– ridotte capacità di concentrazione, iniziativa e motivazione
– difficoltà di equilibrio e coordinazione dei movimenti
– mal di testa
– affaticamento.
A molti di loro – ha detto la Veje – è impedito un pieno ritorno alla normalità. Devono impostare avvisi sul telefono per ricordare cosa fare e un alto numero trova difficile impegnarsi nel lavoro. Soffre di grande stanchezza e non riesce a concentrarsi.
Il sistema immunitario contribuisce al danno?
La ricerca ha evidenziato che per la Tbe non esiste una cura specifica.
Ha ipotizzato che i futuri sviluppi della terapia potrebbero prevedere l’uso di farmaci antivirali in combinazione con immunomodulatori in grado di migliorare la risposta immunitaria del singolo paziente.
L’efficacia del vaccino
La ricerca ha messo in evidenza gli effetti altamente protettivi della vaccinazione contro l’encefalite da zecche:
– ha un grado di efficacia del 95-99%
– presenta limitati effetti collaterali: per lo più dolore e gonfiore nel sito dell’iniezione e più raramente mal di testa, nausea, artralgia, malessere generale e febbre di breve durata
Per approfondire:
Nei giorni scorsi i calabroni hanno avuto grande risalto sulla stampa e nelle cronache dei TG. Dopo gli sciami nel quartiere romano dei Parioli c’è stato il caso del turista assalito in Friuli e ricoverato in ospedale.
Infine è arrivata la notizia che hanno “colonizzato” Trieste, distribuendosi dal centro città alle spiagge di Sistiana e Barcola, fino dall’altipiano carsico.
C’è una nuova emergenza?
I calabroni sono comuni in tutte le regioni italiane nel periodo che va dalla primavera all’autunno.
Sono abili predatori di api e poiché vengo attirati dalla frutta matura, possono causare danni alle coltivazioni.
Tendenzialmente sono indifferenti nei confronti dell’uomo.
Perché tenere alta l’attenzione
Icalabroni cambiano atteggiamento e diventano subito aggressivi quando ci si avvicina, anche involontariamente, al nido.
La loro puntura è molto dolorosa e inietta sostanze tossiche che possono provocare:
– reazioni localicomuni (gonfiore e arrossamento del punto colpito, forte bruciore)
– reazioni generaliserie (orticaria, vertigini, difficoltò di respiro)
– gravi effetti allergici (perdita di coscienza e shock anafilattico).
I calabroni rilasciano anche un feromone che attira altri esemplari, esponendo a punture di gruppo.
Le punture multiple possono diventare un serio rischio per la salute e soprattutto nei soggetti allergici causare la reazione più grave (shock anafilattico) in grado di portare anche alla morte.
Cosa fare in caso di puntura
In via generale è consigliato ricorrere subito alle cure mediche per valutare la gravità della reazione e adottare i provvedimenti più adeguati.
Se pochi minuti dopo la puntura compaiano orticaria, vertigini, difficoltà di respiro occorre chiamare immediatamente isoccorsi.
Quanti sanno di essere allergici devono sempre tenere a portata di mano la terapia d’emergenza (autoiniettore di adrenalina) soprattutto nell’eventualità di gite in campagna o di attività all’aperto.
Come difendersi
Durante l’attività sportiva, le escursioni, i picnic, i lavori all’aria aperta (giardinaggio, apicoltura, cura di alberi e frutteti, ecc.) è consigliato:
– non indossare abiti larghi, di colore scuro, sgargiante o con motivi floreali
– evitare profumi, lacca per capelli o creme
– coprire cibi e bevande
– non bere direttamente da bottiglie e lattine aperte
– sigillare i rifiuti.
Analoghe precauzioni vanno adottate per lavori in soffitta, nei balconi o sui cornicioni dei tetti.
Qualche altro consiglio…
Se c’è un nido di calabrone nei pressi dell’abitazione (sottotetto, balconi, ecc.) o in giardino bisogna ricorrere a una ditta specializzata per farlo rimuovere.
In automobile è opportuno viaggiare con i finestrini chiusi e quando si va in moto o in motorino sono da evitare gli abiti larghi e svolazzanti.
In casa sono utili le zanzariere alle finestre.
Sconsigliati invece gli insetticidi per zanzare o altri insetti: la loro azione è lenta e non impedisce le punture.
La “questione” calabroni in Italia
Nel nostro Paese sono diffuse tre specie di calabrone:
– il calabrone comune (Vespa crabro) considerato poco aggressivo perché difficilmente attacca l’uomo se non viene disturbato o infastidito
– il calabrone orientale (Vespa orientalis) predatore di api e molto attivo anche sull’uomo. È presente in diversi ambienti urbani, dove si è adattato a vivere nutrendosi di rifiuti alimentari (immondizie), cibo per animali (soprattutto se lasciato all’aperto) e carcasse di animali morti
– il calabrone asiatico (Vespa velutina) abile e veloce saccheggiatore di api e alveari ma pronto ad aggredire anche l’uomo.
