Indagine internazionale: attenzione alta, ma protezione incompleta
Gli italiani sono profondamente legati ai loro animali domestici, li considerano parte della famiglia e si preoccupano della loro salute. Tuttavia, quando si parla di prevenzione contro le zecche emerge un divario significativo tra consapevolezza e comportamenti concreti.
È quanto evidenzia un’indagine internazionale che ha coinvolto oltre 4.000 proprietari di pet e 582 veterinari di 15 Paesi, i cui risultati sono stati resi pubblici il 10 giugno 2026. In Italia, l’80% dei proprietari riconosce l’importanza della prevenzione, ma la stessa percentuale ammette di non praticarla in modo continuativo durante l’anno, lasciando cani e gatti esposti a zecche e malattie.
Il divario tra percezione e realtà
Uno dei dati più rilevanti riguarda il cosiddetto “perception gap”, ovvero la distanza tra veterinari e proprietari nella percezione del problema:
- il 79% dei veterinari considera le zecche un rischio costante
- solo il 7% dei proprietari ne è consapevole.
Molti proprietari continuano infatti ad associare la presenza delle zecche esclusivamente all’estate, sottovalutando i restanti periodi dell’anno.
Cambiamenti climatici e diffusione delle zecche
Il fenomeno è amplificato dai cambiamenti del clima: inverni più miti e temperature più elevate favoriscono la sopravvivenza e la diffusione delle zecche, prolungando anche la loro l’attività.
Di conseguenza la prevenzione deve evolversi: non più stagionale, ma continuativa e personalizzata in base allo stile di vita dell’animale. Il rischio infatti varia in funzione delle abitudini e dell’ambiente frequentato.
Le difficoltà dei proprietari
La ricerca evidenzia anche ostacoli pratici nella gestione dei trattamenti:
- il 45% dei proprietari non ricorda con regolarità le date delle somministrazioni
- il 33% ha dimenticato almeno un trattamento nell’ultimo anno
- il 52% segnala difficoltà nell’applicazione dei prodotti.
Questi dati evidenziano come la prevenzione non sia solo una questione di consapevolezza, ma anche di gestione pratica quotidiana.
Zecche e malattie: un rischio per animali e persone
L’indagine rivela una buona conoscenza dei rischi. Per i proprietari di animali domestici le zecche non sono solo un fastidio, ma possono trasmettere patologie anche gravi, come la malattia di Lyme e altre infezioni.
- Il 61% dei proprietari teme per la salute del proprio animale
- Il 56% è preoccupato anche per le possibili conseguenze sulla salute della famiglia.
Il ruolo del veterinario nella prevenzione delle zecche
Il veterinario resta il principale punto di riferimento per la prevenzione: il 90% dei professionisti afferma che i proprietari si affidano alle loro indicazioni.
Affidarsi a un esperto consente di:
- valutare il rischio specifico
- scegliere il trattamento più adatto
- garantire una protezione efficace nel tempo.
Come proteggere cani e gatti dalle zecche
Gli esperti indicano alcune buone pratiche per la prevenzione delle zecche negli animali domestici:
1. Controllare il mantello dopo ogni uscita
Soprattutto in aree verdi e zone erbose.
2. Prestare attenzione agli ambienti domestici
Le zecche possono annidarsi in cucce e spazi della casa dedicati ai pet.
3. Proteggere l’animale tutto l’anno
Anche nei mesi freddi il rischio resta presente.
4. Consultare il veterinario
Per una strategia preventiva e personalizzata.
5. Rispettare tempi e modalità dei trattamenti
La continuità è essenziale per l’efficacia della protezione.
Dalla consapevolezza all’azione
L’indagine evidenzia una realtà precisa: se l’attenzione e l’affetto verso gli animali domestici non è in discussione, la sfida è accompagnare la cura nei loro confronti con una protezione concreta.
La prevenzione delle zecche e di altri parassiti con un approccio continuo, informato e condiviso con il veterinario è una garanzia per la salute e il benessere di cani, gatti e famiglie.
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Dopo quasi tre anni il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) aggiorna le mappe sulla diffusione delle principali specie di zecche in Europa.
Il cambiamento più importante non riguarda i dati, ma il modo in cui vengono presentati.
Cosa mostrano le nuove rilevazioni
Le mappe si basano sui dati raccolti dal network VectorNet e mostrano la presenza delle zecche a livello di unità amministrative, ovvero di zone geografiche territorialmente delimitate.
La novità principale sta nel fatto che non viene più indicato il numero di nuove segnalazioni, come in passato. Al loro posto si riportano quante unità amministrative e quali Paesi risultano maggiormente interessati dalla presenza delle diverse specie.
Cosa cambia rispetto agli aggiornamenti precedenti
Nelle versioni precedenti delle mappe, l’ECDC evidenziava:
- il numero di nuove rilevazioni
- l’espansione delle diverse specie
Questo permetteva di capire dove le zecche stavano avanzando.
Nel nuovo aggiornamento, invece, il focus è sul numero di unità territoriali coinvolte, con indicazione dei Paesi maggiormente interessati.
In altre parole, si passa da una logica dinamica (espansione) a una logica territoriale (diffusione accertata).
Le espansioni più significative per specie
L’Ixodes ricinus, la comune zecca dei boschi, principale vettore della malattia di Lyme e della TBE, si conferma la specie più diffusa.
Rispetto all’aggiornamento di ottobre 2023:
- è presente in 16 nuove unità amministrative (otto in Montenegro)
- è segnalata per la prima volta in altre 11 unità (sette in Portogallo)
In aumento anche la distribuzione delle Hyalomma, vettori della febbre emorragica di Crimea-Congo. Le mappe accertano:
- l’introduzione di Hyalomma marginatum in 12 nuove unità (sette in Montenegro)
- la presenza di Hyalomma lusitanicum in cinque unità (tre in Portogallo e due in Spagna)
Si registra inoltre l’ampliamento dell’areale di:
- Rhipicephalus sanguineus (zecca del cane), vettore di rickettsiosi come la febbre bottonosa del Mediterraneo
- Dermacentor reticulatus, associato a malattie come la tularemia.
Le zecche in Europa: da emergenza a presenza strutturale
Il cambiamento nelle mappe dell’ECDC non è solo tecnico, ma ha un significato preciso.
Se non si parla più di “nuove segnalazioni” è perché molte specie di zecche – come l’Ixodes ricinus – sono ormai stabilmente diffuse nella maggior parte del territorio europeo.
Il messaggio è chiaro: le zecche non sono più un fenomeno emergente, ma una realtà consolidata.
Cosa significa per il rischio
La presenza di zecche non implica automaticamente un rischio sanitario diretto, ma indica che:
- l’habitat è favorevole
- il contatto con l’uomo è possibile
- il rischio di subire un morso di zecca è diffuso.
In altre parole c’è un’alta probabilità che persone e animali entrino in contatto con le zecche, soprattutto in ambienti naturali e periurbani.
Focus Italia: presenza diffusa, rischio variabile
Anche in Italia la situazione riflette il quadro europeo:
- la zecca Ixodes ricinus è presente in molte aree del Paese
- esistono zone che chiedono grande attenzione
- l’esposizione a possibili morsi di zecca è elevata.
Questo significa che non esistono aree “sicure”.
Un limite dei nuovi dati: meno visibilità sui cambiamenti
Il nuovo approccio nelle mappe dell’ECDC ha anche un limite importante.
Non indicando più il numero di nuove segnalazioni, diventa difficile capire:
- dove le zecche stanno espandendo il loro areale
- quali aree sono di nuova colonizzazione
- dove il fenomeno sta accelerando.
Le mappe sono più complete dal punto di vista territoriale, ma meno sensibili alle variazioni recenti.
Il ruolo del clima e dell’ambiente
Il contesto non va dimenticato. Negli ultimi anni:
- l’aumento delle temperature
- l’umidità
- i cambiamenti negli ecosistemi
hanno favorito la sopravvivenza e la diffusione delle zecche in nuove aree, anche a quote elevate.
Le mappe ECDC fotografano una situazione che è il risultato di questi cambiamenti.
Come interpretare correttamente le nuove mappe
Per leggere correttamente i dati ECDC è utile ricordare che:
- indicano presenza, non densità
- non misurano direttamente il rischio sanitario
- non mostrano la velocità di diffusione
- rappresentano una base scientifica affidabile, ma da integrare con dati locali.
Cosa cambia per i cittadini
Dal punto di vista pratico, cambia poco, ma emerge un concetto chiave: le zecche sono ormai parte dell’ambiente naturale europeo.
Per questo è fondamentale:
- usare repellenti quando necessario
- controllare il corpo dopo attività all’aperto
- conoscere le aree a maggiore presenza
- rimuovere in modo corretto e rapidamente le zecche dalla pelle.
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fonte immagine: ECDC
L’Università di Padova accende i riflettori su due virus emergenti trasmessi dalle zecche. Sono il Jingmen virus e l’Alongshan virus, individuati anche in Italia da un gruppo di ricerca dell’ateneo.
La scoperta è frutto del progetto INF-ACT, finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per mappare la diffusione dei vettori nel nostro Paese e rafforzare la preparazione contro nuove possibili epidemie.
