La possibilità di contrarre la malattia di Lyme più volte è ampiamente documentata, ma le informazioni disponibili sulle reinfezioni e le loro caratteristiche sono limitate e poco conosciute.

Uno studio, condotto in Slovenia, su oltre 11.000 pazienti con eritema migrante – la manifestazione tipica e precoce di Lyme – fa luce sulle reinfezioni e segnala alcune differenze rispetto al primo contagio.

Reinfezione: cosa significa davvero?

La reinfezione è la comparsa di un nuovo eritema migrante – dopo la completa risoluzione di un precedente eritema, trattato con antibiotici – in un punto della pelle diverso da quello originario.

L’indagine condotta dall’equipe slovena ha rilevato reinfezioni nel 6% dei casi di malattia di Lyme accertata e trattata con successo ed ha documentato fino a 7 episodi di reinfezione nella stessa persona.

Quando si verificano più spesso le reinfezioni?

Le reinfezioni seguono lo stesso andamento stagionale delle infezioni primarie. Possono comparire tutto l’anno, ma risultano più frequenti nei periodi di maggiore attività delle zecche: dalla primavera all’autunno inoltrato.

Come cambiano sintomi e manifestazioni cutanee

Secondo i ricercatori di Lubiana la presentazione della malattia di Lyme tende a modificarsi nei casi di reinfezione:

Chi è più a rischio

Lo studio evidenzia che le reinfezioni colpiscono mediamente persone più anziane rispetto alle infezioni primarie (56 anni contro 48) e risultano leggermente più frequenti nelle donne.

Il rischio aumenta in modo significativo nei pazienti immunocompromessi (pazienti con trapianto, con neoplasie ematologiche, in terapia immunosoppressiva o in chemioterapia nell’ultimo anno): in questi casi la probabilità di reinfezione risulta tre volte superiore rispetto alla popolazione generale.

Cosa insegna lo studio

La ricerca condotta in Slovenia, uno dei Paesi europei con la più alta incidenza di malattia di Lyme, porta a quattro conclusioni chiave:

aver già avuto la malattia di Lyme non garantisce una protezione duratura

-le reinfezioni sono relativamente frequenti e spesso più lievi rispetto alla prima infezione

-la diagnosi tempestiva resta fondamentale per avviare rapidamente la terapia

-la prevenzione è cruciale, soprattutto per le persone immunocompromesse, che hanno un rischio di riammalarsi nettamente superiore alla popolazione generale.

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Venticinque esperti europei hanno identificato le attività che espongono a un maggior rischio di morsi di zecca e alla trasmissione di malattie come l’encefalite da zecca (TBE) e la borreliosi di Lyme. Due infezioni potenzialmente serie e molto insidiose per quanti frequentano le aree forestali (boschi, parchi naturali, riserve) a scopo professionale o ricreativo.

Le 28 attività più rischiose

Lo studio, coordinato dall’Agenzia francese per la salute e la sicurezza alimentare, ambientale e del lavoro, ha composto una Tabella con le 28 attività a più alto rischio di punture di zecca:

 AttivitàTipologia
01Attività scientifiche e di ricerca in ambienti naturaliProfessionale
02Gestioni forestali e industria del legnoProfessionale
03Protezione e monitoraggio dei boschiProfessionale
04Trekking e passeggiate greenRicreativa
05EscursioniRicreativa
06Pratiche di camminata nordicaRicreativa
07Corse in zona boscosaRicreativa
08Corse su sentiero (Trail running)Ricreativa
09Discipline sportive come l’OrienteeringRicreativa
10Fitness nei boschiRicreativa
11Raccolta di bacche, frutta ed erbe spontaneeRicreativa
12Raccolta di funghiRicreativa
13Mountain bikeRicreativa
14CicloturismoRicreativa
15EquitazioneRicreativa
16Motociclismo fuoristradaRicreativa
17QuadRicreativa
18Arrampicata sugli alberi (Tree-climbing)Ricreativa
19Arrampicata su parete rocciosaRicreativa
20Attività a contatto con la naturaRicreativa
21Terapia forestaleRicreativa
22Pesca in fiumi e corsi d’acqua dolceRicreativa
23Sosta sull’erbaRicreativa
24Giochi all’apertoRicreativa
25Raccolta di legnaRicreativa
26Pernottamento nella forestaRicreativa
27Caccia tradizionaleVenatoria
28Caccia da appostamentoVenatoria

La classifica delle prime 9

Non tutte le attività hanno lo stesso grado di rischio. Quelle che richiedono la massima attenzione sono nove:

In classifica anche la caccia, in tutte le sue forme.