Non è confermata invece la presenza del calabrone killer (Vespa mandarinia), la specie più pericolosa: la sua puntura può causare gravi danni cardiaci, renali, epatici ed essere letale.
Per approfondire:
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – Allergia agli imenotteri
Calabrone orientale (Vespa orientalis) | Biocrime
Fonte immagine:
Dallo scorso 20 agosto l’allerta per il West Nile virus, responsabile della febbre del Nilo occidentale, si è estesa a 23 province italiane.
Si tratta di Alessandria, Bergamo, Bologna, Brescia, Cremona, Ferrara, Gorizia, La Spezia, Lodi, Mantova, Modena, Parma, Pavia, Piacenza, Pordenone, Ravenna, Reggio Emilia, Rovigo, Treviso, Udine, Venezia, Vercelli e Verona.
Nei territori interessati sono scattate le misure di sorveglianza sanitaria (previste nel Piano nazionale di controllo, prevenzione e risposta alle Arbovirosi) finalizzate a ridurre i rischi di contagio.
Come si trasmette il virus
Sebbene il West Nile virus sia stato trovato in diverse specie di zecche non c’è evidenza scientifica che possano diffonderlo con il morso.
La principale fonte di infezione sono le zanzare, in particolare le zanzare comuni che pungono dopo il tramonto e la notte.
Poiché c’è la rara possibilità che il virus venga trasmesso anche con trasfusioni di sangue e trapianti d’organo sono previsti specifici controlli sui donatori.
È esclusa la diffusione del virus attraverso tosse, starnuti o contatti diretti con le persone ammalate.
I sintomi a cui fare attenzione
La maggior parte delle persone infettate non sviluppa segni evidenti di malattia.
Fra coloro che si ammalano, circa il 20% presenta sintomi leggeri:
– febbre
– mal di testa
– nausea
– vomito
– linfonodi ingrossati
– lesioni cutanee della durata di pochi giorni o qualche settimana.
Circa 1 persona su 100/150 (secondo le stime meno dell’1%) può sviluppare sintomi gravi: febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, disorientamento, tremori, disturbi della vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma. Alcuni effetti neurologici possono risultare permanenti.
In casi rarissimi (1 persona su 1000) il virus può causare un’encefalite letale.
L’età ha il suo peso
La sintomatologia varia molto in base all’età:
– nei bambini è più frequente una febbre leggera
– nei giovani la febbre è mediamente alta e associata a mal di testa, dolori muscolari, arrossamento degli occhi
– negli anziani e nelle persone debilitate possono invece verificarsi i casi più seri.
La prevenzione
La strategia migliore per evitare il contagio è proteggersi dalle punture di zanzara, con l’uso di zanzariere quando si è in casa e di repellenti cutanei quando si fanno attività all’aperto.
È anche importante eliminare i contenitori di acqua stagnante nel proprio giardino trattando le caditoie con larvicidi per zanzare, coprendo i bidoni d’acqua negli orti e svuotando quelli inutilizzati.
È consigliato inoltre:
– cambiare spesso l’acqua nelle ciotole degli animali
– controllare regolarmente le fontane ornamentali
– svuotare di frequente i sottovasi di fiori
– tenere le piscinette dei bambini in posizione verticale, quando non sono usate.
Qualche informazione generale
Il nome West Nile virus può trarre in inganno e far pensare che venga dall’Egitto. In realtà è stato isolato per la prima volta in Uganda, nel 1937, in una zona del Nilo occidentale. Progressivamente si è diffuso in tutti i continenti.
In Italia ha fatto la sua comparsa nel 1998. Sparito per un decennio si è ripresentato nel 2008 con diversi casi di malattia in Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia e da allora non ha più lasciato il nostro Paese.
La sua circolazione è tipicamente estiva, con picchi di incidenza tra agosto e inizio settembre.
Per approfondire:
Fonte immagine:
Centro Nazionale Sangue – la diffusione del West Nilevirus in Italia (in rosso i territori interessati)
Nei giorni scorsi è stato documentato nella montagna friulana un focolaio di «febbre da topo» (hantavirus) e un aumento di zecche, collegati a una eccezionale crescita demografica di piccoli roditori.
Lo riporta l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (ARPA) del Friuli Venezia Giulia, la quale informa che il fenomeno va attribuito alla pasciona forestale del 2021, ovvero al picco di produzione delle faggiole, i frutti del faggio, di cui si nutrono i comuni topi di bosco.