Cosa sappiamo dei due virus
Il Jingmen virus è stato isolato per la prima volta nel 2010 nella provincia cinese di Hubei. In seguito è stato rilevato in diverse aree del mondo, inclusa l’Europa, spesso insieme ad altri agenti infettivi trasmessi dalle zecche. Negli esseri umani causa una serie di sintomi clinici da lievi a gravi, con comparsa improvvisa di febbre, mal di testa e malessere generale.
L’ Alongshan virus è stato identificato nel 2017, sempre in Cina, e successivamente segnalato in diversi Paesi europei. Come il Jingmen virus provoca una malattia febbrile acuta, in alcuni casi anche seria, ma senza conseguenze a lungo termine.
La diffusione in Italia
I due virus risultano presenti in diverse aree del nostro Paese, ma con distribuzioni differenti.
Nel Nord-Est prevale la diffusione dell’Alongshan virus, associato principalmente all’Ixodes ricinus, la comune zecca dei boschi. La presenza del virus sarà monitorata in modo sistematico per aumentare le conoscenze disponibili e raccogliere dati sull’evolversi della sua espansione.
Il Jingmen virus, invece, è associato a specie di zecca diverse dall’Ixodes ricinus ed ha una distribuzione più ampia, che interessa Sardegna, Centro e Sud Italia.
Gli esperti sottolineano che entrambi i virus potrebbero essere presenti sul territorio italiano da tempo: non si tratterebbe quindi di patogeni nuovi, ma di virus che la ricerca ha imparato a riconoscere solo recentemente.
I sintomi dell’Alongshan virus
L’infezione da Alongshan virus si manifesta generalmente con febbre alta e una sintomatologia simil-influenzale.
I sintomi più comuni sono:
· febbre
· cefalea moderata e persistente
· malessere generale e nausea
· tosse e fastidio alla gola
· linfonodi del collo ingrossati e doloranti.
In una percentuale compresa tra il 25% e il 40% dei casi può comparire anche un lieve danno epatico.
Attualmente non esistono cure specifiche e si ricorre a trattamenti antivirali convenzionali, solitamente risolutivi e in grado di sconfiggere l’infezione entro una decina di giorni.
L’importanza della diagnosi differenziale con la TBE
La diffusione dell’Alongshan virus nelle stesse aree in cui è presente il virus dell’encefalite da zecca (TBE) rende fondamentale una corretta diagnosi differenziale.
Mentre l’encefalite da zecca può provocare patologie anche gravi e conseguenze di lungo periodo, Alongshan causa generalmente una sindrome febbrile autolimitante.
Distinguere il patogeno responsabile di febbre improvvisa dopo un morso di zecca è quindi essenziale per la diagnosi, l’efficace gestione clinica dei pazienti e la sorveglianza sanitaria.
L’espansione della TBE in nuove aree italiane
Negli ultimi anni il virus dell’encefalite da zecca (TBE) sta mostrando una progressiva espansione in nuove aree del territorio italiano.
Oltre alle zone già note, come il Triveneto, la sua circolazione è segnalata anche nel Veronese e in alcune aree del Nord-Ovest.
Questo andamento rende ancora più importante mantenere alta l’attenzione diagnostica e rafforzare le attività di sorveglianza, soprattutto nei territori in cui la circolazione del virus è stata identificata più recentemente.
Il ruolo dell’ambiente, dei cambiamenti climatici e della globalizzazione
Fattori ambientali, aumento delle temperature e cambiamenti climatici favoriscono la proliferazione delle zecche e la loro espansione verso nuove aree geografiche, aumentando le probabilità di contatto con l’uomo.
Un ruolo importante è svolto anche da roditori e mammiferi selvatici: in qualità di serbatoi di diversi agenti patogeni possono influenzare l’intensità di zecche infette e la loro localizzazione in veri e propri “spot ecologici” difficili da individuare.
A questi fattori si aggiunge l’impatto della globalizzazione: i commerci internazionali e il traffico aereo facilitano lo spostamento accidentale di zecche e microrganismi infettivi su lunghe distanze. Anche gli uccelli migratori contribuiscono in modo significativo a tale diffusione, trasportando zecche infette tra continenti e favorendo l’introduzione di virus in aree geografiche anche molto lontane da quelle di origine.
L’importanza della ricerca e della prevenzione
In Italia, Università e Istituti zooprofilattici sono impegnati nel monitoraggio dei virus trasmessi da zecche. L’obiettivo è intercettare i virus quando iniziano a circolare a livello ambientale (nei vettori e negli ospiti naturali) prima ancora che il superamento di una certa densità ecologica provochi casi umani.
In questo ambito, sotto osservazione speciale, c’è anche il virus della febbre emorragica di Crimea-Congo, di cui si sospetta una circolazione, seppur molto limitata, in Italia.
L’obiettivo è individuare precocemente eventuali rischi, per migliorare la prevenzione e tutelare la salute pubblica.
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Il Parco Nazionale di Brioni, un arcipelago di 14 isole al largo della Croazia, rappresenta una delle mete più suggestive dell’Adriatico, offrendo natura incontaminata, siti archeologici e spiagge cristalline.
Oggi però, alla vigila della stagione turistica, arriva un importante avviso per i visitatori: attenzione alle zecche!
Uno studio richiama l’attenzione dei turisti
Tra il 2020 e il 2022 un gruppo di ricercatori croati ha condotto un’indagine approfondita sulla presenza di zecche all’interno del parco, i cui risultati sono stati pubblicati di recente. L’analisi dei 587 esemplari raccolti ha confermato la circolazione attiva di tre agenti patogeni:
- la Borrelia
- l’Anaplasma
- l’Ehrlichia
Il dato più significativo riguarda la diffusione delle co-infezioni: quasi il 30% delle zecche è risultato portatore di più patogeni contemporaneamente, aumentando la probabilità che anche una singola puntura possa causare malattie più complesse del previsto.
Natura e turismo: un equilibrio delicato
L’ecosistema del parco, caratterizzato da fauna abbondante e ambienti mediterranei diversificati, favorisce la proliferazione delle zecche.
La specie predominante è l’Ixodes ricinus, la comune zecca dei boschi. La sua presenza è considerata stabile e ad alto rischio, in quanto primario vettore della malattia di Lyme e dell’encefalite da zecche (TBE).
Attenzione anche nelle aree “sicure”
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le zecche non si trovano solo nei boschi.
Lo studio evidenzia che nelle isole Brioni:
- sono presenti anche in giardini e aree curate
- l’irrigazione crea condizioni ideali alla loro sopravvivenza
- la densità è simile a quella delle zone naturali.
Di conseguenza anche le aree turistiche apparentemente “sicure” possono nascondere insidie per la salute.
Il periodo più delicato è proprio adesso
L’indagine segnala che nell’area del parco le zecche sono più attive:
- in primavera
- all’inizio dell’estate
- in autunno
Durante i mesi estivi più caldi, invece, tendono a ridurre la loro attività.
Questo rende il periodo attuale tra i più delicati e richiede una maggiore attenzione da parte dei visitatori.
Cambiamenti climatici e nuove presenze
Lo studio segnala anche la presenza della zecca Hyalomma marginatum, una specie legata a regioni più meridionali, la cui diffusione è attentamente monitorata in quanto potenziale vettore della febbre emorragica di Crimea-Congo.
Per gli studiosi è un segnale di come i cambiamenti climatici stiano modificando gli equilibri naturali dell’area con il contributo degli uccelli migratori, che fungono da “ponti aerei” per l’importazione di nuove specie di zecca e di nuovi agenti infettivi da aree distanti.
Le precauzioni per i turisti
Alla luce dell’elevata presenza di zecche nelle aree più frequentate, i ricercatori sottolineano la necessità di una gestione mirata del parco Brioni.
Tra le misure suggerite figurano interventi di manutenzione ambientale, come lo sfalcio regolare dei bordi dei sentieri e il diradamento della vegetazione nelle zone prossime ai percorsi turistici.
Parallelamente, indicano l’importanza di un controllo equilibrato della fauna selvatica, utile a limitare il ciclo riproduttivo delle zecche.
Ritengono inoltre fondamentale una comunicazione chiara e mirata ai visitatori, per informarli dei “punti critici”, come i giardini ben curati dei parchi, gli spazi irrigati e le aree ai margini delle zone forestali.
Un paradiso naturale da vivere con consapevolezza
Le isole Brioni restano una destinazione di straordinaria bellezza. Tuttavia, l’interazione con l’ambiente richiede grande attenzione, soprattutto nei periodi più favorevoli all’attività delle zecche, come quello attuale.
Visitare queste isole resta un’esperienza unica, purché accompagnata da informazione e precauzione, elementi indispensabili per vivere le vacanze in sicurezza.
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La vaccinazione contro l’encefalite da zecche (TBE) è lo strumento più efficace per evitare le forme gravi di malattia che portano all’ospedalizzazione. A confermarlo è uno studio indipendente, il primo del suo genere in Italia, realizzato dall’Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale (ASUFC).
I risultati sono chiari: chi ha completato il ciclo vaccinale (3 dosi di vaccino) mostra una riduzione del rischio di ricovero ospedaliero dell’89% rispetto a chi non è vaccinato.
I dati dello studio: l’impatto della TBE sul territorio
L’indagine ha incrociato i database sanitari relativi a vaccinazioni, esami di laboratorio e schede di dimissione ospedaliera nella provincia di Udine — un’area con territori storicamente endemici per la TBE — nel periodo compreso fra il 2017 e il 2025, durante il quale si sono registrati 21 ricoveri per TBE.
Sebbene l’incidenza annua rimanga rara (0,45 casi ogni 100.000 abitanti), la presenza della malattia è documentata ogni anno, con un picco di ben 8 casi nel 2022.
I dati evidenziano la severità della patologia quando richiede il ricovero:
- degenza media dei pazienti ospedalizzati: 13,8 giorni
- identikit dei casi: persone adulte (età compresa tra i 33 e gli 86 anni), in prevalenza di genere maschile.
Il dato più rilevante riguarda la situazione vaccinale: il 95,2% dei pazienti ricoverati non risulta vaccinato, nonostante la vaccinazione contro la TBE sia gratuita dal 2013 per tutti i residenti del Friuli Venezia Giulia.
Elevati anche i costi sanitari: ogni ricovero ha comportato un onere di circa 7.600 euro.
La mappa del rischio e la copertura vaccinale
La TBE non colpisce la provincia in modo omogeneo. La ricerca conferma che la percentuale di casi è nettamente superiore nelle zone montane e collinari rispetto alla pianura. In particolare, ben 14 casi su 21 (il 66,7%) si sono concentrati nei distretti di Gemona e Tarcento, che rappresentano appena il 13% della popolazione totale.

Mappa della provincia di Udine. Il colore verde identifica le zone collinari/montuose (fonte immagine studio ASUFC)
Anche l’adesione al vaccino riflette un’analoga geografia del rischio.
Nel 2025, la copertura vaccinale complessiva del territorio udinese ha raggiunto il 10%. Tuttavia, mentre nei distretti di pianura vicini alla costa l’adesione è rimasta sotto il 5%, nelle aree montane ha registrato picchi del 25% (Tolmezzo) e del 34% (Gemona).
In media sono state somministrate 11.800 dosi di vaccino all’anno, con avvio annuale di 3.400 nuovi cicli vaccinali.
Cambiamenti climatici e raccomandazioni degli esperti
I ricercatori sottolineano che le malattie trasmesse dalle zecche sono destinate a crescere. L’innalzamento delle temperature favorirà la sopravvivenza delle zecche, consentirà la loro proliferazione e allungherà il periodo di attività, aumentando il rischio di infezioni.
Poiché non esiste una terapia specifica contro la TBE segnalano l’importanza della prevenzione e raccomandano il vaccino non solo ai residenti della provincia di Udine e del Friuli Venezia Giulia, ma anche a turisti, escursionisti e lavoratori all’aperto, soprattutto se frequentano le aree montane.
Attenzione anche alla Malattia di Lyme
L’indagine ricorda che le zecche responsabili della Tbe (Ixodes ricinus) trasmettono anche la malattia di Lyme, per la quale non esiste un vaccino.
Rimane quindi fondamentale associare alla vaccinazione anti-TBE le classiche misure comportamentali: evitare l’erba alta, vestirsi con abiti chiari e coprenti, indossare scarpe chiuse, utilizzare repellenti specifici sulla pelle scoperta, controllare con cura corpo, abbigliamento e attrezzature al rientro dalle zone a rischio.
Il messaggio degli esperti
Nonostante il numero limitato di casi analizzati, lo studio rappresenta la prima evidenza concreta in Italia sull’efficacia del vaccino contro la TBE.
Per gli esperti è fondamentale:
- sensibilizzare la popolazione
- incrementare la copertura vaccinale
- incentivare la prevenzione soprattutto per chi pratica attività all’aperto.
Ricordano che l’encefalite da zecche è una malattia rara ma potenzialmente grave e che la vaccinazione rappresenta una misura preventiva efficace e sicura.
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Una malattia rara, ma tutt’altro che scomparsa. La tularemia torna a far parlare di sé in Europa, con un numero di casi in aumento e una diffusione favorita dalla presenza sempre più ampia di zecche e zanzare.
A richiamare l’attenzione è uno studio italiano pubblicato su Biomedicine: segnala una ripresa dell’infezione in diversi Paesi europei. Per gli esperti è un segnale da non sottovalutare.
Perché la tularemia è una potenziale minaccia
Chiamata anche “febbre dei conigli” la tularemia è causata dal batterio Francisella tularensis, un microrganismo altamente infettivo.
Può essere trasmesso con le punture di zecche e zanzare e diffondersi anche con le secrezioni di animali malati. In quest’ultimo caso riesce a contaminare l’ambiente (aree verdi, terreni agricoli, ruscelli, stagni, acque superficiali) e sopravvivere a lungo.
Sintomi poco specifici
Uno degli aspetti più critici della tularemia è la difficoltà della diagnosi precoce. I sintomi iniziali sono infatti generici e includono febbre, stanchezza e dolori muscolari.
La malattia può manifestarsi in forme diverse: da infezioni lievi o addirittura asintomatiche fino a quadri gravi, come quelli polmonari, che in alcuni casi possono risultare mortali.
Facilità di trasmissione: un rischio concreto
La facilità di trasmissione rappresenta uno dei principali fattori di rischio. Oltre alle punture di vettori (zecche e insetti) l’infezione può avvenire mediante:
- contatto diretto con animali malati
- consumo di acqua o carni contaminate (in particolare carni di lepre)
- inalazione di particelle infette (aerosol e polveri).
Questa molteplicità di vie rende la tularemia particolarmente insidiosa e un rischio concreto per alcune categorie professionali come agricoltori, veterinari, addetti alla macellazione e operatori forestali, ma anche per cacciatori, raccoglitori di funghi e di erbe spontanee, escursionisti.
I casi in Europa e in Italia
Secondo i dati epidemiologici più recenti, nel 2023 si sono registrati oltre 1.300 casi nell’Unione Europea, con una tendenza in crescita.
Nel Nord Europa, in particolare in Svezia e Finlandia, la malattia è endemica in diverse aree e presenta picchi stagionali tra estate e autunno. Anche Paesi come Austria, Francia, Germania e Ungheria mostrano un aumento dei casi.
In Svizzera l’andamento è variabile (194 casi nel 2024, 156 nel 2025 e 12 da gennaio a marzo 2026), mentre in Slovenia si è verificato un focolaio significativo nell’estate 2024.
In Italia, la tularemia è segnalata sporadicamente soprattutto nelle aree appenniniche tra Liguria e Toscana, oltre che nella provincia di Pavia, dove è stata individuata per la prima volta nel 1962, in lepri importate dall’Europa orientale a scopo di ripopolamento.
Le cause della diffusione
La comunità scientifica attribuisce l’aumento dei casi a diversi fattori:
- cambiamenti climatici (responsabili di un più elevato carico batterico ambientale)
- maggiore diffusione dei vettori (soprattutto zecche e zanzare)
- aumento dell’interazione tra uomo e fauna selvatica.
Un possibile utilizzo come arma biologica
Un aspetto che aumenta ulteriormente il rilievo della tularemia è il suo potenziale utilizzo come arma biologica.
Il batterio responsabile è infatti altamente contagioso anche in quantità minime, può essere trasmesso per via aerea e resiste a lungo nell’ambiente.
Per queste caratteristiche è monitorato in ambito di sicurezza sanitaria come possibile agente di rischio biologico e la tularemia è soggetta a notifica obbligatoria.
Prevenzione: cosa fare
La prevenzione resta lo strumento principale per ridurre il rischio di malattia. Le raccomandazioni da seguire indicano la necessità di:
- difendersi dalle punture di zecche e di insetti
- utilizzare dispositivi di protezione personale durante le attività a rischio
- evitare il consumo di acqua, carni e alimenti non sicuri.
Una malattia da conoscere
La tularemia è una zoonosi da conoscere e da monitorare con attenzione, soprattutto in un contesto in cui salute umana, animale e ambientale sono sempre più interconnesse, secondo il modello One Health.
I ricercatori italiani sottolineano l’importanza di tale approccio e segnalano l’importanza della collaborazione multidisciplinare tra medici, veterinari, ecologi e altri scienziati per prevenire possibili minacce sanitarie.
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La reinfezione da malattia di Lyme è un rischio concreto e meno raro di quanto si pensi. A evidenziarlo è un recente studio del Centro Medico Universitario di Lubiana, in Slovenia, che ha analizzato oltre 11.000 pazienti per capire cosa accade dopo il primo contagio.
I risultati aggiungono un tassello importante alla comprensione delle reinfezioni e aiutano a chiarire frequenza, caratteristiche cliniche e ruolo del sistema immunitario, aspetti ancora poco definiti nonostante la diffusione della malattia.
Reinfezioni: numeri e caratteristiche
L’analisi si concentra su pazienti con eritema migrante, il segno tipico della malattia di Lyme.
Su 11.169 casi analizzati, 635 sono reinfezioni (circa il 6%), mentre 10.534 rappresentano infezioni primarie.
I pazienti reinfettati risultano mediamente più anziani e presentano forme più lievi: sono meno frequenti le manifestazioni multiple di eritema migrante e i sintomi locali nella sede della lesione cutanea.
Sistema immunitario: difesa parziale
Uno degli aspetti più rilevanti dell’indagine riguarda la risposta immunitaria.
Lo studio mostra che le reinfezioni sono circa tre volte più frequenti nei soggetti immunocompromessi (con basse difese dell’organismo)indicando un ruolo chiave del sistema immunitario.
Evidenzia tuttavia che aver già contratto la malattia una prima volta riduce il rischio, ma non garantisce una protezione efficace.
Una precedente infezione diffusa sembra inoltre offrire una protezione maggiore rispetto a una forma localizzata.
Le differenze
Dal punto di vista diagnostico emergono alcune differenze. I ricercatori di Lubiana segnalano nei pazienti reinfettati:
- una minore presenza di anticorpi IgM
- una maggiore presenza di anticorpi IgG
- un tasso di isolamento della Borrelia negli eritemi migranti analogo ai pazienti con malattia di Lyme primaria.
La forma più frequente di reinfezione resta una lesione cutanea singola (eritema migrante), simile a quella iniziale.
Stagionalità invariata
Non cambia invece il periodo di comparsa: infezioni primarie e reinfezioni seguono lo stesso andamento stagionale, legato all’attività delle zecche nei mesi più caldi.

I limiti della ricerca
Gli autori sottolineano che:
- i dati ottenuti riguardano principalmente adulti
- non sono pienamente estendibili ai bambini
- si riferiscono al contesto europeo, dove le specie di Borrelia responsabili della malattia di Lyme differiscono da quelle presenti in Nord America.
Prevenzione anche dopo la prima infezione
Il messaggio che arriva dallo studio è chiaro: aver già avuto la malattia di Lyme non basta a evitare nuove infezioni.
Per questo è fondamentale continuare a proteggersi dalle punture di zecca, soprattutto se il sistema immunitario è più fragile.
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Aumentano le segnalazioni di zecche a Voghera e nell’Oltrepò Pavese, con diversi casi anche nei comuni limitrofi. Il fenomeno sta interessando diverse aree del territorio e indica una presenza diffusa dei parassiti.
Secondo l’Azienda sanitaria territoriale (ATS) di Pavia si tratta di un evento tipico della stagione primaverile, favorito dall’aumento delle temperature e dell’umidità.
Cani infestati dopo una passeggiata: il caso a Medassino
Un episodio recente ha riguardato la località Medassino, dove una semplice passeggiata si è trasformata in una situazione critica.
Secondo quanto riportato dalla stampa, due cani di piccola taglia sono rientrati a casa con numerose zecche attaccate al corpo, nonostante il proprietario avesse scelto di camminare sull’asfalto proprio per ridurre il rischio di contatto. In uno dei due animali sono stati individuati circa 30 zecche, in parte neutralizzate dall’antiparassitario ma in gran parte ancora vive.
Il caso ha attirato l’attenzione perché si è verificato in un percorso ritenuto sicuro e anche per la facilità con cui i parassiti risultano visibili nell’erba alta, segno di una concentrazione elevata nell’ambiente.
Segnalazioni di zecche anche nei comuni vicini
Le segnalazioni di zecche a Voghera e nell’Oltrepò Pavese non riguardano un singolo episodio.
Casi simili sono stati registrati anche nei comuni di Torrazza Coste e Montebello della Battaglia, confermando una diffusione ampia e in crescita in tutta la zona.
ATS Pavia: “Fenomeno stagionale, ma attenzione ai rischi”
Secondo l’ATS Pavia, l’aumento delle zecche nell’Oltrepò Pavese è legato alla stagionalità.
Temperature più alte e umidità favoriscono la proliferazione dei parassiti nelle aree verdi.
Il morso di zecca è spesso indolore, ma può comportare rischi per la salute. Tra le principali malattie trasmissibili ci sono:
- malattia di Lyme
- encefalite da zecche (TBE)
- altre infezioni.
Come proteggersi dalle zecche
Per ridurre il rischio di contatto con le zecche a Voghera e nell’Oltrepò Pavese l’ATS Pavia ha rinnovato anche nel 2026 la collaborazione con IZSLER per la campagna informativa: “Azzecca la prevenzione e vivi la natura!”
Le principali raccomandazioni sono:
- utilizzare repellenti cutanei specifici
- indossare abbigliamento protettivo
- evitare il contatto con erba alta e vegetazione
- controllare corpo, vestiti e animali al rientro.
Cosa fare in caso di morso di zecca
Le autorità sanitarie ricordano che, in caso di morso, la zecca deve essere rimossa il prima possibile utilizzando una pinzetta o un estrattore specifico.
È inoltre fondamentale:
- monitorare eventuali sintomi nei giorni successivi al morso;
- rivolgersi al medico in caso di dubbi o comparsa di segni sospetti.
Le zecche rimosse possono essere consegnate all’IZSLER di Pavia o ai punti di raccolta dell’ATS Pavia, contribuendo così al monitoraggio attivo del territorio.
I dati confermano l’utilità della sorveglianza: nel 2024 sono stati raccolti e analizzati 71 campioni di zecche, di cui il 36,6% positivo a patogeni, mentre nel 2025 i campioni analizzati hanno superato quota 130 nella provincia pavese.
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Una nuova indagine aggiorna i dati sulla presenza di zecche in Sicilia
Negli ultimi anni il tema delle zecche in Italia è stato raccontato soprattutto guardando al Centro-Nord: dalle aree alpine e prealpine del Nord-Est fino a regioni come Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, dove studi e monitoraggi hanno documentato con crescente precisione la presenza di zecche e malattie. Nel Sud Italia, invece, i dati sono rimasti a lungo discontinui e poco aggiornati.
Una indagine condotta da Università di Messina, Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia e Centro olandese per il monitoraggio dei vettori contribuisce a colmare questa lacuna, offrendo un primo quadro strutturato sulla diffusione di zecche in Sicilia.
Un territorio favorevole alle zecche
La Sicilia, per caratteristiche ambientali e climatiche, rappresenta un habitat particolarmente adatto alla sopravvivenza delle zecche. Il clima mediterraneo — con estati calde e inverni miti — unito alla grande varietà di ambienti (montagne, boschi, aree rurali e costiere) crea le condizioni ideali alla loro proliferazione.
L’isola inoltre ospita numerose aree naturali protette, dove si è osservato un aumento significativo di ungulati selvatici come daini e cinghiali, che svolgono un ruolo chiave nel ciclo vitale e nella diffusione delle zecche.
Lo studio: 1200 zecche raccolte in quattro aree naturali
L’indagine ha previsto 39 campionamenti tra il 2024 e il 2025 in quattro siti naturali dell’isola: la Riserva di Ficuzza, il Parco delle Madonie (Madonie Alte e Madonie Basse), l’altopiano dell’Argimusco.
Sono stati raccolti complessivamente 1200 esemplari di zecca, appartenenti a cinque generi principali:
- Rhipicephalus (il più abbondante)
- Haemaphysalis
- Dermacentor
- Ixodes
- Hyalomma
La specie più frequente è risultata essere Rhipicephalus bursa, tipica degli ambienti mediterranei.
Attività durante tutto l’anno
A differenza di quanto osservato in molte aree del Nord Italia, dove l’attività delle zecche è influenzata dall’andamento stagionale, in Sicilia il quadro appare più uniforme.
Le zecche sono state rinvenute in tutte le stagioni, con una presenza leggermente più alta in primavera-estate, ma senza differenze marcate. La rilevazione è coerente con il clima più mite, che consente cicli di attività più lunghi.
Il ruolo degli animali e degli uccelli migratori
La distribuzione delle zecche è strettamente legata agli ospiti disponibili. Lo studio evidenzia come la presenza di cinghiali e daini influenzi direttamente la varietà e l’abbondanza delle specie.
Un elemento di particolare rilievo è il ruolo della Sicilia come “ponte” ecologico nel Mediterraneo. Situata lungo le principali rotte migratorie tra Africa ed Europa, l’isola vede negli uccelli migratori un importante vettore di zecche su lunghe distanze, con conseguente introduzione e diffusione di nuove specie.
Tra queste, il genere Hyalomma, già osservato sporadicamente nello studio, è considerato di particolare interesse per la sua capacità di adattarsi a climi più caldi.
Rischi per la salute
La presenza di diversi generi di zecche implica anche un potenziale rischio sanitario.
Alcune specie possono trasmettere agenti patogeni responsabili di malattie come:
- le rickettsiosi
- la febbre bottonosa del Mediterraneo (associata a Rhipicephalus)
- la malattia di Lyme (trasmessa da Ixodes ricinus)
Anche se il rischio varia in base alle aree e alle condizioni locali, questi dati confermano l’importanza di considerare le zecche come un tema rilevante anche nella regione siciliana.
Un punto di partenza, non di arrivo
Lo studio rappresenta una base importante, ma evidenzia anche quanto resti ancora da approfondire. In particolare:
- mancano dati sistematici sulla densità degli animali ospiti
- il monitoraggio è limitato a poche aree
- il cambiamento climatico potrebbe modificare rapidamente gli scenari attuali.
Cosa cambia per chi vive o frequenta la Sicilia
Il messaggio principale è chiaro: la presenza di zecche in Sicilia è reale e stabile, anche se finora poco documentata.
Chi frequenta ambienti naturali — escursionisti, cacciatori, allevatori, ma anche residenti e turisti — dovrebbe adottare le stesse precauzioni già raccomandate nelle regioni del Nord:
- attenzione nelle aree boschive e nei pascoli
- controllo del corpo al rientro
- protezione degli animali domestici
Nella mappa del rischio zecche, la Sicilia si conferma un territorio da osservare con crescente attenzione e da monitorare con continuità nei prossimi anni.
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