Aumentano le segnalazioni di zecche a Voghera e nell’Oltrepò Pavese, con diversi casi anche nei comuni limitrofi. Il fenomeno sta interessando diverse aree del territorio e indica una presenza diffusa dei parassiti.

Secondo l’Azienda sanitaria territoriale (ATS) di Pavia si tratta di un evento tipico della stagione primaverile, favorito dall’aumento delle temperature e dell’umidità.

Cani infestati dopo una passeggiata: il caso a Medassino

Un episodio recente ha riguardato la località Medassino, dove una semplice passeggiata si è trasformata in una situazione critica.

Secondo quanto riportato dalla stampa, due cani di piccola taglia sono rientrati a casa con numerose zecche attaccate al corpo, nonostante il proprietario avesse scelto di camminare sull’asfalto proprio per ridurre il rischio di contatto. In uno dei due animali sono stati individuati circa 30 zecche, in parte neutralizzate dall’antiparassitario ma in gran parte ancora vive.

Il caso ha attirato l’attenzione perché si è verificato in un percorso ritenuto sicuro e anche per la facilità con cui i parassiti risultano visibili nell’erba alta, segno di una concentrazione elevata nell’ambiente.

Segnalazioni di zecche anche nei comuni vicini

Le segnalazioni di zecche a Voghera e nell’Oltrepò Pavese non riguardano un singolo episodio.

Casi simili sono stati registrati anche nei comuni di Torrazza Coste e Montebello della Battaglia, confermando una diffusione ampia e in crescita in tutta la zona.

ATS Pavia: “Fenomeno stagionale, ma attenzione ai rischi”

Secondo l’ATS Pavia, l’aumento delle zecche nell’Oltrepò Pavese è legato alla stagionalità.

Temperature più alte e umidità favoriscono la proliferazione dei parassiti nelle aree verdi.

Il morso di zecca è spesso indolore, ma può comportare rischi per la salute. Tra le principali malattie trasmissibili ci sono:

Come proteggersi dalle zecche

Per ridurre il rischio di contatto con le zecche a Voghera e nell’Oltrepò Pavese l’ATS Pavia ha rinnovato anche nel 2026 la collaborazione con IZSLER per la campagna informativa: Azzecca la prevenzione e vivi la natura!

Le principali raccomandazioni sono:

Cosa fare in caso di morso di zecca

Le autorità sanitarie ricordano che, in caso di morso, la zecca deve essere rimossa il prima possibile utilizzando una pinzetta o un estrattore specifico.

È inoltre fondamentale:

Le zecche rimosse possono essere consegnate all’IZSLER di Pavia o ai punti di raccolta dell’ATS Pavia, contribuendo così al monitoraggio attivo del territorio.

I dati confermano l’utilità della sorveglianza: nel 2024 sono stati raccolti e analizzati 71 campioni di zecche, di cui il 36,6% positivo a patogeni, mentre nel 2025 i campioni analizzati hanno superato quota 130 nella provincia pavese.

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Una nuova indagine aggiorna i dati sulla presenza di zecche in Sicilia

Negli ultimi anni il tema delle zecche in Italia è stato raccontato soprattutto guardando al Centro-Nord: dalle aree alpine e prealpine del Nord-Est fino a regioni come Liguria, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, dove studi e monitoraggi hanno documentato con crescente precisione la presenza di zecche e malattie. Nel Sud Italia, invece, i dati sono rimasti a lungo discontinui e poco aggiornati.

Una indagine condotta da Università di Messina, Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia e Centro olandese per il monitoraggio dei vettori contribuisce a colmare questa lacuna, offrendo un primo quadro strutturato sulla diffusione di zecche in Sicilia.

Un territorio favorevole alle zecche

La Sicilia, per caratteristiche ambientali e climatiche, rappresenta un habitat particolarmente adatto alla sopravvivenza delle zecche. Il clima mediterraneo — con estati calde e inverni miti — unito alla grande varietà di ambienti (montagne, boschi, aree rurali e costiere) crea le condizioni ideali alla loro proliferazione.