La maggior disponibilità di cibo, unita a condizioni invernali favorevoli, ha quindi permesso alle popolazioni murine di moltiplicarsi in modo esponenziale e di arrivare numerose in primavera.
I rischi
L’aumento dei roditori ha potenziali rischi per la salute dell’uomo e degli animali domestici.
Topi e ratti sono serbatoi di diversi virus e batteri che possono trasmettere attraverso le zecche (come nel caso della Tbe e della malattia di Lyme) o direttamente con urina, feci e morso (come nel caso della «febbre da topo»).
Cosa fare
Le autorità sanitarie informano che non c’è nessun allarme sanitario, ma invitano a seguire alcune precauzioni:
– lavarsi accuratamente le mani con acqua e sapone dopo aver toccato il terreno o la polvere;
– evitare contatti diretti con i roditori, le loro urine o feci;
– utilizzare sempre guanti in lattice per rimuovere eventuali carcasse di topi morti;
– non mangiare vegetali (es. asparagi selvatici), frutti del bosco e funghi prima di un loro accurato lavaggio (il virus si può trasmettere anche per via alimentare, ma si disattiva con la cottura);
– evitare il pulviscolo quando si spazzano aie o piazzali (il virus si può diffondere anche per via aerea);
– tenere i cani al guinzaglio nei boschi al fine di evitare il possibile contatto con prede inquinate;
– in caso di pasti all’aperto non mettere gli alimenti a contatto con il terreno e impedire che i topi possano raggiungerli;
– durante la notte non lasciare ciotole per i cani o sottovasi con acqua all’aperto perché potrebbero venire inquinati.
Altra precauzione importante è evitare il morso di zecca.
Le previsioni per il futuro
Il faggio quest’anno ha avuto una fioritura molto scarsa, per cui si può pensare che nel 2022 la popolazione dei topi sarà molto ridimensionata nei boschi friulani, con effetti positivi sulla circolazione dell’hantavirus.
Il rovescio della medaglia: poiché i topi di bosco sono tra gli ospiti preferiti dalle zecche, soprattutto nei primi stadi di sviluppo, potrebbe essere in crescita il numero di zecche infette e in grado di trasmettere agenti patogeni.
Per approfondire:
La pubblicazione delle news farà una breve pausa nel periodo di Ferragosto.
Torneremo nuovamente online il 30/08/2021.
Buone vacanze a tutti!
Il numero di agosto di Emerging Infectious Disases – periodico di informazione sanitaria dei Centri americani per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) – ospita un interessante confronto fra la malattia di Lyme negli Stati Uniti e in Europa.
La malattia infatti, pur avendo delle importanti analogie, presenta alcune evidenze cliniche differenti nelle due aree geografiche, con una maggiore evidenza di casi di artrite negli USA e una più alta frequenza di manifestazioni dermatologiche e neurologiche tardive nel territorio europeo.
Le somiglianze
L’eritema migrante è il segno clinico più comune della malattia di Lymenegli Stati Uniti e in Europa e si verifica all’incirca nell’80% dei pazienti in entrambi i continenti.
I pazienti statunitensi hanno tuttavia un periodo di incubazione più breve e maggiori probabilità di sviluppare concomitanti lesioni cutanee multiple e linfoadenopatia regionale (ingrossamento dei linfonodi).
Le diversità
Circa il 60% dei pazienti americani con eritema non trattato sviluppa l’artrite di Lyme che, nel complesso, comprende il 28% dei casi totali di malattia.
In Europa le manifestazioni artritiche sono più rare, ma c’è maggiore evidenza di neuroborreliosi (encefalite, mielite o encefalomielite) e di lesioni tardive a carico della pelle, molto rare oltreoceano.
La causa
Le variazioni cliniche sono addebitate soprattutto al diverso ceppo di battere trasmesso dalle zecche, che sembra avere differenti virulenze.
Nel Nord America la malattia di Lyme è dovuta quasi esclusivamente al battere Borrelia burgdorferisensu stricto, la cui trasmissione da parte di una zecca infetta ha un tempo stimato di circa 36 ore.
In Europa invece la malattia è causata soprattutto dalla Borrelia garinii e dalla Borrelia afzelii, la cui trasmissione è molto più rapida e può avvenire entro 24 ore dall’attacco della zecca infetta.
Diagnosi e cura si equivalgono
Negli Stati Uniti e in Europa la maggior parte dei test utilizzati per diagnosticare la malattia di Lyme si basa sulla rilevazione di anticorpi nel sangue contro i diversi ceppi di Borrelia.
In entrambe le aree geografiche le raccomandazioni (linee guida) per il trattamento della malattia sono simili.
Per approfondire:
I malati di Lyme vaccinati per Covid-19 hanno effetti collaterali simili a quelli della popolazione generale.