Cosa aumenta il rischio

Per gli esperti il rischio di subire morsi di zecca aumenta in base:

Quando il rischio è più alto

Secondo lo studio:

Come ridurre il rischio di morsi di zecca

Per contenere il possibile contatto con le zecche gli esperti sottolineano l’importanza della prevenzione individuale e chimica.

In proposito ricordano che le misure più efficaci comprendono:

Prima dell’attività

Durante l’attività

Dopo l’attività

Due avvertenze

Nonostante l’esistenza di indumenti impregnati di piretroidi, in particolare permetrina, gli esperti ne sconsigliano l’uso da parte della popolazione generale e a causa di un rapporto rischio-beneficio sfavorevole.

Gli esperti inoltre ricordano che non tutte le misure di protezione generalmente raccomandate per la malattia di Lyme non sono efficaci anche per l’encefalite da zecche (TBE). In particolare la rimozione tempestiva delle zecche non è in grado di impedire la trasmissione del TBE-virus, che avviene immediatamente, mentre può limitare efficacemente la trasmissione del batterio responsabile della malattia di Lyme, che si verifica in tempi più lunghi.

Informare e prevenire

Lo studio raccomanda campagne di prevenzione mirate a chi pratica attività ad alto rischio.

Suggerisce iniziative di informazione e sensibilizzazione adattate alle aree e al pubblico di destinazione (ad esempio, regioni endemiche rispetto a quelle emergenti, bambini rispetto ad adulti, aree urbane rispetto ad aree forestali).

Promuove l’uso di segnaletica dedicata e pannelli informativi nei territori dove è nota la presenza di zecche e attribuisce un ruolo importante alla formazione dei farmacisti, che spesso rappresentano un primo punto di riferimento per i cittadini.

Il messaggio chiave

Conoscere quali situazioni e comportamenti aumentano l’esposizione alle zecche permette di adottare misure di protezione concrete, utili a ridurre significativamente il rischio di malattie.

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Forte aumento dei casi di malattia di Lyme in Germania, con incrementi marcati e simultanei in diversi Länder. I dati – recentemente resi pubblici dalle autorità sanitarie tedesche – si riferiscono al 2025 e sottolineano un andamento anomalo della malattia rispetto agli anni precedenti.

Casi record in Sassonia, Baviera e Berlino

I report sanitari attribuiscono l’incremento più alto alla Sassonia, che ha registrato 2.623 casi di malattia di Lyme: circa 1.000 casi in più del 2024 (1.626) e oltre 1.100 casi in più del 2023 (1.484).

In termini percentuali l’aumento è pari a +61% rispetto al 2024 e a +77% rispetto al 2023, con uno scostamento molto netto dalle rilevazioni precedenti.

Anche la Baviera mostra un aumento significativo: a metà dicembre 2025 sono stati notificati 5.469 casi, circa 1.500 in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Si tratta di uno dei numeri più elevati mai osservati nello Stato federale per la malattia di Lyme.

Situazione analoga a Berlino, con 1.406 casi d’infezione. Il dato rappresenta il valore più alto dall’introduzione della segnalazione obbligatoria nel 2013, evidenziando come il rischio non sia più limitato alle aree rurali ma interessi in modo crescente anche i grandi centri urbani.

Impatto epidemiologico

Secondo gli esperti l’aumento simultaneo dei casi di malattia di Lyme in diversi contesti territoriali è riconducibile a fattori ecologici e ambientali comuni, primo fra tutti il prolungato periodo di attività delle zecche, favorito da inverni più miti e temperature medie più elevate.

La distribuzione dei casi tra grandi centri urbani come Berlino e territori a composizione mista urbano-rurale come Baviera e Sassonia indica inoltre un possibile cambiamento nell’epidemiologia della malattia di Lyme in Germania. L’estensione del rischio di contagio a parchi cittadini e foreste periurbane determina un sensibile ampliamento della popolazione esposta. Un’evoluzione che supera il tradizionale profilo di rischio, finora legato soprattutto a lavoratori all’aperto, frequentatori abituali di aree boschive e popolazioni rurali.

Contesto nazionale

In Germania la malattia di Lyme non è soggetta a notifica obbligatoria su scala nazionale, ma solo in alcuni Stati federali, tra cui Sassonia, Baviera e Berlino. Questa frammentazione normativa rende difficile disporre di una stima attendibile sull’incidenza reale della malattia a livello federale.

Secondo i dati del Robert Koch Institute, nei Länder in cui vige l’obbligo di segnalazione l’incidenza varia tra 26 e 41 casi ogni 100.000 abitanti, con una marcata eterogeneità geografica. Analisi precedenti mostrano oscillazioni ancora più ampie a livello locale, con valori compresi tra 2,9 e 172,8 casi ogni 100.000 abitanti, evidenziando la presenza di aree caratterizzate da un rischio particolarmente elevato.

Priorità

Se il trend del 2025 troverà conferma nelle rilevazioni dei prossimi anni, la Germania potrebbe andare incontro a un cambiamento strutturale del profilo di rischio della malattia di Lyme, con una possibile estensione della trasmissione lungo tutto l’arco dell’anno. Verrebbe così meno la tradizionale concentrazione dei casi nel periodo compreso tra marzo e settembre, che finora ha caratterizzato l’andamento stagionale dell’infezione.

In questo scenario, i ricercatori indicano tre priorità operative per contenere l’impatto sulla salute pubblica:

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Ridurre il numero di zecche non è sufficiente per proteggere le persone dalla malattia di Lyme e da altre infezioni. A confermarlo è un’ampia ricerca scientifica che mostra come la prevenzione sia un tema molto più complesso e strettamente legato anche al comportamento umano.

I risultati arrivano da The Tick Project, il più grande studio mai realizzato sul controllo delle zecche in aree residenziali, secondo il quale il semplice contenimento della popolazione di zecche non si traduce automaticamente in una riduzione dei casi di malattia nell’uomo.

Tick Project: il più ampio studio sul controllo delle zecche

The Tick Project è uno studio scientifico durato quattro anni, condotto in 24 quartieri residenziali dello Stato di New York, una delle aree con la più alta incidenza di malattie trasmesse da zecche.

I ricercatori hanno valutato in modo rigoroso due strategie di controllo ambientale già ampiamente utilizzate:

L’obiettivo era verificare se la riduzione delle zecche fosse realmente associata a una diminuzione dei casi di malattia di Lyme nella popolazione coinvolta (2.384 persone).

I risultati dello studio

I dati raccolti mostrano che il controllo ambientale può effettivamente ridurre la densità delle zecche.

In particolare, l’utilizzo delle scatole esca con acaricida ha portato a una riduzione di circa il 50% delle zecche allo stadio ninfale, considerato il più pericoloso per l’uomo perché difficilmente visibile e maggiormente coinvolto nella trasmissione delle infezioni.

Cosa non è cambiato

Nonostante la significativa diminuzione del numero di parassiti, i ricercatori hanno osservato che:

Un risultato diverso riguarda invece gli animali domestici che vivono all’aperto: nei cani si è verificata una riduzione significativa dei casi di malattia.

Perché ridurre le zecche non basta

Secondo gli autori dello studio, la relazione tra numero di zecche presenti nel verde domestico e rischio di infezione è influenzata da diversi fattori.

La puntura infettante può avvenire:

Lo studio sottolinea inoltre che il rapporto tra densità di zecche e rischio di infezione non è lineare, rendendo necessario un approccio più ampio e integrato alla prevenzione.

Le buone pratiche ambientali funzionano davvero?

Un altro aspetto analizzato riguarda alcune misure spesso consigliate per ridurre il rischio di puntura, tra cui:

Le evidenze scientifiche disponibili non dimostrano in modo chiaro che queste strategie riducano il rischio di puntura o di malattia. In alcuni casi, tali interventi sono stati addirittura associati a un aumento dell’esposizione.

Questo non significa che siano inutili, ma che non possono essere considerate soluzioni sufficienti o garantite per prevenire i morsi di zecca.

Il messaggio chiave per la prevenzione

I risultati di The Tick Project rafforzano un concetto fondamentale: la prevenzione delle malattie trasmesse da zecche richiede un approccio integrato.

Le strategie più efficaci combinano:

Fino a quando non saranno disponibili nuovi metodi di controllo in grado di ridurre anche la trasmissione delle malattie, solo un insieme di azioni coordinate potrà migliorare in modo concreto la protezione della salute.

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Un ampio studio condotto negli Stati Uniti tra il 2015 e il 2024 ha analizzato la malattia di Lyme in gravidanza, confrontando gli esiti delle gravidanze colpite dall’infezione con quelli delle gravidanze senza Lyme. I risultati, pubblicati lo scorso 11 gennaio su Open Forum Infectious Diseases, mostrano che nella maggior parte dei casi gli esiti gestazionali sono simili.

Incidenza bassa della Lyme in gravidanza

La ricerca ha esaminato oltre 1 milione e 200mila gravidanze, individuando un numero limitato di casi di malattia di Lyme gestazionale.

L’incidenza media è risultata pari a 18,1 casi ogni 100.000 gravidanze, con valori significativamente più elevati nelle donne residenti in aree ad alta diffusione della malattia.

Confronto degli esiti avversi

Dal confronto tra gravidanze con e senza malattia di Lyme emerge che la maggior parte degli esiti è sostanzialmente sovrapponibile.

In particolare non sono state osservate differenze significative per:

Aborto spontaneo: 11% nel gruppo Lyme, 13% nel gruppo non Lyme.

Distacco della placenta: 0% nel gruppo Lyme, 1% del gruppo non Lyme

Parto pretermine: 7% nel gruppo Lyme, 8% del gruppo non Lyme.

Rottura prematura delle acque (PROM): 9% nel gruppo Lyme, 11% del gruppo non Lyme.

Pre-eclampsia/Eclampsia (grave forma di gestosi): 5% nel gruppo Lyme, 6% del gruppo non Lyme.

Morte fetale: 0% nel gruppo Lyme, <1% del gruppo non Lyme.

I dati suggeriscono che, nella maggior parte dei casi, la malattia di Lyme non modifica l’andamento e l’esito della gravidanza.

Le differenze osservate

Lo studio segnala tuttavia una maggiore frequenza di restrizione della crescita fetale intrauterina nelle gravidanze con malattia di Lyme (19%) rispetto a quelle senza infezione (10%). Si tratta di un dato che merita attenzione clinica, pur inserendosi in un quadro generale di esiti similari tra i due gruppi.

Curiosamente lo studio evidenzia un tasso di parti cesarei leggermente inferiore nelle donne con Lyme (25%) rispetto al gruppo non Lyme (28%).

Prevenzione sempre centrale

Gli autori della ricerca sottolineano che, nonostante i risultati rassicuranti, la prevenzione resta fondamentale, soprattutto per le donne in gravidanza che vivono o si spostano in zone a rischio.

Proteggersi dalle punture di zecca, controllare accuratamente la pelle dopo le attività all’aperto e rivolgersi tempestivamente al medico in caso di morso di zecca (o di un morso sospetto) sono comportamenti essenziali per ridurre il rischio di infezione.

Ridimensionare i timori senza trascurare i comportamenti corretti

Lo studio contribuisce a ridimensionare preoccupazioni diffuse, mostrando che la malattia di Lyme in gravidanza, nella maggior parte dei casi, presenta esiti simili alle gravidanze senza infezione.

I ricercatori tuttavia invitano le donne in gravidanza che risiedono o viaggiano in regioni endemiche a dare priorità alle misure di prevenzione.

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Uno studio pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Molecular Neurobiology avanza l’ipotesi di un possibile legame tra la malattia di Lyme, causata dal batterio Borrelia burgdorferi e il morbo di Alzheimer, indicando la neuroborreliosi come potenziale fattore scatenante dell’Alzheimer.

Le conclusioni sono caute: non c’è una prova di causalità, ma esistono evidenze che rendono il collegamento plausibile.

Cosa succede quando la malattia di Lyme interessa il cervello

Se la malattia di Lyme non viene trattata in fase iniziale può evolvere e colpire il sistema nervoso centrale, causando la neuroborreliosi di Lyme.

Lo studio evidenzia in particolare il collegamento tra neuroborreliosi, infiammazione persistente e conseguenze (neurologiche) a lungo termine, determinate da:

Le alterazioni tipiche dell’Alzheimer

Le cause esatte dell’Alzheimer non sono conosciute, ma sembrano legate all’alterazione del metabolismo di una proteina (la proteina precursore della beta amiloide, detta APP) che, per ragioni ancora da chiarire, porta alla formazionedi:

  1. accumuli di una sostanza neurotossica, la beta-amiloide
  2. disfunzioni di una proteina fondamentale per il funzionamento dei neuroni: la proteina tau.

Entrambi i processi causano la morte progressiva dei neuroni, con conseguente declino cognitivo.

I collegamenti tra Lyme e Alzheimer

Lo studio mostra che l’infezione da Borrelia può:

Nonostante queste scoperte gli autori restano cauti nel collegare la malattia di Lyme ad un possibile maggiore rischio di demenza dovuta all’Alzheimer.

Cosa rivelano le evidenze cliniche

A suggerire cautela sono anche le contrastanti evidenze cliniche disponibili.

Se da un lato alcuni studi post-mortem attestano l’avvenuto ritrovamento del DNA di Borrelia nel cervello di pazienti con Alzheimer, dall’altro vi sono studi che affermano il contrario.

In entrambi i casi le analisi si riferiscono a pochi casi selezionati che non consentono né di stabilire, né di escludere una relazione causale tra malattia di Lyme e morbo di Alzheimer.

Cosa conclude lo studio

Gli autori rimarcano che la malattia di Lyme può innescare infiammazione persistente nel cervello e attivare meccanismi simili a quelli dell’Alzheimer.

Ritengono quindi biologicamente plausibile considerare l’infezione da Borrelia un fattore scatenante o un acceleratore di declino cognitivo in persone predisposte.

Sottolineano l’importanza di studi a lungo termine su grandi gruppi di pazienti per indagare se esiste un rapporto di causa-effetto tra Lyme e Alzheimer.

Perché questa informazione è importante

Assieme alle prove, anche se non definitive, lo studio rilancia un messaggio pratico molto chiaro. Occorre:

così da ridurre il rischio di complicanze neurologiche a lungo termine, potenzialmente foriere gravi disabilità.

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La continua espansione della malattia di Lyme rende sempre più urgente lo sviluppo di nuove cure, vaccini e strategie di prevenzione.

Un recente approfondimento, pubblicato su Nature Medicine, descrive i principali filoni dell’attuale ricerca scientifica e indica tre priorità:

  1. contrastare il diffondersi dell’infezione
  2. favorire la diagnosi precoce per migliori garanzie di guarigione
  3. individuare terapie per il trattamento dei sintomi persistenti e migliorare la vita dei pazienti.

L’avanzata dei casi in Europa e negli Stati Uniti

Secondo le stime (per difetto), ogni anno si registrano oltre 200.000 casi di Lyme in Europa e più di 400.000 negli Stati Uniti. Un aumento costante, strettamente legato alla proliferazione delle zecche Ixodes, principali vettori della malattia.

In Europa l’infezione è trasmessa dalle comuni zecche dei boschi (Ixodes ricinus). Un tempo confinate agli ambienti boschivi e rurali, sono ora sempre più presenti:

Il risultato è una diffusa esposizione ai morsi di zecca e alla possibile trasmissione di agenti infettivi.

Diagnosi precoce: perché è fondamentale

Quando la malattia di Lyme è riconosciuta in fase iniziale può essere trattata con successo tramite antibiotici.

Tuttavia, la diagnosi non è sempre agevole. In assenza del tipico eritema migrante i sintomi iniziali possono risultare poco specifici ed essere scambiati per altre malattie, aumentando il rischio di ritardi diagnostici e terapeutici.

Un’eventualità dalle conseguenze importanti: la Lyme può evolvere e causare disturbi neurologici, cardiaci e articolari, con un impatto significativo sulla qualità della vita.

Malattia di Lyme post-trattamento (PTLD)

Anche dopo la terapia antibiotica, una percentuale di pazienti, stimata intorno al 14%, continua a manifestare sintomi persistenti. Questa condizione è nota come malattia di Lyme post-trattamento (PTLD) ed è caratterizzata da stanchezza cronica, dolori muscolari diffusi e difficoltà cognitive.

Per il trattamento di questi sintomi persistenti la Johns Hopkins University sta testando l’efficacia della tetraciclina, un antibiotico che vanta anche proprietà antinfiammatorie. I primi risultati dello studio sul monitoraggio del farmaco sono attesi nel 2026.

Nuove terapie

La ricerca scientifica si sta orientando anche verso terapie più mirate contro la Borrelia, agente della malattia di Lyme. Studi recenti suggeriscono che frammenti della parete cellulare del batterio possano persistere nei tessuti anche dopo l’infezione acuta, alimentando un’infiammazione cronica.

Sul fronte dei farmaci, la ricerca punta sulla Piperacillina, che nei modelli animali ha mostrato un’elevata efficacia contro la Borrelia. I ricercatori stanno lavorando per svilupparne una formulazione orale, che potrebbe facilitarne l’impiego su vasta scala e stanno anche esplorando un’idea interessante: l’utilizzo di una singola iniezione dopo una puntura di zecca per eliminare il battere ed evitare la malattia.

Prevenzione: farmaci e vaccini

Accanto alle cure, la prevenzione rimane l’arma più efficace contro la malattia di Lyme.

Tra le novità più interessanti c’è TP-05, un farmaco orale progettato per uccidere le zecche prima che possano trasmettere l’infezione. Nei primi test clinici ha dimostrato una mortalità delle zecche fino al 97% entro 24 ore, riducendo drasticamente il rischio di contagio.

Un ruolo chiave potrebbe essere svolto anche dai vaccini.

Il vaccino sperimentale VLA15, sviluppato da Pfizer e Valneva e attualmente in fase 3 di sperimentazione (l’ultima fase sperimentale sull’uomo) è progettato per bloccare la trasmissione del batterio direttamente nella zecca e prevenire l’infezione alla fonte. I risultati definitivi dello studio sono previsti entro il 2026 .

Un approccio integrato contro la malattia di Lyme

Il mondo della ricerca segnala chiaramente che non esiste una soluzione unica alla malattia di Lyme.

Il futuro passa da un approccio integrato che comprende:

In questo contesto un ruolo chiave è affidato anche all’informazione: conoscere gli effetti del morso di zecca ed essere consapevoli delle conseguenze resta il primo e fondamentale passo per proteggere la salute.

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Siamo arrivati a Natale e alla vigilia di un nuovo anno. A quanti ci seguono, e a coloro che vorranno farlo in futuro, rivolgiamo i migliori auguri di buone Feste, insieme a un ringraziamento per la fiducia e la partecipazione.

Siamo convinti che anche nel 2026 potremo contare sulle domande, i commenti e la voglia di condividere esperienze che ci hanno accompagnato fin qui, contribuendo a realizzare una comunità sempre più consapevole dei rischi legati al morso di zecca, delle malattie che può trasmettere e dell’importanza di usare la prevenzione come strumento di difesa per la propria salute.

Continuazione dell’impegno

Anche nel 2026 continueremo a impegnarci per offrire contenuti informativi, basati su fonti autorevoli, con aggiornamenti, approfondimenti e risorse utili:

Pausa e ripresa delle news

Per ricaricare le idee e fare alcune verifiche tecniche sulle prestazioni del sito, le news saranno temporaneamente sospese dal 29 dicembre al 12 gennaio 2026.

La loro pubblicazione tornerà online, con la consueta regolarità del lunedì, a partire dal 19 gennaio 2026.

Un ringraziamento e un auspicio

Un grazie sincero per i suggerimenti e gli stimoli che ci avete offerto!

Contiamo di poterli ricevere anche in futuro: saranno la nostra guida per i nuovi contenuti del prossimo anno.

Buon Natale e l’augurio di un 2026 ricco di salute, consapevolezza e soddisfazioni

Maurizio Ruscio e il team di Morsodizecca.it

In chiusura del 2025, anno in cui si celebra il 50° anniversario della malattia di Lyme, una ricerca del Johns Hopkins Lyme Disease Research Center getta nuova luce sui segnali cerebrali che potrebbero predire la guarigione completa dalla malattia.

Dal Connecticut al cervello: la storia di una scoperta

Correva l’anno 1975 quando nelle zone boschive di Old Lyme, in Connecticut, si è individuata per la prima volta una sindrome caratterizzata da artriti e “arrossamenti” (rash) cutanei, poi denominata “malattia di Lyme”.

Nel 1981 lo scienziato Willy Burgdorfer ne ha isolato il batterio responsabile, la Borrelia burgdorferi, consentendo di:

Da allora la ricerca ha fatto progressi importanti, ma permangono sfide cliniche, in particolare per i pazienti che sviluppano sintomi persistenti dopo il trattamento (affaticamento, dolore muscoloscheletrico diffuso e/o difficoltà cognitive), noti come sindrome della malattia di Lyme post trattamento (PTLDS).

Una “firma cerebrale” che predice la guarigione

Il nuovo studio della Johns Hopkins ha utilizzato tecniche avanzate di risonanza magnetica funzionale (fMRI) per misurare l’attività cerebrale nei pazienti completamente guariti, confrontandoli con quelli che hanno sviluppato PTLDS e persone sane. I partecipanti sono stati seguiti nel tempo con scansioni cerebrali ripetute e valutazioni cliniche per monitorare i cambiamenti nell’attività cerebrale e nei sintomi.

I ricercatori hanno così scoperto che, durante le prime fasi dell’infezione, segnali robusti di attività della sostanza bianca (la rete di fibre nervose che serve a permettere lo scambio di informazioni da una parte di cervello all’altra) erano associati a migliori prestazioni cognitive, umore più stabile e minori sintomi generali, ovvero a una maggiore probabilità di guarigione completa.

La scoperta di un possibile marker biologico

Lo studio ha quindi rilevato che i pazienti privi di un’analoga risposta cerebrale precoce sembravano più inclini a sviluppare sintomi di lungo periodo.

Tale scoperta ha suggerito di considerare i cambiamenti biologici della materia bianca un possibile marker precoce del rischio di malattia di Lyme post-trattamento (PTLDS) .

Perché è una scoperta importante

Il dato sorprendente – che un’attività cerebrale all’inizio dell’infezione possa indicare migliori probabilità di guarigione – apre nuove prospettive nella diagnosi e nel trattamento della malattia di Lyme.

In pratica, la scoperta potrebbe aiutare a:

Un anniversario che guarda al futuro

A mezzo secolo dalla sua prima identificazione, la malattia di Lyme continua a essere un campo di studio ancora ricco di sfide. La nuova ricerca di Johns Hopkins aggiunge un tassello alla comprensione di come il nostro organismo reagisce all’infezione e segna un possibile passo in avanti nel formulare la prognosi e orientare il trattamento con strategie terapeutiche mirate.

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