L’isola inoltre ospita numerose aree naturali protette, dove si è osservato un aumento significativo di ungulati selvatici come daini e cinghiali, che svolgono un ruolo chiave nel ciclo vitale e nella diffusione delle zecche.

Lo studio: 1200 zecche raccolte in quattro aree naturali

L’indagine ha previsto 39 campionamenti tra il 2024 e il 2025 in quattro siti naturali dell’isola: la Riserva di Ficuzza, il Parco delle Madonie (Madonie Alte e Madonie Basse), l’altopiano dell’Argimusco.

Sono stati raccolti complessivamente 1200 esemplari di zecca, appartenenti a cinque generi principali:

La specie più frequente è risultata essere Rhipicephalus bursa, tipica degli ambienti mediterranei.

Attività durante tutto l’anno

A differenza di quanto osservato in molte aree del Nord Italia, dove l’attività delle zecche è influenzata dall’andamento stagionale, in Sicilia il quadro appare più uniforme.

Le zecche sono state rinvenute in tutte le stagioni, con una presenza leggermente più alta in primavera-estate, ma senza differenze marcate. La rilevazione è coerente con il clima più mite, che consente cicli di attività più lunghi.

Il ruolo degli animali e degli uccelli migratori

La distribuzione delle zecche è strettamente legata agli ospiti disponibili. Lo studio evidenzia come la presenza di cinghiali e daini influenzi direttamente la varietà e l’abbondanza delle specie.

Un elemento di particolare rilievo è il ruolo della Sicilia come “ponte” ecologico nel Mediterraneo. Situata lungo le principali rotte migratorie tra Africa ed Europa, l’isola vede negli uccelli migratori un importante vettore di zecche su lunghe distanze, con conseguente introduzione e diffusione di nuove specie.

Tra queste, il genere Hyalomma, già osservato sporadicamente nello studio, è considerato di particolare interesse per la sua capacità di adattarsi a climi più caldi.

Rischi per la salute

La presenza di diversi generi di zecche implica anche un potenziale rischio sanitario.

Alcune specie possono trasmettere agenti patogeni responsabili di malattie come:

Anche se il rischio varia in base alle aree e alle condizioni locali, questi dati confermano l’importanza di considerare le zecche come un tema rilevante anche nella regione siciliana.

Un punto di partenza, non di arrivo

Lo studio rappresenta una base importante, ma evidenzia anche quanto resti ancora da approfondire. In particolare:

Cosa cambia per chi vive o frequenta la Sicilia

Il messaggio principale è chiaro: la presenza di zecche in Sicilia è reale e stabile, anche se finora poco documentata.

Chi frequenta ambienti naturali — escursionisti, cacciatori, allevatori, ma anche residenti e turisti — dovrebbe adottare le stesse precauzioni già raccomandate nelle regioni del Nord:

Nella mappa del rischio zecche, la Sicilia si conferma un territorio da osservare con crescente attenzione e da monitorare con continuità nei prossimi anni.

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Con un comunicato diffuso nei giorni scorsi l’Ulss 1 Dolomiti ha fatto il punto sulla situazione epidemiologica delle malattie trasmesse da zecche in provincia di Belluno, ribadendo l’importanza della prevenzione e, in particolare, della vaccinazione contro l’encefalite da zecca (TBE).

Accanto ai dati l’azienda sanitaria ha scelto di dare spazio anche a una storia concreta: quella di Alberto Chele, 45 anni, barista di Borca di Cadore, che ha deciso di raccontare la propria esperienza con la TBE per lanciare un messaggio chiaro a chi ancora tende a sottovalutare i rischi.

Una storia che fa riflettere

“Ho rimandato il vaccino. È stato un errore”. Il racconto di Alberto Chele è diretto, senza giri di parole e spiega come un morso di zecca può cambiare la vita.

La sua storia inizia un anno fa, mentre è al lavoro. Improvvisamente una gamba smette di rispondere, la paura, la corsa al Pronto Soccorso e poi la diagnosi: encefalite da zecca.

Da quel momento la sua vita cambia radicalmente. Prima il ricovero in rianimazione e poi il lungo percorso di riabilitazione. Un cammino fatto di piccoli progressi quotidiani, tra fisioterapia, nuove tecnologie come la realtà virtuale e il supporto costante di un’équipe multidisciplinare.

Oggi Alberto sta recuperando, passo dopo passo, ma il percorso verso la completa autonomia resta ancora lungo. La sua testimonianza, riportata dall’Ulss, diventa così un forte messaggio di sensibilizzazione: la TBE può avere conseguenze molto serie e durature.

Un territorio esposto

Il Bellunese si conferma terra di zecche e di malattie.

La specie più diffusa è l’Ixodes ricinus, la comune zecca dei boschi, presente non solo nelle aree forestali, ma anche in prati, pascoli e zone verdi urbane.

Per monitorare la sua diffusione è attivo il progetto MONZEC, che ne traccia la distribuzione in provincia di Belluno con l’aiuto delle Associazioni Venatorie e della Polizia Provinciale. Il monitoraggio 2025 è eloquente:

Dal punto di vista clinico sono 12 i casi di encefalite da zecca diagnosticati dall’Ulss Dolomiti lo scorso anno, mente da gennaio a marzo 2026 non si sono registrati contagi. In costante aumento anche la malattia di Lyme: i dati attribuiscono al Bellunese un’incidenza superiore al resto del Veneto.

Prevenzione: i comportamenti corretti

La prevenzione resta il primo strumento di difesa. Durante le attività all’aperto, l’azienda sanitaria raccomanda alcuni semplici comportamenti per evitare i morsi di zecca:

In caso di puntura, la zecca va rimossa subito con una pinzetta o un estrattore, evitando sostanze come alcol o oli, che possono aumentare la trasmissione di agenti infettivi.

Vaccino anti-TBE: gratuito ma ancora poco diffuso

La vaccinazione contro la TBE, gratuita per i residenti nel Bellunese, rappresenta la forma più efficace di protezione. Eppure l’adesione resta ancora limitata, fermandosi a poco più del 22% della popolazione.

Un dato che, anche alla luce della storia di Alberto, ha spinto l’Ulss a rafforzare la campagna vaccinale, programmando nuove sedute nei mesi di aprile e maggio con l’obiettivo di ampliare la partecipazione e aumentare la copertura sul territorio.

ZeccApp: quando i cittadini aiutano la ricerca

Accanto alla prevenzione sanitaria, cresce anche il ruolo della tecnologia e il coinvolgimento diretto dei cittadini. Un esempio è ZeccApp, l’applicazione sviluppata dalla Fondazione Edmund Mach (San Michele all’Adige), gratuita e scaricabile su smartphone.

È un progetto di citizen science, esteso a tutto il territorio italiano, che consente di:

Le informazioni vengono quindi verificate da esperti della Fondazione Mach, contribuendo alla ricerca scientifica, alla sorveglianza del territorio e alla creazione di una mappa interattiva che registra le segnalazioni validate e il tracciamento delle zone a rischio, quale utile strumento di informazione e prevenzione.

Per approfondire:

clicca qui per leggere il comunicato stampa dell’Ulss 1 – Dolomiti

clicca qui per ascoltare la testimonianza diretta del sig. Chele, che racconta la sua esperienza con la TBE

Nel Nord-Est italiano aumentano i casi di Lyme e TBE (encefalite da zecche), confermando un trend in netta espansione. Recenti evidenze scientifiche segnalano anche nuove infezioni emergenti.

Uno studio retrospettivo pubblicato lo scorso 16 marzo su BMC Infectious Diseases analizza i dati raccolti tra il 2015 e il 2022 in quattro centri ospedalieri situati tra Veneto e Provincia autonoma di Bolzano e rivela il peso sanitario sempre più importante delle malattie trasmesse da zecche.

Le aree colpite

L’indagine ha incrociato i dati provenienti da strutture ospedaliere che coprono territori con diverse caratteristiche morfologiche, dalla pianura alle zone montane:

I risultati indicano le province di Belluno e Bolzano come zone ad alto rischio, soprattutto per la diffusa presenza della zecca dei boschi (Ixodes ricinus), favorita da ambienti montani e boschivi e per l’elevata frequentazione turistica, che aumenta le occasioni di contatto tra persone e zecche, con una maggiore probabilità di punture infettanti.

Lyme e TBE in aumento

Lo studio conferma che la malattia di Lyme è la più monitorata:

In crescita anche la TBE (encefalite da zecche):

Le infezioni emergenti

Oltre a Lyme e TBE, l’indagine rivela altre malattie trasmesse da zecche:

I dati suggeriscono un quadro epidemiologico in evoluzione, da monitorare attentamente.

Criticità del sistema sanitario

I ricercatori evidenziano l’impossibilità di definire un quadro completo della situazione epidemiologica per:

Un problema di sanità pubblica

L’analisi dimostra:

Sottolinea inoltre la necessità di:

Per ricercatori, i dati raccolti potrebbero rappresentare solo la “punta dell’iceberg” e in un contesto di cambiamenti climatici e di estesa mobilità turistica, evidenziano come le zecche non siano più un rischio confinato a poche aree isolate, ma rappresentino una sfida crescente per la salute pubblica.

Consapevolezza e prevenzione: come difendersi dalle zecche

La prevenzione resta fondamentale per ridurre l’impatto delle malattie.

Alcune semplici misure – come usare repellenti specifici, indossare un abbigliamento protettivo, controllare il corpo dopo escursioni e attività all’aperto, rimuovere tempestivamente le zecche dalla pelle – possono fare la differenza.

Aumentare la consapevolezza sull’efficacia di questi comportamenti è essenziale, soprattutto per chi frequenta ambienti naturali.

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Il vaccino contro la malattia di Lyme, sviluppato da Pfizer e Valneva, mostra un’efficacia superiore al 70%, ma restano alcuni dubbi sui risultati. È questo il quadro che emerge dagli ultimi dati della sperimentazione clinica.

Il 23 marzo 2026 Pfizer ha annunciato che chiederà l’approvazione per il candidato vaccino contro la malattia di Lyme, sviluppato insieme a Valneva.

La decisione arriva nonostante l’azienda abbia comunicato un ostacolo. Nella prima analisi dei dati clinici, il vaccino non ha infatti raggiunto il criterio statistico previsto. In altre parole i risultati non si sono rivelati abbastanza “solidi” per confermare con certezza l’efficacia.

Il motivo è legato al numero di casi osservati. Durante la sperimentazione si sono verificati meno casi di malattia di Lyme del previsto e questo ha ridotto la “forza” dei dati dal punto di vista statistico.

Una seconda analisi, già pianificata, ha però dato risultati migliori e superato la soglia richiesta.

Efficacia del vaccino

Secondo Pfizer l’efficacia del vaccino è di oltre il 70% nella prevenzione della malattia di Lyme:

I dati fanno seguito al completamento di un ciclo vaccinale a quattro dosi, somministrate nell’arco di 19-23 mesi: le due prime a 0 e 2 mesi, una terza dose tra il quinto e il nono mese e un richiamo dopo un anno.

I punti critici

Sebbene i risultati siano positivi restano alcune questioni aperte.

La prima riguarda i tempi. L’efficacia più solida si osserva solo dopo la quarta dose. Questo significa che la protezione comunicata da Pfizer si basa su un percorso piuttosto lungo.

Nel primo anno, dopo tre dosi, i risultati non sembrano significativamente diversi rispetto al placebo. Un elemento che potrebbe influenzare l’uso del vaccino nella pratica.

Ci sono poi altre domande ancora senza risposta. Saranno necessari richiami? E quanto sarà accettato un vaccino con più dosi distribuite nel tempo?

Cosa succede ora

Nonostante le incertezze Pfizer ritiene che i risultati siano clinicamente rilevanti. Per questo motivo, intende presentare la richiesta di approvazione alle autorità regolatorie.

Per avere un quadro completo sull’efficacia, sicurezza e tollerabilità del candidato vaccino sarà tuttavia necessario analizzare tutti i dati della sperimentazione. Solo allora sarà possibile valutare con maggiore precisione la potenza statistica dei risultati e il ruolo del vaccino nella protezione contro la malattia di Lyme.

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Con l’arrivo della bella stagione e l’aumento delle attività all’aria aperta, torna alta l’attenzione sul rischio zecche. Una recente indagine scientifica accende i riflettori sull’Isola di Pianosa (Toscana) e segnala un dato di particolare rilievo: l’elevata presenza di zecche Hyalomma con un alto tasso di Rickettsia aeschlimannii, il battere responsabile della febbre maculosa mediterranea (o febbre bottonosa del Mediterraneo).

Lo studio, condotto dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana insieme alla Fondazione Edmund Mach, si basa sulla raccolta di 1685 campioni di zecche, di cui 1683 identificati come Hyalomma marginatum e sulle analisi condotte in 575 esemplari.

Un’isola ad alto rischio stagionale

Pianosa fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano ed è un’ambìta meta turistica, con 15.000–20.000 visitatori ogni anno.

Dal punto di vista ambientale presenta tre condizioni favorevoli alla proliferazione delle zecche, in particolare delle Hyalomma marginatum:

  1. è area di sosta, nidificazione e svernamento per diverse specie di uccelli migratori, noti vettori di zecche su lunghe distanze,
  2. ha un’elevata densità di lepre europea, in grado di fornire una fonte di sangue facilmente accessibile alle zecche,
  3. affronta cambiamenti climatici significativi, tra cui l’aumento delle temperature e la variazione delle precipitazioni.

Questi fattori, uniti al continuo afflusso di zecche con gli uccelli migratori e alla diffusione della Rickettsia aeschlimannii, aumentano l’esposizione a possibili punture infettanti.

Rischi per la salute: cosa sapere

Il batterio individuato nelle zecche di Pianosa, la Rickettsia aeschlimannii, è associato alla febbre maculosa mediterranea, una malattia in aumento nel Sud Europa.

I sintomi principali includono:

L’elevata circolazione del patogeno aumenta il rischio di malattia per chi risiede o frequenta l’isola, soprattutto durante escursioni e attività all’aperto.

Prevenzione: le raccomandazioni degli esperti

Alla luce dei risultati, gli autori dello studio sottolineano l’importanza di rafforzare l’informazione e la prevenzione, soprattutto all’inizio della stagione turistica.

Tra le principali misure consigliate:

Viene inoltre suggerita l’adozione di campagne informative mirate anche sui Social e, dove possibile, l’attuazione di circoscritti interventi con acaricidi in aree selezionate come spiagge pubbliche, luoghi ricreativi e di ritrovo, piccoli centri abitati.

Una notizia utile per la prevenzione

I dati raccolti rappresentano un importante campanello d’allarme: la combinazione tra alta densità di zecche e presenza diffusa della Rickettsia aeschlimannii rendono Pianosa un contesto da monitorare con attenzione.

Informarsi e adottare comportamenti corretti resta lo strumento più efficace per ridurre il rischio di punture e malattie, soprattutto nella bella stagione.

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Lo stesso morso di zecca che trasmette il battere di Lyme (la Borrelia burgdorferi) può inoculare, contemporaneamente, anche altri agenti patogeni (parassiti, batteri, virus) e causare infezioni multiple, chiamate coinfezioni.

Una recente analisi, pubblicata sulla rivista scientifica Microorganisms, evidenzia il difficoltoso riconoscimento delle coinfezioni nella malattia di Lyme perché i sintomi possono sovrapporsi e alterare la presentazione clinica, il decorso e la gravità della malattia.

Come le coinfezioni possono influenzare la malattia di Lyme

Quando si verifica una coinfezione il quadro clinico della malattia di Lyme può diventare più complesso.

La presenza di più patogeni è in grado infatti di:

Per questi motivi le coinfezioni possono portare a manifestazioni cliniche atipiche della malattia di Lyme e contribuire a ritardi nella diagnosi.

Le coinfezioni più comuni in Europa

Tra le coinfezioni trasmesse dalle zecche presenti in Europa, alcune sono più frequenti e meglio studiate.

Malattia di Lyme, Anaplasmosi

Una coinfezione possibile è quella tra malattia di Lyme e anaplasmosi granulocitica umana, causata dal batterio Anaplasma phagocytophilum.

I sintomi più comuni includono:

Gli studi clinici indicano che la coinfezione non sempre peggiora il decorso della malattia di Lyme, ma circa un paziente su cinque può presentare sintomi aggiuntivi o alterazioni degli esami del sangue, come la riduzione dei globuli bianchi e delle piastrine o l’aumento delle transaminasi.

Malattia di Lyme ed encefalite da zecche (TBE)

In diverse aree europee è possibile la coinfezione tra malattia di Lyme ed encefalite da zecche (TBE).

Le due malattie possono avere periodi di incubazione simili e sintomi sovrapponibili, rendendo difficoltosa la diagnosi.

La coinfezione dovrebbe considerata soprattutto in presenza di:

Malattia di Lyme e Babesiosi

Una delle associazioni più conosciute è quella tra la malattia di Lyme e la babesiosi, causata da protozoi del genere Babesia.

La babesiosi può essere asintomatica o presentarsi con diversi livelli di severità, che comprendono:

Quando babesiosi e Lyme si verificano insieme, i sintomi possono sovrapporsi e complicare la diagnosi, soprattutto se il segno tipico di Lyme, l’eritema migrante, non viene notato.

La coinfezione dovrebbe essere sospettata in caso di sintomi persistenti o anomalie del sangue dopo una possibile esposizione al morso di zecche.

Altri patogeni trasmessi dalle zecche

Le zecche possono trasmettere anche altri agenti infettivi insieme alla Borrelia.

Tra questi vi sono:

La frequenza e l’impatto clinico di queste coinfezioni sono ancora oggetto di studio e mancano dati certi sui loro effetti nella malattia di Lyme.

Perché le coinfezioni complicano la diagnosi

Le coinfezioni pongono seri problemi diagnostici quando:

Occorre inoltre tener conto che non esistono, al momento, protocolli diagnostici unificati per tutte le possibili coinfezioni veicolate dal morso di zecca.

C’è tuttavia un elemento che spesso accompagna le coinfezioni, è la comparsa di febbre, raramente presente quando la malattia di Lyme si presenta da sola. Un rialzo della temperatura corporea in presenza di sintomi riconducibili alla Lyme può quindi suggerire il sospetto diagnostico.

Prevenzione: la strategia più efficace

La capacità delle zecche di trasmettere diversi patogeni contemporaneamente sottolinea la necessità di monitorare con attenzione i sintomi di possibili coinfezioni associate alla malattia di Lyme, specialmente nelle zone endemiche.

Una maggiore consapevolezza dei rischi può favorire una diagnosi accurata e una cura tempestiva, ma deve anche indurre ad una prevenzione consapevole: evitare i morsi di zecca resta lo strumento fondamentale per tutelare la propria salute.

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La ricerca sulla malattia di Lyme compie un passo avanti: un gruppo di ricercatori dell’Università di Guelph, in Canada, ha sviluppato un biosensore in grado di rilevare rapidamente il batterio responsabile dell’infezione, aprendo la strada a possibili test da effettuare direttamente a casa.

Lo studio, frutto di una collaborazione internazionale tra esperti di biochimica, ingegneria, fisica e microbiologia, intende contribuire alla soluzione di uno degli aspetti più complessi della malattia: la diagnosi precoce e affidabile.

Come funziona il nuovo biosensore

Il dispositivo si basa su un microchip chiamato MNC-FET, progettato per individuare nel sangue specifici biomarcatori del batterio Borrelia, responsabile della malattia di Lyme.

In pratica, il sensore funziona come un “transistor biologico”: quando riconosce una particolare proteina del batterio, la proteina di superficie OspA, genera un segnale elettrico che può essere interpretato da un computer.

Questo meccanismo porterebbe a identificare direttamente il batterio, presente sempre in quantità estremamente ridotte, garantendo una diagnosi certa di infezione.

Quali sono i vantaggi

Secondo i ricercatori, il nuovo biosensore presenta diverse caratteristiche che lo rendono promettente per il futuro della diagnosi di Lyme:

Un possibile test da usare a casa

L’obiettivo finale dei ricercatori è trasformare il sensore in un dispositivo portatile, da utilizzare in ambulatorio, farmacia o persino a casa, in modo simile ai glucometri per il monitoraggio della glicemia.

In futuro, il chip potrebbe anche essere modificato per ricercare più biomarcatori contemporaneamente, migliorando ulteriormente l’accuratezza del test nelle diverse fasi dell’infezione.

A che punto è la ricerca

Nonostante i risultati promettenti, il dispositivo è ancora un prototipo di laboratorio. I componenti elettronici che registrano e interpretano i dati devono essere miniaturizzati e integrati in un sistema facile da usare.

Saranno inoltre necessarie sperimentazioni cliniche per verificare l’efficacia del sensore nelle diverse fasi della malattia e in varie popolazioni di pazienti.

Come spiegano gli sviluppatori, la tecnologia possiede già il “motore” – cioè il sensore ultrasensibile – ma è ancora necessario costruire il dispositivo portatile completo, testarlo sul campo e ottenere le necessarie approvazioni normative.

L’impegno per una diagnosi tempestiva della malattia di Lyme

Se confermata dagli studi futuri, la nuova tecnologia potrebbe risolvere uno dei problemi che più caratterizzano la diagnosi della malattia di Lyme: la difficoltà di rilevare l’infezione nelle fasi iniziali.

Un test rapido, sensibile e utilizzabile direttamente sul luogo di cura rappresenterebbe un importante passo avanti sia per i medici sia per i pazienti.

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Fonte immagine: Università di Guelph – https://news.uoguelph.ca/2026/03/lyme-disease-research-at-university-of-guelph-reaches-pivotal-milestone/

La possibilità di contrarre la malattia di Lyme più volte è ampiamente documentata, ma le informazioni disponibili sulle reinfezioni e le loro caratteristiche sono limitate e poco conosciute.

Uno studio, condotto in Slovenia, su oltre 11.000 pazienti con eritema migrante – la manifestazione tipica e precoce di Lyme – fa luce sulle reinfezioni e segnala alcune differenze rispetto al primo contagio.

Reinfezione: cosa significa davvero?

La reinfezione è la comparsa di un nuovo eritema migrante – dopo la completa risoluzione di un precedente eritema, trattato con antibiotici – in un punto della pelle diverso da quello originario.

L’indagine condotta dall’equipe slovena ha rilevato reinfezioni nel 6% dei casi di malattia di Lyme accertata e trattata con successo ed ha documentato fino a 7 episodi di reinfezione nella stessa persona.

Quando si verificano più spesso le reinfezioni?

Le reinfezioni seguono lo stesso andamento stagionale delle infezioni primarie. Possono comparire tutto l’anno, ma risultano più frequenti nei periodi di maggiore attività delle zecche: dalla primavera all’autunno inoltrato.

Come cambiano sintomi e manifestazioni cutanee

Secondo i ricercatori di Lubiana la presentazione della malattia di Lyme tende a modificarsi nei casi di reinfezione:

Chi è più a rischio

Lo studio evidenzia che le reinfezioni colpiscono mediamente persone più anziane rispetto alle infezioni primarie (56 anni contro 48) e risultano leggermente più frequenti nelle donne.

Il rischio aumenta in modo significativo nei pazienti immunocompromessi (pazienti con trapianto, con neoplasie ematologiche, in terapia immunosoppressiva o in chemioterapia nell’ultimo anno): in questi casi la probabilità di reinfezione risulta tre volte superiore rispetto alla popolazione generale.

Cosa insegna lo studio

La ricerca condotta in Slovenia, uno dei Paesi europei con la più alta incidenza di malattia di Lyme, porta a quattro conclusioni chiave:

aver già avuto la malattia di Lyme non garantisce una protezione duratura

-le reinfezioni sono relativamente frequenti e spesso più lievi rispetto alla prima infezione

-la diagnosi tempestiva resta fondamentale per avviare rapidamente la terapia

-la prevenzione è cruciale, soprattutto per le persone immunocompromesse, che hanno un rischio di riammalarsi nettamente superiore alla popolazione generale.

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