Ad affermarlo è una ricerca, avviata nel gennaio di quest’anno dalla piattaforma americana MyLymeData.
L’indagine è tuttora in corso, ma i primi risultati sono stati diffusi nel numero estivo della rivista Lyme Times, riferiti a un campione di 1.200 pazienti, un terzo dei quali vaccinato (33%).
I vaccini
La ricerca si basa su vaccinazioni avvenute con dosi di Moderna o Pfizer, uniche disponibili negli USA all’inizio della campagna vaccinale.
Anticipa inoltre che la raccolta dei dati è in evoluzione e sarà estesa anche a Johnson & Johnson, la cui somministrazione è iniziata in tempi successivi.
Gli effetti
I dati mostrano che la maggior parte dei pazienti vaccinati (72% con Moderna e 75% con Pfizer) ha dichiarato reazioni non gravi e di breve durata.
Al primo posto c’è dolore nel sito dell’iniezione, seguito da affaticamento, mal di testa, dolori muscolari e articolari, brividi.
L’8% dei pazienti vaccinati con Moderna e il 12% dei pazienti vaccinati con Pfizer non ha sviluppato alcun tipo di reazione avversa.
I quesiti aperti
Dal monitoraggio dei dati emerge che i tassi di eventi collaterali sono risultati mediamente inferiori per i malati di Lyme rispetto alla popolazione generale (con uno scostamento che va dall’1 al 20% circa).
Resta tuttavia il fatto che una percentuale non trascurabile di pazienti (Moderna 28%, Pfizer 25%) ha segnalato il riacutizzarsi di sintomi riconducibili alla malattia di Lyme dopo la vaccinazione.
Per i ricercatori è possibile che tali pazienti “abbiano erroneamente attribuito le riacutizzazioni agli effetti collaterali della vaccinazione COVID-19perché molti sintomi si sovrappongono”.
Il clima di fiducia
L’indagine indica un atteggiamento complessivamente positivo nei confronti della vaccinazione anti Covid:
– il 93% dei vaccinati la raccomanda a familiari e amici
– il 25% dei non vaccinati dichiara la volontà di immunizzarsi appena ci saranno dosi disponibili
– un ulteriore 13% di non vaccinati precisa di aver contratto il Covid-19 e di attendere indicazioni dalle autorità sanitarie.
Attorno al 30% circa la quota degli indecisi, preoccupata dai potenziali effetti collaterali sulla propria salute.
Per approfondire:
(Tabella riassuntiva dell’indagine di MyLymeData; Fonte: Lyme Times, Summer 2021)
La temuta encefalite da zecche (o Tbe) torna a colpire l’area bellunese e il primo bilancio estivo conta tre ricoveri presso l’ospedale San Martino, fortunatamente risolti con la guarigione dei pazienti.
Negli ultimi 10 anni Belluno ha registrato il 40% dei casi nazionali di malattia, un primato che ha spinto l’ULSS Dolomiti a porre in atto un piano vaccinale straordinario contro la Tbe, decollato nel 2020 con 15mila dosi somministrate gratuitamente ai residenti nel territorio provinciale.
Diecimila vaccinati entro l’estate
Per il 2021 l’azienda sanitaria bellunese è pronta a realizzare quasi 10mila ulteriori vaccinazioni. Le prime 2.500 sono già state effettuate dal 1 aprile al 18 giugno e altre 5mila sono programmate dalla terza decade di giugno a tutto agosto.
In agenda anche 2mila richiami, per i quali si sta definendo la lista degli appuntamenti.
L’efficacia del vaccino
Nel periodo 2006-2018 si sono verificati in Veneto 266 casi di Tbe, quasi tutti nelle aree montane o pedemontane. La provincia con il maggior numero di casi è stata proprio Belluno (153 casi), seguita da Treviso (61 casi) e Vicenza (39 casi).
Nel 2019 i nuovi casi sono stati 16, scesi a 7 nel 2020.
Per gli esperti i fattori della diminuzione sono diversi, ma un contributo importante è legato alla campagna di prevenzione sostenuta dalla Regione con la gratuità del vaccino nelle zone ad alta endemia (provincia di Belluno) e per alcune categorie a rischio (volontari del Soccorso alpino e della Protezione civile), riservando la possibilità di vaccinarsi a un prezzo agevolato per quanti lo desiderano e risiedono nel restante territorio veneto.
Resta il pericolo zecche
Il vaccino protegge dalla malattia causata dal virus della Tbe ma non protegge contro altre malattie (come ad esempio la Malattia di Lyme) trasmesse dalle zecche.
Nelle zone a rischio (ambienti naturali, boschi, parchi, giardini) è pertanto necessario adottare comunque tutte le precauzioni possibiliper evitare le punture di zecca.
Per approfondire: